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Parliamoci chiaro. Uno entra a Scampìa, il luogo epico della Gomorra di Saviano e di Garrone, e s'aspetta solo terra bruciata. Talmente sinistra è la fama che le vicende di camorra hanno guadagnato a questo quartiere napoletano, che l'ignaro visitatore, con l'immaginario appiattito sull'aspettativa di un degrado totale, rimane spiazzato nello scoprire che Scampìa è anche un'altra cosa. Che Scampìa è anche una riserva indiana dell'umanità spicciola, un'ultima frontiera della lotta e dell'impegno per i diritti umani e politici, una sacca persistente di pratiche di partecipazione politica dal basso.
Quasi nessuno ha mai saputo spingersi oltre il dark side di questa città nella città, per scoprire cosa di più profondo vi si muovesse, invisibile allo sguardo superficiale della comunicazione mass-mediatica. Per caso qualche giornalista vi ha mai raccontato del ribollire di associazioni e gruppi che, quotidianamente e volontariamente, lavorano sodo nel quartiere, per ridare dignità e speranza a chi lo abita? Forse che i frequenti reportages abbiano mai messo in luce, magari a margine delle loro descrizioni da inferno dantesco, la resistenza sociale di chi non si è mai arreso a considerare Scampìa una causa definitivamente persa? È mai incidentalmente accaduto che qualche politico abbia fatto cenno, per esempio, alla Scuola-Giungla che i volontari di "Chi rom e...chi no" hanno tirato su, ormai da anni, in una baracca nel cuore del campo nomadi che sorge alla periferia della periferia? Si è mai verificato che qualche troupe televisiva abbia osato esulare dal cliché dei triti e ritriti carnevali di Venezia, di Viareggio, di Putignano, per portare alla ribalta il carnevale a sfondo sociale che dal 1983 il GRIDAS, Gruppo Risveglio dal Sonno, organizza lungo le vie di questa ghetto all'italiana?
Alle 10 del 14 febbraio, ultima domenica di Carnevale, c'è pieno fermento nello spiazzo davanti al condominio che, occupato da quasi trent'anni, costituisce la sede del GRIDAS. La pioggia sottile e insistente non è un impedimento rilevante al corteo che presto sfilerà, come da 28 anni a questa parte, lungo le strade del quartiere più biasimato d'Italia. Nugoli di persone si raccolgono attorno ai vari carri per gli ultimi ritocchi. Uomini, donne, giovani, anziani ma, più di tutti, bambini e bambine colorano la scena. Sullo sfondo, sotto il portico di questa ex casa popolare da anni prestata alla collettività e che oggi viene reclamata dall'ente proprietario, campeggia il murales che distilla il senso di questa e di tutte le altre mobilitazioni che il GRIDAS e gli altri gruppi sollecitano nel quartiere: una folla di persone e sulla loro testa lo slogan "Decidiamo Insieme". Daniela, una delle animatrici, spiega che la tradizione del corteo, a Scampìa, è sentita da tutti. Persino lo spaccio si ferma quando il corteo attraversa le zone calde della criminalità organizzata, come per una specie di tàcita tregua; è quasi un paradossale attestato di stima verso chi il quartiere prova a redimerlo, da parte di chi, invece, concorre a renderlo invivibile. Per Martina Pignataro quest'appuntamento serve per ragionare e riflettere, in maniera creativa, su quanto è successo nell'anno precedente a Scampìa e nel resto del mondo. "È un'occasione ulteriore per svegliarsi dal sonno e prendere coscienza della situazione; un modo per riappropriarci delle nostre strade, del nostro quartiere" dice Martina, mentre gli occhi le sorridono per l'emozione di veder rivivere anche quest'anno una creatura inventata di sana pianta, anni or sono, da suo padre Felice.
Quando il corteo si muove e prendono vita i carri -costruiti nei laboratori delle associazioni con materiali di risulta e riciclati- persino la strada si trasforma e diventa un mare. Il tema che ispirava il carnevale di quest'anno era, infatti, "Asili An-negati/Percorsi Ritrovati", con un esplicito riferimento ai respingimenti in mare degli immigrati, così condannati all'annegamento. Ma con l'allusione, evidente nelle realizzazioni, anche ai diritti negati dei cittadini; da quelli più elementari, come l'accesso all'acqua, a quelli più politici, come l'estromissione dalle scelte che riguardano la collettività, dalla Tav in poi. I percorsi ritrovati sono invece le istanze che nascono dal basso, le scelte partecipate e sostenibili, le regole a misura d'uomo.
I carri scorrono lentamente tra i palazzi e la gente affacciata alle finestre, lungo il percorso che da via Monte Rosa approderà allo spiazzo del campo nomadi dove, tra montagne di immondizia (...ah! Ecco dov'era finita quella del centro storico), verranno bruciati in un unico fuoco. In testa la nave dei pirati, da dove fanno capolino le facce dei governanti, i fusti radioattivi, i tomi di leggi ad personam e a posto delle vele, le veline. A seguire la zattera delle lotte civili e dei diritti, di chi per stare a galla si fa collettività, dai "No Dal Molin" ai comitati per l'acqua pubblica o per la gestione legale dei rifiuti. Poi barchette di cartone, vascelli corsari e infine la tartaruga gigante, simbolo della libera circolazione delle persone, poichè pur essendo una carretta-carretta può attraversare i mari senza rischi di respingimento. A proteggere la processione, la chiude san ghetto, protettore delle periferie.
Chi se l'è inventato 28 anni fa, questo carnevale così anomalo, ormai riposa in pace. Ma nemmeno tanto. Infatti il nome di Felice Pignataro è sulla bocca e nella memoria di tutti, da queste parti. Eravamo agli inizi degli anni '80 e questo visionario dal colore facile e con la fissazione degli "ultimi", che andava infestando i muri delle periferie napoletane di murales provocatori, fondò il GRIDAS con sua moglie Mirella. Volevano suonare la sveglia al quartiere, dare una scossa alle coscienze addormentate. Felice è morto nel 2004 per un tumore polmonare. Ma il suo lavoro, la sua associazione, i suoi graffiti, il suo carnevale sono vivi. Vegeti .
Quando il corteo passa per l'arteria principale di Scampìa, sulla soglia di un bar, un uomo sornione e baffuto si lamenta del traffico bloccato con un amico, il quale gli replica che è da quasi un trentennio che la sfilata fa quel percorso. E il baffo: "e in 30 anni non si sono ancora organizzati?"
Giampaolo Paticchio
Foto: Doffo/Garçia Serrano