Il resto del mondo lo considera un dittatore sanguinario e senza scrupoli. Ma
in Zimbabwe Robert Mugabe e il suo partito sono appena stati riconfermati alla
guida del Paese, dopo un quarto di secolo di potere pressoché incontrastato.
Il tutto nonostante le numerose accuse dell’opposizione e degli attivisti per
i diritti umani, che hanno denunciato irregolarità di ogni genere, compresi brogli
elettorali e attacchi non solo verbali ai loro sostenitori. Nulla da fare, persino
i seimila osservatori giunti dal vicino Sudafrica per verificare che tutto si
svolgesse nella norma hanno confermato che Mugabe e i suoi hanno vinto regolarmente,
ma anche impedendo alla stampa locale di avvicinare qualsiasi membro dell’opposizione.
Ora il dittatore dello Zimbabwe e lo Zanu Pf, forti della maggioranza di due
terzi dei deputati in parlamento, possono decidere di cambiare la costituzione,
limitando ancora di più i movimenti del già imbrigliato Movimento per il Cambiamento Democratico (Mdc) di Tsvangirai e consolidando il potere dell’ottuagenario leader in vista di
un suo ritiro dalla scena politica.
Profilo di un dittatore. Per i suoi sostenitori, Robert Mugabe è una sorta di eroe nazionale, capace di
cacciare a più riprese gli odiati coloni bianchi in quella che fino a pochi anni
fa si chiamava Rhodesia meridionale. Nato nel 1924, l’attuale presidente dello
Zimbabwe frequenta le scuole missionarie e l’università sudafricana di Fort Hare.
Dopo alcuni anni passati a insegnare, Mugabe torna in Rhodesia negli anni ’60,
dove comincia la sua attività politica, ispirato dall’ideologia marxista. Inizialmente
si aggrega al partito Zimbabwe African People’s Union (Zapu), guidato da Joshua
Nkomo, per fondarne uno tutto suo, lo Zanu, pochi anni dopo.
Negli anni ’70, Mugabe è in Mozambico a coordinare una guerriglia contro il governo
coloniale di Ian Smith, e contro il white rule, il dominio bianco. Dopo una lunga guerra civile Londra è costretta ad ammettere
la sconfitta, e il 18 aprile del 1980 lo Zimbabwe è uno stato indipendente. L’eroe
della resistenza diventa primo ministro e nel giro di qualche anno forma un partito
con l’amico-rivale Nkomo, che si chiamerà Zanu Patriotic Front. Lo stesso che
lo scorso 31 marzo sarebbe (il condizionale, è d’obbligo viste le irregolarità
nelle elezioni) stato scelto dalla maggioranza degli elettori.
Dal 1987 Mugabe è presidente dello Zimbabwe, che nel frattempo sprofonda, anno
dopo anno, in una crisi economica in cui si trova ancora oggi. L’ex professore
e paladino della liberazione dal colonialismo punta molto sulla lotta all’analfabetismo:
oggi il Paese ha il più alto tasso d’istruzione di tutto il continente africano.
Ma l’economia ristagna, fame e povertà dilagano nelle campagne, la disoccupazione
è padrona delle città e il malcontento cresce. Gli oppositori vengono picchiati,
rinchiusi in carcere, torturati, uccisi o condannati all’esilio. I giornali troppo
critici verso il governo vengono chiusi, gli attivisti per i diritti umani perseguitati.
Guerra ai white farmers. Mugabe è sempre lì: amato, odiato, ma soprattutto temuto. Fa promulgare leggi
contro gli omosessuali e limita la libertà di stampa, minaccia le comunità dissidenti
nelle aree rurali di lasciarle morire di fame. E nel 2000, in piena crisi economica,
decide che ne ha abbastanza dei quasi 80mila discendenti dei coloni bianchi proprietari, come in diverse zone dell’Africa meridionale, di vasti terreni a discapito
dei neri, spesso costretti a cercare lavoro come semplici braccianti. Il presidente
chiama a raccolta veterani di guerra, giovani aitanti e criminali comuni, generalmente
impiegati per minacciare o far sparire i dissidenti, e li lancia verso le campagne.
Nel giro di pochi mesi la maggior parte dei proprietari terrieri bianchi viene
cacciata con la forza e le terre vengono ridistribuite. Ma non al popolo, bensì
agli amici intimi o ai soci in affari del presidente.
Elezioni nel sangue. Nel 2002 lo Zimbabwe torna alle urne per scegliersi un presidente. Ma Mugabe
è pronto a tutto, pur di essere rieletto: bande di giovani sostenitori dello Zanu
Pf seminano il terrore tra gli abitanti della capitale Harare e delle province
di tutto il Paese. I sostenitori del giovane partito Mdc, nato tre anni prima,
subiscono una lunga serie di soprusi, denunciati a più riprese dalle organizzazioni
internazionali. Lo Zimbabwe viene allontanato dal Commonwealth e fioccano le sanzioni.
Ma Mugabe resta dov’è, padre-padrone di un Paese sempre più isolato e povero che
nel gennaio di quest’anno gli Stati Uniti hanno incluso nella lista nera degli
‘avamposti della tirannia’. Ora, con la possibilità di cambiare la costituzione,
Mugabe potrebbe diventare ancora più forte di prima. All’opposizione, fiaccata
e indebolita dalla politica aggressiva del presidente, non resta che rassegnarsi.
Forse, data l’età, l’unico a poter fermare Mugabe è il tempo.
Pablo Trincia