Matatu è il suo nome in Swahili. Nome
ufficiale del progetto
Get On Board, anche se è evidente che il nome
Swahili diverrà in poco tempo quello più conosciuto qui in Africa. A
bordo sei attivisti di ActionAid International: una ragazza e un
ragazzo dal Kenia, un’olandese nata a Nairobi, un inglese
allampanato e un “motorista” dalla Tanzania. Attraverseranno Sud
Africa, Mozambico, Malawi, Tanzania, Uganda e Kenia per poi imbarcarsi
verso l’Italia e da qui raggiungere l’Inghilterra in occasione del
prossimo G8 in Scozia. Il loro obiettivo è quello di raccogliere le
voci delle comunità locali africane, delle Ong, dei movimenti sociali
di questo enorme continente per poi presentarle in occasione del
meeting degli otto paesi più ricchi del pianeta e cercare di farle emergere all’interno
del
difficile dibattito interno che attraversa questa istituzione in
relazione alla lotta alla povertà nel Sud del mondo e in particolare
in Africa.
Sulle orme del Matatu. Abbiamo seguito la prima tappa di Matatu attraverso il Sud Africa fino
a Maputo, la capitale del Mozambico, dove il pulmino è rimasto fermo fino
a ieri per poi attraversare da sud a nord il paese e quindi
entrare in Malawi. Ma la prima tappa è stata a pochi chilometri dal
centro di Johannesburg, a Soweto, la
township dove è nata la
resistenza all`apartheid, dove hanno vissuto Mandela, Tutu e Stephen
Biko, e dove era stato organizzato un incontro con una Ong locale
che si occupa delle persone colpite dall’Aids nella comunità. Il primo
messaggio ai G8 è stato il loro, a testimonianza di 25 milioni di
sieropositivi africani condannati dall`esclusione sociale, dalla
povertà, dal prezzo inaccessibile dei farmaci indispensabili alla
cura. Solo in SudAfrica il 10 % della popolazione è affetta da
HIV/AIDS, questo significa che 4,69 milioni di sudafricani vivono con
questa malattia.
Testimonianze. “Trovare un lavoro che mi permetta di vivere e far crescere i
miei fratelli tenendoli lontani dalla criminalità è difficile –
racconta Subisio che lavora come animatore e insegnante di danza presso
la Ong che visitiamo - Nostra madre se n' è andata dieci
anni fa. Io avevo sedici anni, i miei fratelli erano piccolissimi. Da
allora mi sono sempre preso cura io di loro. Siamo solo noi cinque,
viviamo in una delle zone più violente di Soweto. Ogni mattina quando
esco dalla mia baracca per venire al progetto e ogni sera, quando torno
a dormire, i miei amici e vicini mi prendono in giro. Mi dicono "vai a
farti sfruttare da quelli lì, a fare il pagliaccio con i bambini,
quando potresti stare con noi a fumare e ubriacarti". Ma io non li
ascolto, mi piace insegnare ai bambini a ballare e cantare, spiegare
loro che ci sono altre strade nella vita per guadagnarsi da
vivere oltre a rubare".
Violenza e povertà. La township di Soweto è considerata uno dei luoghi più violenti del
Sud Africa. Qui la fine dell’apartheid non ha mutato, neanche
apparentemente, le condizioni di vita della popolazione di colore. Una
distesa immensa di baracche e strade di terra sconnesse, fogne a cielo
aperto, discariche. Passare dal centro moderno, ricco e
indiscutibilmente a maggioranza bianco di Jhoannesburg, a questa
baraccopoli grande come un capolugo italiano lascia senza fiato. Quello
che divide questi due mondi è una manciata di chilometri di autostrada
e un paio di miniere di diamanti. Soweto è nata così: il dormitorio
per i lavoratori africani delle decine di miniere di questa zona. “La
vedi quella? – ci indica un’attivista di di Humana People, la Ong che
visitiamo – Lavora da anni, miliardi in diamanti. E qui non è rimasto
che questo: Soweto”.
Miraggio di ricchezza. L’alba del giorno seguente ci sorprende sulla strada che attraversando
il Kruger Park – forse la riserva naturale più conosciuta del Sud
Africa – collega Johannesburg a Maputo. E` una zona turistica ambita,
dove le fattorie dei bianchi Afrikaner sono state trasformate in
lussuosi villaggi turistici, agriturismi, punti di partenza per
escursioni. Qui non si fa neanche finta che l’apartheid sia finito.
Proprietari bianchi, personale nero. Macchine lussuose e pickup
fatiscenti carichi di lavoratori a giornata. All’angolo di un incrocio
un grande aereo da trasporto militare è stato trasformato in una sorta
di enorme cartellone pubblicitario che reclamizza una società di
pulizie. Mentre ci fermiamo per filmarlo ci passa accanto un camion con
un gigantesco rimorchio bestiame pieno all’inverosimile di uomini,
donne, bambini. Vengono da un’enorme piantagione che costeggia la
strada. Una strada che più ci avviciniamo al confine con il Mozambico
cancella ogni illusione. A lato della strada, provenienti dal Mozambico, centinaia di lavoratori che a
piedi si dirigono verso il centro più vicino. La loro destinazione, le
miniere sudafricane o le piantagioni dei ricchi Afrikaner.
Emergenza salute. Al confine ci accolgono i cartelli sul pericolo del colera, della
campagna mozambicana contro l’aids – che in questa ex-colonia
portoghese devastata da una delle forme più feroci e sconosciute di
apartheid e poi piombato in sei anni di folle guerra civile ha
raggiunto il 19,5% - una folla di persone sedute sotto il sole in
attesa di un visto per il Sud Africa, un gruppo di attivisti
rumorosamente “afro-latini” di ActionAid International, e le più
improbabili pratiche burocratiche di dogana a cui essere umano possa
essere sottoposto. “Benvenuti in Mozambico” escalama José Luis Garcia,
uno spagnolo trapiantato qui da qualche anno, dopo alcune ore di
trafila in dogana e poliziotti pericolosamente incuriositi dal
contenuto del pullmino e in particolare dalle telecamere. E da quell
momento, seguendo la strada che dall’altipiano sudafricano scende verso
l’Oceano indiano, la nostra ottica muta ancora una volta radicalmente.
In ginocchio. Questo è un paese che non è ancora riuscito a reagire e risollevarsi
da una feroce guerra civile, strangolato da un debito estero enorme che
assorbe circa il 60% del gettito del paese, con 8 milioni di malati di
aids, migliaia di mutilati causati dal conflitto, decine di migliaia di
profughi che non sono riusciti ancora a rientrare nelle proprie aree di
origine. Un paese a cui la Banca Mondiale e il Fondo monetario
Internazionale hanno imposto una folle corsa alle privatizzazioni e alla
liberalizzazione dei mercati, facendo collassare il già fragile sistema
produttivo, come nel caso dell’industria della canna da zucchero e
delle coltivazioni della castagna di
cajù. “La nostra industria è
stata polverizzata – racconta il direttore di una fabbrica di
lavorazione della castagna di
cajù che ha dovuto recentemente chiudere
i battenti perche` non riusciva piu` a resistere alla fortissima
concorrenza indiana - la privatizzazione ha letteralmente fatto
precipitare una situazione già
precaria. E le istituzioni internazionali hanno imposto al nostro
governo questo modello senza dare nessuna contropartita. Nessun
incentivo all’ammodernamento, alla ricerca, alle imprese, all’accesso
al credito. Quella che abbiamo subito non è stata una liberalizzazione
dei mercati, ma concorrenza sleale. L’unica cosa che dovevano imporre
al nostro governo e invece non hanno fatto era l’abbattimento della
tassa sull’esportazione, attualmente al 20%. E mentre cancellavano la
nostra industria finanziavano quella indiana”.
"Rivogliamo il nostro fiume". Dopo aver percorso su strade sterrate alcune decine di chilometri, il
pullmino raggiunge Moamba alle porte di Maputo dove l’equipaggio di Get
On Board incontra una comunità di pescatori locali, i Motala. Questa
comunità, da sempre dedita alla pesca, sembra destinata a scomparire
in breve tempo a causa dell’inquinamento che colpisce il fiume che
scorre vicino al loro villaggio e che rappresenta la loro principale
ricchezza. Da queste acque ricavavano il pesce con cui sfamare le loro
famiglie e poi destinato in parte al mercato. Causa
dell’inquinamento, la presenza proprio sulle rive del fiume della Mozal
Aluminium Company. L'impianto, presente in Mozambico dal 2001, produce
ogni anno circa 250.000 tonnellate di lingotti di alluminio. Il
processo di smaltimento dei rifiuti porta a disperdere nell'ambiente
una sostanza altamente inquinante che si ritiene essere la principale
causa dell'inquinamento dell’ecosistema fluviuale. "Abbiamo
bisogno di aiuto, non riusciamo più a far fronte da soli contro la Mozal - ci
spiega uno dei pescatori Motala - da
troppo tempo stiamo pagando a caro prezzo gli effetti negativi legati
all'inquinamento progressivo delle acque. Vogliamo riavere il nostro
fiume e poterlo usare per pescare, lavare e cucinare".
Fumo nero. Sullo sfondo del luogo dell’incontro le ciminiere della Mozal Aluminium
Company liberano i propri fumi in atmosfera. Lungo la strada una fila
di operai si avvia verso casa. E’ la fine del turno di lavoro. Nessuno
di loro è uno dei Motala. Vengono quasi tutti da Maputo, a pochi
chilometri da qui. Pochi per chi ha una macchina o ottiene un passaggio
dalle poche macchine di passaggio, un`eternità per chi si farà la
strada a piedi. E saranno la maggioranza.
Un cinema nel nulla. E` notte quando Matatu attraversa le strade di Maputo. Quasi deserte,
fatiscenti, pochi passanti sui marciapiedi sbrecciati e non illuminati.
Passiamo davanti all’unico cinema, non di Maputo, ma di tutto il
Mozambico. Danno un film statunitense di serie B uscito dalla
distribuzione un anno fa. Davanti al cinema il deserto. La strada si
anima solo davanti ai locali notturni frequentati dai pochi turisti,
dagli operatori delle organizzazioni delle Nazioni Unite con sede a
Maputo, dalla popolazione ricca di origine portoghese e dai figli degli
innumerevoli funzionari pubblici del governo mozambicano. A un’incrocio
un mendicante aspetta che si diradi il traffico prima di attraversare.
Si sostiene a una stampella, la gamba mozzata sopra il ginocchio. Nei
giorni successivi se ne incontreranno parecchi: sono le vittime di una
guerra che ha lasciato tuttora milioni di mine anti-uomo sul
territorio. Campi minati che dovevano essere bonificati, secondo gli
accordi di pace siglati a Roma negli anni ’90, dal governo italiano, ma che dopo anni di inspiegabili
ritardi, sia nelle operazioni sul terreno che nell’erogazione dei
finanziamenti sono ancora tutte sul terreno. Soldi stanziati dal nostro
governo, annunciati, pubblicizzati, ma che non hanno dato nessun
risultato. Nelle provincie settentrionali del paese, nei pressi dei
pozzi, lungo le vie di comunicazione verso paesi confinanti come il
Malawi e la Tanzania, nelle aree più frequentatate dai civili sia
durante che dopo il conflitto, milioni di mine sono ancora interrate in
attesa che qualcuno ci metta un piede sopra.
Benvenuti in Mozambico.