Un'emergenza. Il Mozambico è uno dei paesi africani più colpiti dall'Hiv. Otto
milioni di persone sono stati "ufficialmente" infettati, il 19,5% della
popolazione. Ma è un dato purtroppo sottostimato. Qui la situazione,
infatti, è ben più grave di quanto si pensi. Moltissimi ammalati,
infatti, non sono censiti per una ragione molto semplice: una larga
fascia della popolazione non è registrata all'anagrafe e quindi non
viene segnalata, e non si rivolge, alle strutture sanitarie. E` una
delle eredità della guerra e del disastro economico, culturale e
amministrativo che ha seguito il conflitto e che continua a trascinarsi
ancora oggi, anche grazie alle politiche di un governo più impegnato a
gestire "privatamente" il flusso di denaro proveniente dalle varie
organizzazioni internazionali che a erogare servizi verso la
popolazione. Tanto per dare un'idea della situazione: su otto milioni
di ammalati documentati solo un milione viene assistito dalla sanità
locale. Gli altri sette milioni sono abbandonati a se stessi.
Lo spettro del contagio. Un caso simbolico di questa situazione di degrado e di inadempienza
delle strutture locali ce lo indica proprio Celia, che ci accompagna
fino a una piccola casa di mattoni e paglia con il tetto in lamiera di
zinco, persa all'interno del reticolo di viottoli di fango di una delle
township alla periferia di Maputo. Qui vive Amalia, con i suoi quattro
fratelli più piccoli. I loro genitori sono morti. Il padre nel 2001,
ufficialmente per tubercolosi, la madre meno di un anno dopo. Amalia
non nasconde che con ogni probabilità non si è trattato di
tubercolosi, ma di Aids. E allo stesso tempo racconta di non sapere se
lei e i suoi fratelli siano o meno infettati dall'Hiv. Non hanno i
soldi per curarasi o per fare analisi, come non li avevano i loro
genitori. Eppure tutti sospettano che dietro ci sia la SIDA, la sigla
locale dell'Aids: lo spettro del contaggio li ha ulteriormente
emarginati. Amici e vicini di casa li hanno abbandonati a se stessi,
isolandoli. Gli unici sostegni, più morali che sostanziali vista la
mancanza di fondi, li ricevono dall'associazione
Kindlimuca. Nessuno di
loro è registrato all'anagrafe, non hanno documenti, non parlano
neppure il portoghese, lingua ufficiale del Mozambico, ma solo un
dialetto locale. In pratica non esistono: i bambini non vanno scuola,
quando si ammalano non si rivolgono alle strutture sanitarie, nessuno
li tutela.
Morte annunciata. Nello stesso quartiere, a poche centinaia di metri di distanza, vive
una coppia che invece sa esattamente di che cosa sta morendo. Sono
tutti e due, moglie e marito, colpiti da Aids, il loro figlio più
piccolo è in condizioni disperate. La donna è una privilegiata.
Grazie all'aiuto delle associazioni locali è riuscita ad avere accesso
ai farmaci retrovirali. Il marito, invece, è gravemente debilitato, ha
perso il lavoro, non riesce più a mantenere la sua famiglia. In
pratica sta solo aspettando che una qualsiasi infezione o una polmonite
se lo porti via. Lo racconta traquillamente, abbracciando il bambino
ammalato, le piaghe di un'infezione che segnano la testa. Vivono in
cinque in una baracca totalmente spoglia: gli unici oggetti, oltre a
poche stuoie stese sulla terra battuta, sono due contenitori di latta
arruginiti riadattati a contenitori per acqua e cibo: "Dono del governo
Usa.". Un ricordo degli aiuti alimentari che raggiungevano Maputo
durante la guerra.
A scuola di igiene. Ci raggiungono due giovani volontarie di una delle Ong locali. Operano
nel quartiere casa per casa, assistendo i casi più gravi, aiutando gli
abitanti nel dedalo di pratiche burocratiche indispensabili all'accesso
alle cure sanitarie, formando gli abitanti del quartiere su elementari
pratiche igieniche per evitare il contaggio o l'aggravarsi delle
infezioni. Ogni giorno chilometri e chilometri a piedi nella rete di
vicoli della township. "Sembra un paradosso - dice una delle due
sorridendo - ma a volte basterebbe pochissimo per migliorare il nostro
intervento. Basterebbe avere un mezzo di trasporto. Per portare viveri,
medicinali, materiale. Per portare in ospedale chi è più grave. Quante
persone in più potremmo raggiungere con una macchina? Qui non arrivano
le ambulanze, qui non passa nessun medico o ufficiale sanitario. In
mezzo a questa gente, la nostra gente, ci siamo solo noi".
Un cocktail micidiale. "Quello che è successo è molto semplice - racconta Roberto Luis,
direttore di ActionAid International Mozambico - il conflitto ha
causato milioni di profughi. La gente fuggiva, fra la fine degli anni
'80 e i primi anni '90, verso paesi confinanti come il Sud Africa, il
Malawi e la Tanzania dove il virus era già presente da tempo. Nei
campi profughi, o nelle zone povere delle città dove si è rifugiata
tutta questa gente, la promiscuità, la mancanza di strutture igieniche
e sanitarie e la mancanza di informazioni hanno creato un cocktail
micidiale di fattori che hanno facilitato le infezioni. Alla fine del
conflitto, con il rientro in patria, le condizioni di diffusione sono
state facilitate dalla situazione esplosiva di disagio e disgregazione
sociale creata dalla guerra. L'espansione dell'epidemia è stata
immediata".
“A questa situazione – prosegue Luis – non è facile fare fronte. Ci
sono più di otto milioni di ammalati nel paese, gran parte del
Mozambico è ancora privo di ogni forma di struttura sanitaria. Ong
come ActionAid possono sì lavorare sulla SIDA come stiamo facendo, ma
solo nel settore della prevenzione e dell’educazione e del sostegno,
non certo sull’assistenza. Qui sono necessari interventi strutturali
profondi, Sono necessarie delle politiche concrete di intervento, che
vanno ben oltre alle campagne di prevenzione”.