05/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



In apertura dell'annuale Assemblea nazionale del popolo dal primo ministro Wen Jiabao promette di ridurre le disparità sociali e puntare verso "la società armoniosa".

di Gabriele Battaglia
Cina mondo globalizzazione

Il dado è tratto: la Cina vira dalla crescita a tutti i costi alla crescita equilibrata, verso quella "società armoniosa" che è il progetto politico della presidenza di Hu Jintao. Almeno a parole. Le parole, nella fattispecie, sono state pronunciate dal primo ministro Wen Jiabao in apertura dell'annuale Assemblea nazionale del popolo, in un discorso che ha delineato le politiche per l'anno in corso.
In sintesi: ridurre le disparità sociali mantenendo inalterata la crescita del Pil (almeno all'8%).

Si tratta quindi di redistribuire la ricchezza in un anno che - parole di Wen - sarà "cruciale, ma complicato". Come? Si punta sulla crescita interna, cioè al trasferimento di risorse verso i nuclei famigliari. Il discorso arriva all'indomani della pubblicazione di dati che rilevano l'accresciuto gap tra ricchi e poveri. Nel 2009 - scrive il China Daily citando l'Ufficio nazionale di statistica - il reddito netto pro capite ammontava a 17.175 yuan (circa 1.850 euro) nelle città, contro i 5.153 (550) delle campagne. Più del triplo. Si tratta del gap più alto registrato negli ultimi 32 anni e il governo cinese teme che le tensioni sociali possano provocare danni ben più gravi dei già numerosissimi "incidenti" (circa 90mila all'anno) che si registrano oltre Muraglia.

Wen Jiabao ha quindi annunciato che verrà aumentato il budget per l'edilizia popolare (14,8%), l'educazione (9), la salute (8,8) e le pensioni (8,7). L'incremento medio delle diverse spese sociali supera così per la prima volta la crescita della spesa militare, che per il 2010 è prevista del 7,5%.

In questo quadro si colloca l'ennesima tappa nello smantellamento del passato maoista.Wen ha infatti anticipato che sarà riformato l'Hukou, il sistema di residenza obbligatoria.
Un editoriale unificato comparso nei giorni scorsi su diverse testate nazionali ne chiedeva l'abolizione tout court, ma è probabile che ci si arriverà grafdualmente, in un processo che durerà per tutto il
prossimo piano quinquiennale al via l'anno venturo. Il sistema, introdotto da Mao nel 1958, mirava a impedire un'urbanizzazione troppo violenta e vincolava i cinesi al proprio luogo natale, separandoli in cittadini e rurali. A questa suddivisione corrispondono diversi standard in termini di servizi sociali.

Tuttavia, negli ultimi 20 anni, l'offerta di lavoro nell'industria ha attirato nelle grandi città dell'est masse di migranti dalle campagne. Arrivati in città, costoro si trovano privati di qualsiasi servizio
sociale proprio in quanto non residenti. Sono così "carne da lavoro" senza diritti, come l'accesso al sistema sanitario e l'istruzione per i figli.
Wen non ha esposto misure concrete per la riforma del sistema ed è probabile che all'inizio un diritto di residenza più flessibile e aperto sarà introdotto in via sperimentale in alcune città minori.

C'è tuttavia una chiara dichiarazione d'intenti e la via che sembra essere stata scelta - migliorare il sistema del welfare - dovrebbe favorire il ceto medio urbano e i poveri. In attesa che, raggiunto un
certo livello di benessere, costoro ricambino come esercito di consumatori e serbatoio di consenso.

 

Parole chiave: Cina
Categoria: Diritti, Politica, Economia
Luogo: Cina