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“Alla cerimonia per la ricostruzione del ponte io c’ero, ma in prima fila ho
visto sorridere e applaudire gli stessi croati che erano lì a gioire e a festeggiare
quando il ponte di Mostar è stato abbattuto. Questo tipo di riconciliazione non
la condivido, per me è difficile parlare di un nuovo inizio.”
Dario Terzic esprime senza mezzi termini la sua disillusione. Dario non è un
cittadino di Mostar come gli altri. Lui è un croato che vive e lavora tra i musulmani.
Lo fa adesso, ma lo faceva anche quando le due parti della città si sparavano
addosso. Lo faceva anche quando veniva considerato un traditore da entrambe le
parti.
Dario ha fondato Radio Mostar e l’ha portata avanti durante la guerra. Croato
tra i musulmani assediati. Per i nazionalisti croati era un traditore ma, come
sottolinea lui stesso, “non ho rimpianti. La guerra ti costringe a scelte obbligate,
la mia è stata quella di rischiare la pelle per un dialogo in cui credevo e, nonostante
tutto, credo ancora”.
La stazione degli autobus di Mostar è circondata da alcuni monti. Su uno di questi
campeggia una serie di massi che formano un disegno del ponte e una scritta: BiH
volimo te. Tradotto significa La Bosnia Erzegovina ti vuole. Riferito al ponte,
ovviamente. Sono stati accontentati. La popolazione di Mostar aspettava dal 9
novembre 1993 di vedere di nuovo in piedi il ponte a ‘schiena d’asino’che univa le due rive della Neretva dal 1566, abbattuto dall’artiglieria
croato-bosniaca durante la guerra.
Il 23 luglio 2004 ‘il vecchio’(come i mostarini chiamano lo Stari Most) è stato
riaperto al pubblico con una cerimonia festosa. Un simbolo di unità e di dialogo
che torna a mostrarsi con tutto il suo carico simbolico. Un’unione tra la parte
ovest della cittadina, quella abitata dai croati, e quella est, abitata dai musulmani.
È davvero così?
“Per capire Mostar oggi basta andare al Liceo Gymnasia. Dopo la guerra era frequentato
solo da studenti croati. Dall’inizio di quest’anno scolastico è aperto ai ragazzi
musulmani. Una bella cosa, ma la realtà è che i ragazzi frequentano classi diverse.
Questa non è riconciliazione”, spiega Terzic.
Sempre più questo stare insieme per forza sembra un’immagine da far passare a
tutti i costi. “Tra quattro giorni i cittadini di Mostar vanno alle urne”, spiega
il giornalista, “si vota con le regole del nuovo statuto, quello imposto dalla
comunità internazionale. La verità è che qui non ci capisce niente nessuno. In
parole povere l’obiettivo è quello di eleggere un’amministrazione unica, che sostituisca
le sei municipalità che oggi governano Mostar. Le riforme, sulla carta, sono assolutamente
apprezzabili, ma non credo che bastino delle leggi imposte per cambiare la testa
della gente. Adesso conviviamo con una burocrazia assurda, ma i cambiamenti non
si possono fare solo sulla carta
Stare assieme, convivere nel rispetto reciproco resta un miraggio per Terzic.
Nessuno può saperlo meglio di lui. “Dormo nella parte ovest, dove abito, ma tutte
le mattine vado nella parte est, dove lavoro. Vedo ogni giorno decine di facce
di ragazzi musulmani che incontro da anni, ma le stesse facce non le ho mai viste
dall’altra parte. Nessuno per prendere un caffè o per fare la spesa attraversa
il ponte. Nessuno. Possiamo chiamare questa convivenza?”
Il problema è che le ferite della guerra sanguinano ancora, perc hé “tutti i croati che si sono macchiati di crimini orrendi, che hanno distrutto
la loro stessa città sono ancora liberi. Hanno pagato i pesci piccoli”, sottolinea
Terzic, “questa non è riconciliazione. Non è un caso che le formazioni che sono
in vantaggio nei sondaggi per le prossime elezioni sono quelle nazionaliste, dell’una
e dell’altra parte”.
Non c’è proprio nulla da salvare? “L’aspetto positivo è quello dell’attenzione
che è tornata su Mostar grazie all’inaugurazione del ponte restaurato”, dice Dario,
“dopo anni abbiamo cominciato a vedere di nuovo i turisti e questo non può che
fare bene a tutti noi. In certi casi ho visto anche qualcuno degli abitanti, timidamente,
affacciarsi per vedere il ponte restituito alla città, ma sembravano turisti per
caso. La comunicazione e la convivenza, quelle vere, sono molto lontane. Non sono
le riforme imposte che possono accelerarla”.
“Io credo che il punto di vista dei mostarini sia ancora quello di prima della
ricostruzione del ponte”, dice il giornalista, “ritengo che l’unica eccezione
sia rappresentata da un gruppo di persone che lavorano per le ong o per le strutture
delle organizzazioni come l’OSCE. Loro sembrano essersi autoconvinte della bontà
di tutto questo, si ripetono fino alla nausea che la democrazia è arrivata e che
adesso tutto può solo migliorare”.
Dario Terzic non lascia molto spazio alla speranza, ma tiene a sottolineare:
“Sono solo realista non pessimista. Il dialogo e la convivenza si ricercano con
la fatica, l’impegno. Non provengono da ricette prestabilite da qualcun altro.
Ho sempre creduto nella Bosnia Erzegovina, un Paese dove musulmani e croati bosniaci
potessero convivere pacificamente. Allo stesso tempo ho sempre detto ai miei connazionali
croati nazionalisti che non avevo nulla da spartire con loro. Tanto quanto non
ho nulla a che spartire con i musulmani nazionalisti. Io non vivo diviso, vivo
da tutte e due le parti. È diverso”.
Christian Elia