18/03/2004
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Sono passati cinque anni dalla guerra, ma in Kosovo la situazione non sembra cambiata
Kosovo…Pristina…Mitrovica…Kfor…Sembrano luoghi, città, ricordi che
riaffiorano dalla nebbia della memoria. Situazioni e storie
dimenticate, seppellite dalla falsa coscienza di una guerra, definita
giusta, che avrebbe risolto ciò che invece ha soltanto nascosto. Ed era
solo il 1999.
14 morti, centinaia di feriti, lacrime e sofferenza riportano in
superficie ciò che altri morti, altre sofferenze avevano solo
momentaneamente coperto. Quello che ieri è successo in Kosovo non è
solo la ripresa di un conflitto che da 5 anni, come brace, covava sotto
la cenere. E’ la dimostrazione che nessuna guerra, anzi che LA GUERRA
non è una soluzione.
E’ una lezione che dovrebbe servirci subito; che dai Balcani dovrebbe
arrivare in Europa per essere ripetuta nel Golfo e di là
dell’Atlantico. Non succederà. Qualcuno spiegherà che si tratta solo di
un episodio, che la pace ottenuta con le bombe del ‘99 non è
minacciata, come non è in pericolo il dopoguerra iracheno raggiunto con
i missili del 2003. Ma non è un episodio, o meglio: non è l’unico, ma
solo l’ultimo. Per ora.
Il mese scorso a morire in Kosovo erano stati due serbi. Un albanese in
preda alla pazzia, avevano subito spiegato… A dicembre il primo
ministro Bajram Rexhepi, albanese, era stato aggredito durante un
pranzo ufficiale. In ottobre un poliziotto tedesco era stato attaccato
a sprangate, in agosto un poliziotto indiano era stato ucciso da un
cecchino. Poi la macchina di un ministro albanese saltata in aria. Un
attentato alla sede dell’Onu a Pristina. E prima ancora, l’estate
scorsa, 4 bambini serbi erano stati uccisi da un cecchino.
A Mitrovica ieri è esploso di nuovo l’odio. Gli scontri hanno avuto
inizio durante una manifestazione di albanesi che volevano vendicare la
morte di tre bambini che, raccontano, sono stati costretti a buttarsi
in un fiume da un gruppo di serbi. Le due comunità vivono nella stessa
città, divise dal fiume Ibar: a nord del fiume i serbi, a sud gli
albanesi. A Mitrovica la tensione è sempre stata alta. Già nei mesi
scorsi si erano registrati scontri.
Ma anche altrove la situazione non è tranquilla: a Gjilan e Prizren le
sedi Onu sono state assediate per ore. A Pristina i soldati della forza
di pace Nato in Kosovo sono in stato di massima allerta. Nella stessa
città il personale dell'Onu ha lasciato ieri sera per motivi di
sicurezza il quartier generale della missione. A Gjakova, nel Kosovo
meridionale, soldati italiani hanno sparato per respingere degli
albanesi che tentavano di assaltare un monastero ortodosso, a Kosovo
Polje, alle porte di Pristina un civile serbo è stato linciato da una
folla di albanesi. Nella notte la tensione tra serbi e albanesi, in
Kosovo come in Serbia, è poi sfociata in attacchi e incendi a chiese e
moschee.
“Da tempo- spiega Bruno Maggiolo volontario del C.A.V. for Kosovo - la
KFOR ha fatto un passo indietro. Ha capito che l’esposizione della
forza non serviva e non era gradita”. Ma è tutto l’apparato
internazionale che si è ritirato. Pressato dalle urgenze prima afghane
e poi irachene. Un’economia drogata dagli aiuti si è sgonfiata. “Prima
uno stipendio da custode o parcheggiatore davanti alle sedi delle
missioni internazionali non si negava a nessuno. Adesso nella mensa che
gestiamo abbiamo 600 richieste, ma possiamo dar da mangiare solo a 100
persone".
Sullo sfondo c'è la trattativa sullo status definitivo del Kosovo. Ogni
volta che si comincia a parlarne avvengono episodi di violenza. Può
darsi che qualcuno cerchi di usare tutto questo per influenzare il
tavolo della trattativa. Era già successo e succederà di nuovo appena
si riaffaccerà la possibilita di un dialogo tra Pristina e Belgrado.
Marco Formigoni