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Ore 17 (15 in Italia) si chiudono i seggi elettorali in Iraq e, dicono i dirigenti elettorali, "non ci saranno estensioni". La partita verso il raggiungimento della democrazia istituzionale sembra essersi chiusa nel giorno in cui a minare l'esercizio del diritto di voto degli iracheni ci hanno pensato i colpi di mortaio esplosi dai terroristi sulla gran parte del territorio nazionale. Al Qaeda aveva minacciato tutti già da qualche settimana: "bisogna disertare le urne". Il monito è stato ribadito nella giornata pre-elettorale del 5 marzo dedicata al suffraggio di Militari, pazienti degli ospedali e reclusi. In quelle ore sono stati uccise quattro persone alle quali si sarebbero aggiunte, solo ieri, altre tre vittime causate dall'esplosione di un'autobomba a Najaf. Oggi si è replicato in modo massiccio, così massiccio che la maggior parte dei media occidentali ha già definito il 7 marzo come il giorno delle "elezioni di sangue".
Apertura col botto. Pochi istanti prima dell'apertura dei seggi a Baghdad quattro esplosioni hanno rimbombato per l'intera capitale. Non è stata risparmiata nemmeno la Green zone, l'area blindata degli edifici governativi e dell'ambasciata statunitense. Alla deflagrazione dei primi ordigni sono seguiti diversi colpi di mortaio che hanno fatto crescere di ora in ora il tragico bollettino di guerra riguardante il numero degli elettori rimasti uccisi dal fuoco degli estremisti. Ciò, nonostante l'attivazione del blocco del traffico automobilistico nelle grandi città imposto dalle autorità di sicurezza fin dalle 22 di ieri e successivamente reso obbligatorio per i soli mezzi pesanti. Alla vigilia delle elezioni le probabilità di perdite fra i civili rimanevano, tuttavia, molto alte a causa delle disposizioni di sicurezza che incaricavano del controllo delle operazioni di voto le sole forze della polizia di Stato le quali, nella sola Baghdad, erano circa 200mila. Le truppe statunitensi ancora presenti nello Stato non hanno, infatti, preso parte al piano di vigilanza limitandosi a monitorare con gli elicotteri d'assalto Apache la zona nei pressi del fiume Tigri. Dopo diversi spacci d'agenzia il numero delle vittime finora accertato resta fermo a 38 mentre sarebbero circa un centinaio i feriti.
Il coraggio del popolo. È stato dimostrato dall'alta affluenza alle urne. Nonostante le minacce, tramutatesi poi in morti reali, gli iracheni hanno raggiunto le sedi elettorali sprezzanti di qualsiasi pericolo e consapevoli della solennità del momento storico per il paese. "Queste esplosioni sono per noi come fuochi d'artificio e non mi impediranno di partecipare alle elezioni" ha raccontato al New York Times Muna Ahmed un'impiegata governativa di 37 anni che verso mezzogiorno si è recata a votare portandosi dietro la figlia di soli 10 anni. Come Muna molti altri cittadini hanno affrontato lo tzunami provocato dai razzi katiuscia dei terroristi a bordo della precaria zattera rappresentata dai loro certificati elettorali. Per loro la vittoria, oltre ogni possibile risultato politico, è stata quella di aver raggiunto un luogo sicuro con il dito sporco di inchiostro indelebile segno che, in un modo o nell'altro, sono riusciti a sopravvivere dopo aver espletato il loro sacrosanto diritto di voto.
Messaggi dei candidati. Per i 325 scranni parlamentari concorronno 6.218 candidati (fra cui 1.801 donne). Poco prima che si verificassero gli episodi di violenza Ayad Allawi, primo premier nel post-Saddam e uno dei papabili vincitori, è apparso in televisione per dichiarare: "Voi sapete che gli iracheni non hanno paura - ha sostenuto - Non saranno spaventati dai carri armati, dagli attentati e dalle esplosioni. Hanno combattuto gli inglesi, come è noto, con semplici armi e spazzato via l'impero britannico. Quindi questa intimidazione non funziona". Subito dopo le esternazioni di Allawi ha parlato il principale candidato, e attuale primo ministro, Nouri Kamal Al-Maliki che ha commentato i primi disordini sostentendo: "Nonostante questa campagna (intimidatoria), la gente sta andando a votare - ha chiosato il capo del governo - Di solito, le belle giornate nella vita arrivano dopo la fatica e le difficoltà ... il lavoro duro, produce un risultato più soddisfacente".
Oggi gli iracheni hanno dimostrato di riuscire ad affrontare il più duro dei lavori, schivare la morte, nella speranza di raggiungere il più agognato dei risultati per un popolo in guerra da sette anni: la democrazia. Quello che si spera, ora, è che ne sia veramente valsa la pena.
Antonio Marafioti