08/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sulle orme del Matatu, il pullman di Action Aid International diretto in Scozia
scritto per noi da
Pietro Orsatti
 
Il pullman di Action Aid diretto al G8 della Scozia
Matatu è partito da Africa Square a Johannesburg nel primo pomeriggio del 31 marzo. Matatu non è una persona, ma un pulmino colorato carico di bagagli, computer, macchine da presa, satellitari e rifornimenti di ogni genere.
 
Matatu è il suo nome in Swahili. Nome ufficiale del progetto Get On Board, anche se è evidente che il nome Swahili diverrà in poco tempo quello più conosciuto qui in Africa. A bordo sei attivisti di ActionAid International: una ragazza e un ragazzo dal Kenia, un’olandese nata a Nairobi, un inglese allampanato e un “motorista” dalla Tanzania. Attraverseranno Sud Africa, Mozambico, Malawi, Tanzania, Uganda e Kenia per poi imbarcarsi verso l’Italia e da qui raggiungere l’Inghilterra in occasione del prossimo G8 in Scozia. Il loro obiettivo è quello di raccogliere le voci delle comunità locali africane, delle Ong, dei movimenti sociali di questo enorme continente per poi presentarle in occasione del meeting degli otto paesi più ricchi del pianeta e cercare di farle emergere all’interno del difficile dibattito interno che attraversa questa istituzione in relazione alla lotta alla povertà nel Sud del mondo e in particolare in Africa.

Sulle orme del Matatu. Abbiamo seguito la prima tappa di Matatu attraverso il Sud Africa fino a Maputo, la capitale del Mozambico, dove il pulmino è rimasto fermo fino a ieri per poi attraversare da sud a nord il paese e quindi entrare in Malawi. Ma la prima tappa è stata a pochi chilometri dal centro di Johannesburg, a Soweto, la township dove è nata la resistenza all`apartheid, dove hanno vissuto Mandela, Tutu e Stephen Biko, e dove era stato organizzato un incontro con una Ong locale che si occupa delle persone colpite dall’Aids nella comunità. Il primo messaggio ai G8 è stato il loro, a testimonianza di 25 milioni di sieropositivi africani condannati dall`esclusione sociale, dalla povertà, dal prezzo inaccessibile dei farmaci indispensabili alla cura. Solo in SudAfrica il 10 % della popolazione è affetta da HIV/AIDS, questo significa che 4,69 milioni di sudafricani vivono con questa malattia.

Testimonianze. “Trovare un lavoro che mi permetta di vivere e far crescere i miei  fratelli tenendoli lontani dalla criminalità è difficile – racconta Subisio che lavora come animatore e insegnante di danza presso la Ong che visitiamo  -  Nostra madre se n' è andata dieci anni fa. Io avevo sedici anni, i miei fratelli erano piccolissimi. Da allora mi sono sempre preso cura io di loro. Siamo solo noi cinque, viviamo in una delle zone più violente di Soweto. Ogni mattina quando esco dalla mia baracca per venire al progetto e ogni sera, quando torno a dormire, i miei amici e vicini mi prendono in giro. Mi dicono "vai a farti sfruttare da quelli lì, a fare il pagliaccio con i bambini, quando potresti stare con noi a fumare e ubriacarti". Ma io non li ascolto, mi piace insegnare ai bambini a ballare e cantare, spiegare loro che ci sono  altre strade nella vita per guadagnarsi da vivere oltre a rubare".

Mozambico, madre e figlio Violenza e povertà. La township di Soweto è considerata uno dei luoghi più violenti del Sud Africa. Qui la fine dell’apartheid non ha mutato, neanche apparentemente, le condizioni di vita della popolazione di colore. Una distesa immensa di baracche e strade di terra sconnesse, fogne a cielo aperto, discariche. Passare dal centro moderno, ricco e indiscutibilmente a maggioranza bianco di Jhoannesburg, a questa baraccopoli grande come un capolugo italiano lascia senza fiato. Quello che divide questi due mondi è una manciata di chilometri di autostrada e un paio di miniere di diamanti. Soweto è nata così: il dormitorio per i lavoratori africani delle decine di miniere di questa zona. “La vedi quella? – ci indica un’attivista di di Humana People, la Ong che visitiamo – Lavora da anni, miliardi in diamanti. E qui non è rimasto che questo: Soweto”.

Miraggio di ricchezza. L’alba del giorno seguente ci sorprende sulla strada che attraversando il Kruger Park – forse la riserva naturale più conosciuta del Sud Africa – collega Johannesburg a Maputo. E` una zona turistica ambita, dove le fattorie dei bianchi Afrikaner  sono state trasformate in lussuosi villaggi turistici, agriturismi, punti di partenza per escursioni. Qui non si fa neanche finta che l’apartheid sia finito. Proprietari bianchi, personale nero. Macchine lussuose e pickup fatiscenti carichi di lavoratori a giornata. All’angolo di un incrocio un grande aereo da trasporto militare è stato trasformato in una sorta di enorme cartellone pubblicitario che reclamizza una società di pulizie. Mentre ci fermiamo per filmarlo ci passa accanto un camion con un gigantesco rimorchio bestiame pieno all’inverosimile di uomini, donne, bambini. Vengono da un’enorme piantagione che costeggia la strada. Una strada che più ci avviciniamo al confine con il Mozambico cancella ogni illusione. A lato della  strada, provenienti dal Mozambico, centinaia di lavoratori che a piedi si dirigono verso il centro più vicino. La loro destinazione, le miniere sudafricane o le piantagioni dei ricchi Afrikaner.

Emergenza salute.
Al confine ci accolgono i cartelli sul pericolo del colera, della campagna mozambicana contro l’aids – che in questa ex-colonia portoghese devastata da una delle forme più feroci e sconosciute di apartheid e poi piombato in sei anni di folle guerra civile ha raggiunto il 19,5% - una folla di persone sedute sotto il sole in attesa di un visto per il Sud Africa, un gruppo di attivisti rumorosamente “afro-latini” di ActionAid International, e le più improbabili pratiche burocratiche di dogana a cui essere umano possa essere sottoposto. “Benvenuti in Mozambico” escalama José Luis Garcia, uno spagnolo trapiantato qui da qualche anno, dopo alcune ore di trafila in dogana e poliziotti pericolosamente incuriositi dal contenuto del pullmino e in particolare dalle telecamere. E da quell momento, seguendo la strada che dall’altipiano sudafricano scende verso l’Oceano indiano, la nostra ottica muta ancora una volta radicalmente.

I bambini poveri della capitaleIn ginocchio. Questo è un paese che non è ancora riuscito a reagire e risollevarsi da una feroce guerra civile, strangolato da un debito estero enorme che assorbe circa il 60% del gettito del paese, con 8 milioni di malati di aids, migliaia di mutilati causati dal conflitto, decine di migliaia di profughi che non sono riusciti ancora a rientrare nelle proprie aree di origine. Un paese a cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario Internazionale hanno imposto una folle corsa alle privatizzazioni e alla liberalizzazione dei mercati, facendo collassare il già fragile sistema produttivo, come nel caso dell’industria della canna da zucchero e delle coltivazioni della castagna di cajù. “La nostra industria è stata polverizzata – racconta il direttore di una fabbrica di lavorazione della castagna di cajù che ha dovuto recentemente chiudere i battenti perche` non riusciva piu` a resistere alla fortissima concorrenza indiana - la privatizzazione ha letteralmente fatto precipitare una situazione già precaria. E le istituzioni internazionali hanno imposto al nostro governo questo modello senza dare nessuna contropartita. Nessun incentivo all’ammodernamento, alla ricerca, alle imprese, all’accesso al credito. Quella che abbiamo subito non è stata una liberalizzazione dei mercati, ma concorrenza sleale. L’unica cosa che dovevano imporre al nostro governo e invece non hanno fatto era l’abbattimento della tassa sull’esportazione, attualmente al 20%. E mentre cancellavano la nostra industria finanziavano quella indiana”.

"Rivogliamo il nostro fiume"
. Dopo aver percorso su strade sterrate alcune decine di chilometri, il pullmino raggiunge Moamba alle porte di Maputo dove l’equipaggio di Get On Board incontra una comunità di pescatori locali, i Motala. Questa comunità, da sempre dedita alla pesca, sembra destinata a scomparire in breve tempo a causa dell’inquinamento che colpisce il fiume che scorre vicino al loro villaggio e che rappresenta la loro principale ricchezza. Da queste acque ricavavano il pesce con cui sfamare le loro famiglie e poi destinato in parte al mercato. Causa dell’inquinamento, la presenza proprio sulle rive del fiume della Mozal Aluminium Company. L'impianto, presente in Mozambico dal 2001, produce ogni anno circa 250.000 tonnellate di lingotti di alluminio. Il processo di smaltimento dei rifiuti porta a disperdere nell'ambiente una sostanza altamente inquinante che si ritiene essere la principale causa dell'inquinamento dell’ecosistema fluviuale.  "Abbiamo bisogno di aiuto, non riusciamo più a far fronte da soli contro la Mozal - ci spiega uno dei pescatori Motala - da troppo tempo stiamo pagando a caro prezzo gli effetti negativi legati all'inquinamento progressivo delle acque. Vogliamo riavere il nostro fiume e poterlo usare per pescare, lavare e cucinare".

Fumo nero. Sullo sfondo del luogo dell’incontro le ciminiere della Mozal Aluminium Company liberano i propri fumi in atmosfera. Lungo la strada una fila di operai si avvia verso casa. E’ la fine del turno di lavoro. Nessuno di loro è uno dei Motala. Vengono quasi tutti da Maputo, a pochi chilometri da qui. Pochi per chi ha una macchina o ottiene un passaggio dalle poche macchine di passaggio, un`eternità per chi si farà la strada a piedi. E saranno la maggioranza.

Uno dei passeggeri del pullman di Action AidUn cinema nel nulla. E` notte quando Matatu attraversa le strade di Maputo. Quasi deserte, fatiscenti, pochi passanti sui marciapiedi sbrecciati e non illuminati. Passiamo davanti all’unico cinema, non di Maputo, ma di tutto il Mozambico. Danno un film statunitense di serie B uscito dalla distribuzione un anno fa. Davanti al cinema il deserto. La strada si anima solo davanti ai locali notturni frequentati dai pochi turisti, dagli operatori delle organizzazioni delle Nazioni Unite con sede a Maputo, dalla popolazione ricca di origine portoghese e dai figli degli innumerevoli funzionari pubblici del governo mozambicano. A un’incrocio un mendicante aspetta che si diradi il traffico prima di attraversare. Si sostiene a una stampella, la gamba mozzata sopra il ginocchio. Nei giorni successivi se ne incontreranno parecchi: sono le vittime di una guerra che ha lasciato tuttora milioni di mine anti-uomo sul territorio. Campi minati che dovevano essere bonificati, secondo gli accordi di pace siglati a Roma negli anni  ’90, dal governo italiano, ma che dopo anni di inspiegabili ritardi, sia nelle operazioni sul terreno che nell’erogazione dei finanziamenti sono ancora tutte sul terreno. Soldi stanziati dal nostro governo, annunciati, pubblicizzati, ma che non hanno dato nessun risultato. Nelle provincie settentrionali del paese, nei pressi dei pozzi, lungo le vie di comunicazione verso paesi confinanti come il Malawi e la Tanzania, nelle aree più frequentatate dai civili sia durante che dopo il conflitto, milioni di mine sono ancora interrate in attesa che qualcuno ci metta un piede sopra.
Benvenuti in Mozambico.
Categoria: Popoli, Salute
Luogo: Mozambico