17/03/2004
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Lottare per far sì che i soldi destinati alla guerra siano spesi per il sociale
Non è solo il resto del mondo che il 20 marzo manifesta contro la
guerra e la politica dell’amministrazione Bush: per quel giorno, negli
Stati Uniti sono previste circa 200 marce per la pace. Anzi, l’idea di
una grande protesta mondiale nel primo anniversario dell’inizio del
conflitto in Iraq è partita proprio dalle associazioni pacifiste
statunitensi.
Marce che negli Usa hanno una valenza diversa: perché qui dire no alla
guerra non è solo un’ideale, una questione di principio, ma implica
necessariamente delle controproposte concrete su problemi che
riguardano direttamente gli Stati Uniti. E’ naturale che il generale
“poniamo fine all’occupazione dell’Iraq” diventi “riportiamo i nostri
soldati a casa”. Ma spesso si dimentica che oltreoceano le politiche di
Bush sono contestate anche perché, per esempio, trascurano il sociale.
Ce lo ricorda Richard Becker, che con l’associazione A.N.S.W.E.R.
(“risposta”, nonchè l’acronimo di Act Now to Stop War and End Racism)
organizza la marcia che si tiene a San Francisco.
La nostra richiesta principale è di porre fine all’occupazione
coloniale dell’Iraq, dell’Afghanistan, di Haiti, e della Palestina da
parte di Israele. Ma ci battiamo anche per le libertà e i diritti
civili, compromessi con leggi come il Patriot Act e il generale giro di
vite sulla riservatezza di tutti noi imposto da Bush dopo l’11
settembre, con il pretesto della guerra al terrorismo. E poi chiediamo
che l’enormità di denaro compreso nel budget militare sia piuttosto
utilizzata per creare nuovi posti di lavoro, migliorare la sanità
pubblica e l’istruzione.
L’obiezione frequente fatta a chi propone il ritiro delle truppe
dall’Iraq è che, senza i militari, nel Paese regnerebbe il caos, perché
mancano ancora le strutture politiche e sociali necessarie. Non credete
che sia così? No. In tutti i Paesi che ho detto prima il disastro è
stato creato dall’intervento degli Usa. I movimenti pacifisti credono
che, messa così, questa obiezione – cioè che “noi occidentali siamo i
soli che possono risolvere questi problemi di destabilizzazione” – sia
un trabocchetto, una trappola. La gente che vive in questi Paesi è
pienamente capace di determinare il suo futuro, e noi sosteniamo il suo
diritto all’autodeterminazione. L’idea che l’Europa e gli Stati Uniti
abbiano il compito di portare la stabilità è un’estensione dei concetti
coloniali dell’Ottocento.
Come è cambiato il movimento per la pace negli Usa, un anno dopo
l’inizio della guerra in Iraq? E’ cresciuto o viene ancora bollato come
“anti-patriottico” da chi sostiene Bush? L’opinione pubblica è
maggiormente contraria alla guerra ora di quanto lo fosse un anno fa.
Molte persone hanno capito che l’intervento militare era basato su
delle bugie. Per questo la destra si sente molto più debole, e le
accuse di antipatriottismo ci vengono rivolte più raramente. Prima
della guerra si era creata una grande polarizzazione negli Stati Uniti.
Ma ora i sostenitori della guerra e dell’occupazione sono sulla
difensiva.
Allora vi aspettate una maggiore partecipazione alle marce di
quest’anno? Sembra un paradosso, ma in realtà credo che ci sarà meno
gente in piazza. Perché l’anno scorso c’era un’atmosfera da guerra
imminente, piena di incognite: una situazione che inevitabilmente
coinvolge di più i cittadini. Per la manifestazione di San Francisco
prevedo comunque la partecipazione di parecchie decine di migliaia di
persone.
Quali effetti hanno avuto negli Usa le stragi di Madrid dell’11 marzo?
Gli orribili attacchi avvenuti in Spagna hanno fatto scattare l’allarme
a Washington. Si è visto quanto poco popolare sia la guerra, e come
questo sentimento comune può far cambiare il governo di un Paese. La
Casa Bianca è ancora più preoccupata di prima. E se Zapatero mantiene
l’impegno di ritirare i soldati spagnoli dall’Iraq se entro il 30
giugno l’Onu non subentra alle truppe della coalizione, la minaccia per
il governo statunitense diventa veramente seria.
Alessandro Ursic