
Una statua dedicata all’atomo e alla sua scissione si trova a pochi metri dai
campi di tennis che fiancheggiano la Biblioteca Regenstein. Nei suoi sotterranei
Enrico Fermi e un equipe di scienziati realizzarono la prima reazione a catena
controllata negli anni Quaranta. La bomba atomica americana nacque anche qui.
La casa a Hyde Park che fu di Fermi è a qualche isolato di distanza dalla statua
di Henry Moore che commemora l’evento e ne celebra il protagonista.
E chi è il protagonista? La statua è un massiccio oggetto globulare, di metallo
scuro e annerito nel tempo, astrazione dell’atomo che pare fondersi e sgorgare
su se stesso. Le rotondità della statua appaiono come un teschio che fonde, una
faccia che si è già sciolta, ove si vedono le cavità che ospitavano gli occhi;
cavità in procinto di essere coperte dal disfacimento del globo che esse abitano.
Questo strano effetto lo si ottiene ruotando di pochi gradi attorno alla statua
all’atomo di Henry Moore. Intenzionale o meno che sia da parte dell’autore, è
difficile scindere queste due immagini della stessa fonte. La statua massiccia
forse celebra la potenza dell’atomo, ma sembra anche la rappresentazione del disfacimento
fisico e metaforico che esso minaccia.

Tetro modernismo, la statua posa su uno spiazzo di granito grigio, con le pietre
disposte a raggiera forse a simbolo della reazione a catena, dell’immenso sprigionamento
di energia che sorge dalla scissione forzata dell’atomo. Adesso è affiancata dai
nuovi dormitori per gli studenti. L’atomo scisso di Henry Moore in realtà fonde
e risgorga da sé, in contrasto con la fisica. Appare solo e spiazzato a fianco
di questo nuovo edificio dai colori sgargianti, come un detrito della consapevolezza
dell’enormità dell’era nucleare dei primi anni. Enrico Fermi, riuscito l’esperimento
cruciale della sua carriera, stappò una bottiglia di Chianti e celebrò con i suoi
collaboratori. Il fiasco vuoto è esposto talvolta in vetrina dalla Biblioteca.
La fisica atomica rimane una conquista mirabile e spettacolare e una condanna
orribile, per cui non siamo ancora pronti. La fine della Guerra Fredda non è la
fine dell’età nucleare. Chiudere le centrali non lo è neppure, come non lo è interdire
la nuclearizzazione civile e/o militare dell’Iran o di chi altro. A Nagasaki e
Hiroshima la bomba ha già ammazzato su scala gigante in pochi secondi. E da allora
la potenza sprigionabile e le quantità di bombe a disposizione di vari stati è
aumentata inimmaginabilmente. Ma ha anche prodotto elettricità (con pericoli immensi
e irrisolti) e tecniche diagnostiche e terapeutiche in medicina.

Per vivere nell’età nucleare dobbiamo fare un salto di qualità come specie; dobbiamo
evolverci oltre le logiche politiche che abbiamo ereditato dal nostro lungo passato:
un salto antropologico e biologico, se fosse possibile. L’essere umano vive da
migliaia di anni con una cultura della violenza e della guerra come atto razionale.
L’adrenalina della violenza fa parte del nostro mondo emotivo così come del nostro
mondo culturale. Nel tempo la moralità della violenza è stata messa sotto questione
da gruppi crescenti di persone e da vari credi, tuttavia la sua razionalità strumentale
(ragion di stato) è ancora difesa. E in vari contesti appare utile e di scarsa
conseguenza per i forti, che non credono di poter diventare vittime. Emotivamente,
l’esaltazione della violenza, del ricorso alla distruzione massiccia di altre
persone, viene offerta ai giovani tramite i media interattivi e audiovisivi come
forma di intrattenimento, formativa di un senso di appartenenza sociale e patriottica,
moralizzante quando incasellata nelle categorie strumentali di ‘bene’ e ‘male’.
Eppure, tragicamente, la guerra è sempre più pericolosa; sempre più irrazionale,
al di là della moralità.
L’atomo di Henry Moore, quel teschio colto nell’attimo del suo decomporsi, guarda
verso le finestre del dormitorio. Ai giovani come agli scienziati bisogna chiedere
di guardare bene in quegli occhi, e darsi da fare. Dall’età nucleare non si esce.
A meno di uscire di scena come specie. A noi tutti dunque il compito di ricomporre
e prevenire i conflitti, di gestire la proliferazione, di sviluppare nuove tecnologie
dell’atomo, meno nocive. Di diventare guardiani e gestori di noi stessi e del
nostro mondo.