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“Non è cattivo, è la sua natura. Non penso di poter impedire questo comportamento
ricorrendo alla magistratura. L’unica cosa che chiedo è che mi picchi solo una
volta la settimana”. Questo il contenuto della deposizione che Mariam J., una
donna iraniana di Teheran, ha rilasciato agli esterrefatti giudici di una corte
locale. La sua storia è riportata dal quotidiano iraniano Aftab ed è stata ripresa
dalle agenzie stampa di tutto il mondo.
La donna ha fatto causa al marito, ma non per ottenere il divorzio o per l’arresto
del coniuge violento, bensì perché il tribunale dia cadenza settimanale alle percosse
subite. Il marito, al momento della sua deposizione, ha dichiarato che “una volta
ogni tanto questo trattamento è necessario, perché una donna deve avere sempre
paura del marito per ubbidirgli”. Per la cronaca il tribunale di Teheran ha fatto
firmare al marito di Mariam un impegno ufficiale a non picchiare più la moglie.
Le donne e il mondo islamico, un rapporto intenso e difficile. Nella cultura
islamica, la donna ha un ruolo assolutamente fondamentale. A lei viene lasciato
il compito della cura dei figli e della casa, dell’educazione dei ragazzi e della
loro formazione alla fede, almeno nei primi anni di vita. Secondo criteri occidentali,
questo corrisponde a un ruolo marginale e coatto. Non sempre è così. Problema
diverso è quando vengono violati diritti fondamentali di ogni essere umano. La
contraddizione tra rispetto e sottomissione della donna che caratterizza il mondo
dell’Islam è fatto di storie come quella di Mariam J., ma anche di storie di donne
di grande coraggio e qualità.
Per restare in Iran, come non parlare di Azar Nafisi? Il suo primo libro, ‘Leggere
Lolita a Teheran’, è un caso editoriale in tutto il mondo. La scrittrice insegnava
letteratura inglese all’università di Teheran dove, dopo la rivoluzione khomeinista,
diventava ogni giorno più duro parlare della cultura di quell’Occidente simbolo
di tutti i mali. Nel 1995 Azar si arrende e si ritira, ma non smette di credere
nella forza delle pagine scritte da grandi autori stranieri. Come non smettono
di crederci sette delle sue studentesse. Da quel momento, ogni giovedì mattina,
le ragazze vanno a trovare Azar Nafisi a casa sua. Per leggere assieme, per parlare di letteratura, confrontarsi e arricchirsi.
Un gruppo di lettura clandestina insomma, come i protagonisti dell’Attimo fuggente,
film di culto di qualche anno fa. Nel 1997 il loro segreto viene scoperto e, per
il bene suo e delle ragazze, Azar interrompe le sue letture e accetta una cattedra
di letteratura inglese all’università John Hopkins negli Stati Uniti. Della sua
storia ha fatto un libro, che ha appassionato milioni di lettori. “Non credo al
cambiamento imposto con la forza”, ha dichiarato recentemente Azar Nafisi, “credo
al mito di Shahrazàd, la protagonista delle Mille e una notte che ha cambiato
il sovrano malvagio con la forza del racconto, della pazienza, dell’intelligenza.
La donna ha capito che non è la violenza a cambiare il mondo, ma la cultura”.
Anche Houda Saleh Medhi Amache e Rihab Rashid Taha sono due donne islamiche.
Sono nate e cresciute in Iraq. I loro nomi ai più non diranno molto, perché sono
molto più conosciute con i loro nomi di battaglia: dottoressa Antrace e dottoressa
Germe. Houda e Rihab erano due tra i personaggi più temuti in Iraq, due ascoltate
consigliere di Saddam Hussein. Le uniche donne che hanno meritato un posto nel
mazzo di carte fatto stampare dalle forze della Coalizione con i volti dei gerarchi
ricercati del regime saddamita.
“Le due donne sono in custodia legale e fisica della forza multinazionale”, ha
commentato ieri un portavoce del Pentagono interrogato sulle voci di un imminente
rilascio delle due. “Nessuna delle due sarà rilasciata a breve termine”. Houda
e Rihab hanno studiato chimica e biologia, risultando tra le menti più brillanti
del loro paese, ma hanno deciso di mettere la propria competenza al servizio dei
piani di Saddam. Certo le famose armi di distruzione di massa non sono mai state
trovate, ma questo non ha messo in dubbio la triste fama di queste due donne,
che nel mondo islamico si sono fatte rispettare, anche se in maniera discutibile.
Arwa Shanti-Boxall vive negli Emirati Arabi Uniti. Arwa è la proprietaria del
negozio ‘Petzone’, a Dubai. Il suo negozio di animali è uno dei più conosciuti
del Paese ed è stato aperto grazie ai finanziamenti che il governo degli Emirati
ha stanziato per l’imprenditorialità femminile. Di suo, Arwa ha colmato con le
sue capacità il fossato che esiste nel suo Paese tra il ricevere un incentivo
economico e la considerazione sociale di una donna che lavora. Lei lo ha fatto
con eccellenti risultati e il suo esempio è stato seguito da molte altre donne
di uno dei Paesi più ricchi del mondo.
Come Rula Hannoun, che lavora in banca ricoprendo un ru olo di responsabilità. “A volte incontro uomini che hanno difficoltà a relazionarsi
e a fare affari con me”, ha raccontato Rula alla Bbc in una recente intervista,
“ma alla fine si pensa solo a lavorare. Le cose sono profondamente cambiate a
Dubai, soprattutto negli ultimi dieci anni. Sono sempre di più le donne che si
vedono nei posti di lavoro e sempre meno gli uomini che perdono tempo a rompere
le scatole”.
L’esempio viene da una cooperativa di donne sole che, per mantenersi in una società
dove se non sei una moglie, una figlia o una sorella di qualcuno praticamente
non esisti, ha deciso di guadagnarsi la vita con i propri mezzi. Allora è nata
una delle principali fabbriche per la produzione di un simbolo dell’Islam, guardato
con sospetto in Occidente quanto amato dalle donne islamiche: il velo. Ne producono
di tutti i tipi e di tutti i colori, per non rinunciare ad essere belle nel rispetto
della propria cultura.
Gli Emirati Arabi Uniti confinano con l’Arabia Saudita, un Paese dove la condizione
femminile è molto differente. Alle donne è proibito anche guidare, figurarsi intraprendere
un’attività da sole. Questo non sembra preoccupare Nadia Bakhurji. Un mese fa
il governo saudita ha indetto per febbraio del 2005 le prime consultazioni elettorali
della storia del Paese. Nadia, un architetto di 37 anni, ha deciso che se il momento
è storico va vissuto fino in fondo. E si è candidata.
“Spero che tante donne non ritengano assurdo il mio gesto”, ha dichiarato Nadia
in un’intervista, “sono una donna e sono una patriota. Voglio servire la mia comunità
e il mio Paese”. L’Arabia Saudita vive il periodo più difficile della sua storia.
La monarchia degli Saud è schiacciata tra le derive fondamentaliste dell’Islam
e la richiesta di riforme che proviene dalla società civile. Il terrorismo ha
causato centinaia di vittime in diversi attentati negli ultimi anni, eppure Nadia
ha voglia di lottare per aiutare l’Arabia Saudita a cambiare.
“A volte ho paura, ma voglio provare. Non tornerò indietro”, ha concluso Nadia.
Per avere la percezione del coraggio di questa donna, basti pensare che non è
stato ancora chiarito dal governo di Riad se le donne saranno chiamate a votare.
Esiste però un movimento di cui fa parte Nadia assieme a tante altre donne che
ha deciso di battersi per ottenere il diritto di voto e per partecipare sempre
più alla vita pubblica.
Christian Elia