04/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel mondo dell call center si incontra un universo che fatica ad ottenere visibilità e il rispetto dei propri diritti

“Abitavo a Milano con mio fratello, ma da quando non ricevo lo stipendio, ci siamo dovuti trasferire a Lomazzo, in provincia di Como. Con una sola busta paga non era più possibile sostenere le spese di un appartamento a Milano”. A raccontarlo è Francesk Fusha di 24 anni, arrivato dall'Albania. Da quattro anni lavora al call center di via Mentana, assunto con un contratto a tempo indeterminato, per mantenersi gli studi in Scienze politiche alla Statale di Milano.

“E' capitato tutto molto in fretta – prosegue il ragazzo -. Prima dell'estate del 2009 lavoravamo parecchio, ricevevamo anche 17 chiamate all'ora per persona. Pian piano sono diventate due. Abbiamo perso la commessa con Telecom e da quel momento non c'è stata pace”. Francesk racconta con rammarico quanto sia stato duro vivere in questi mesi, quando non aveva i soldi per la spesa, la benzina e ogni minimo acquisto diventava un problema. Attorno a lui quattro colleghi con cui il giovane albanese ha assistito all'assemblea, scambiandosi di continuo pareri e informazioni di vario genere. “Mi sono sentito un peso – afferma - ho sempre lavorato per essere indipendente. Improvvisamente mi sono trovato a dipendere da mio fratello, a fare il mantenuto. Penso di aver vissuto il momento peggiore durante le vacanze di Natale. Ero solo, disperato, non avevo nemmeno i soldi per tornare a casa e salutare la mia famiglia che non vedo da tempo. Per fortuna questa brutta esperienza mi è servita per stringere dei legami più forti con alcuni colleghi e diventare amici”.

La storia di Fusha è drammatica, così come quella di un altro lavoratore straniero, Karim El Hanzouri, padre di due figlie e originario del Marocco, in Italia da 21 anni. Ci tiene che il suo nome venga scritto e mi mostra con fierezza un documento, per evitare sbagli. Karim non solo lavora come portiere alla Phonemedia, ma con la sua famiglia vive nei locali dell'azienda, ormai da dieci anni. “Prima stavo a Bellusco, in Brianza, dove lavoravo come capo magazziniere – spiega –. Poi i dirigenti di Teleprofessional, allora proprietari del call center, mi hanno proposto di assumere me e mia moglie, a patto che mi trasferissi a vivere nell'azienda. Il problema è che non ci è mai stato consegnato un contratto, ma una lettera aziendale con cui mi veniva garantito l'alloggio, fino a quando avrei lavorato. Quando sono cambiati i proprietari, è stato scoperto che la nostra casa non era in regola, perché ad uso ufficio. Ho fatto diverse domande al comune per ottenere la casa popolare o quella d'emergenza, ma non ho mai ricevuto risposta.”. Karim, di corporatura esile, ha il viso provato, stanco. Mentre racconta, gesticola con le mani, quasi che le parole non fossero sufficienti a rendere il suo sdegno per quello che ha vissuto. Lo sguardo è vivo, ma tradisce le sue preoccupazioni di padre e marito. “Mia moglie – conclude - che era assunta a tempo indeterminato, quando è subentrata la Phonemedia si è licenziata a causa delle continue pressioni che subiva. Ora è depressa, sta male. A gennaio ci è stato comunicato lo sfratto e non sappiamo dove andare”.

Benedetta Guerriero

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