10/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un diario a puntate dalla capitale iraniana, che non potrà tornare a essere la stessa

scritto per noi da
Nardana Talachian

È inevitabile. Parola dopo parola mi convinco sempre di più che anche questo si aggiungerà agli altri. Un'altra bozza finale stampata con una copertina timbrata in rosso che dice in sintesi "alcune parti vanno riviste". E quì rivedere vuol dire censurare, tagliare, eliminare.

Giorni scorsi un amico mi ha inoltrato il libro scritto da una giovane giornalista bocciato per la sesta volta dal Ministero di Cultura e Guida Islamica, l'organo che controlla tutto - dalla A alla Z - nel mondo di cultura del mio Paese. Così l'autrice ha deciso di agire di consguenza e mettere sulla rete il suo libro a disposizione di tutti per farsi leggere. Nei casi simili, gli amici dell'autore, o forse del regista, aprono un conto corrente e chiedono alle persone di versarci una cifra per risarcire i suoi diritti.
Pubblicarsi è facile, basta lasciarsi censurare dove lo ritengono necessari gli uomini che non ho mai visto di persona. Ma posso immaginare come saranno: hanno una barba folta, abbastanza lunga, gli occhiali spessi, camicie non tanto pulite e forse un giubbino allo stile Ahmadinejad, spesso senza un titolo accademico che sfogliano i libri. Quasi sempre si accontentano del riassunto presentato dalla casa editrice per giudicare se l'opera è pericolosa, immorale e provocatoria e a volte prendono un pennarello rosso per sottolineare le parole, le righe, i paragrafi e addirittura i capitoli che dovrebbe essere rivisti, per non dire censurati.

Mi fa ridere la passione con cui traduco le frasi e le parole che potrebbero essere mai pubblicate: prima della limitazione della nostra libertà, prima della grande intolleranza [...], prima dei massacri di prigionieri innocenti [...]prima della morte della verità. Sono le parole che danno in vista, rappresentano un grande tabù non tanto nuovo per le dittature. Ma si lavora, si scrive, si traduce, si parla e si nutre la speranza che un domani - che tarderà ancora a lungo per arrivare - qualcosa cambierà.
I più bravi tra gli scrittori e traduttori sono all'estero, quelli meno fortunati che credevano come noi in una qualsiasi apertura stanno in prigione. Oggi ho letto che hanno accusato Mohammad Maleki, primo rettore dell'Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, di Muharebeh (guerra contro Allah). 76enne e malato di cancro alla prostata, Mohammadi è tra i più anziani intellettuali arrestati durante le proteste dopo le elezioni del giugno 2009. "Vi ringrazio per il fatto di avermi arrestato. Mi pesava molto il pensiero di dover morire dalla malattia a casa. Ma morire sotto i vostri pugni in prigione per aver difeso i diritti dei giovani della mia patria mi rende onore", disse il 22 agosto 2009 agli agenti dell'intelligence che avevano fatto irruzione nella sua casa per arrestarlo. La sentenza finale che aspetta i Muhareb è l'impiccaggione. È così che l'Iran di Ahmadinejad rende omaggio agli intellettuali, quel gruppo della gente tanto nominato nel Corano e lodato da Iddio per la loro capacità nell'applicare il loro intelletto.

Parole chiave: teheran
Categoria: Diritti, Politica, Popoli
Luogo: Iran