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Nell'universo del call center si incrociano mondi e destini che spesso non avrebbero altra occasione di contatto. A vendere, fare assistenza clienti o sondaggi telefonici sono chiamati personaggi con alle spalle vissuti molto diversi. Così anche alla Raf di Monza, dove, però, il denominatore comune di tutte le storie è costituito dallo sgomento per l'atteggiamento degli ex proprietari dell'azienda.
“Non hanno avuto rispetto di noi come persone – afferma Antonella Buonanno, una dipendente -. E' stata una presa in giro fin dall'inizio. Gli amministratori sapevano già l'esito disastroso della vicenda, eppure hanno continuato a illuderci, facendoci promesse che sapevano non sarebbero state mantenute”. Antonella, che oggi ha 31 anni, ha un sorriso molto dolce, aperto. Ha voglia di raccontare quello che ha vissuto in questi mesi terribili, le umiliazioni, l'angoscia e l'apprensione per un futuro instabile. Antonella ha lasciato Caltanissetta quattro anni fa per trasferirsi a Monza alla ricerca di un impiego. Il passaggio è brusco, ma chi ha bisogno di lavorare, è disposto a fare dei sacrifici. “Non mi aspettavo di vivere un'esperienza simile al Nord – prosegue Antonella -. Pensavo che certe situazioni capitassero solo in Sicilia, dove almeno c'è la scusa della mafia, ma non qui. Molti hanno scoperto che l'azienda non aveva nemmeno versato i contributi e tra di noi non è stato facile andare d'accordo. Non sono mancate le tensioni, i licenziamenti per giusta causa. Qualcuno ha perfino continuato a lavorare”. Mentre pronuncia queste parole, la giovane lancia uno sguardo severo e di rimprovero verso gli uffici. Attraverso i vetri sporchi e opachi si intravedono una decina di impiegati impegnati al telefono. “Appena ho saputo del commissariamento – conclude - non ho trattenuto le lacrime e ho pianto per la felicità. Non ne potevo più. Questi mesi sono stati traumatici e non solo dal punto di vista economico”.
L'incredulità di Antonella si ritrova anche nelle parole di Nunzia Quaranta, madre di due bambini. La bimba più grande, cinque anni e due lunghe trecce bionde, ha accompagnato la mamma all'assemblea e, nonostante l'età, ascolta con attenzione i discorsi dei sindacalisti e le domande degli altri lavoratori. Ogni tanto si distrae, inizia a viaggiare con lo sguardo e a esplorare la stanza. L'emergenza in azienda è iniziata quando sua madre era in maternità. Per questa ragione Nunzia non ha avuto accesso agli assegni familiari. “Con due figli piccoli a carico – afferma – non ho potuto partecipare da subito a presidi e manifestazioni, ma da gennaio mi sono unita ai miei colleghi. Per fortuna mio marito non ha perso il posto e, anche se a fatica, ce l'abbiamo fatta a reggere. A un certo punto volevo dare le dimissioni, ma poi non l'ho fatto per i miei figli e perché credo nella lotta. Spero che la mia storia possa servire da esempio e di aver insegnato ai miei bimbi a non mollare davanti alle difficoltà. Senza il sostegno dei colleghi non ce l'avrei fatta”. Mentre Nunzia racconta la sua storia, la bimba gioca con le sedie con le ruote. Si appoggia, la spinge con le braccia e, incuriosita dalla mia presenza, raggiunge la mamma e sorride. Nunzia la prende per mano e spiega che il giorno del commissariamento della Raf ha festeggiato due volte. “Mio figlio – conclude – ha compiuto un anno il giorno stesso che ci è stata comunicata la notizia. So che non è finita, ma tiro un sospiro di sollievo”.
Benedetta Guerriero