16/03/2004
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Clara, 52 anni, insegna all’università. Suo marito, è fisico
Insieme guadagnano, al mese, l’equivalente di 40 dollari. In pesos cubani. Clara
e Josè sono dei benestanti rispetto alla media dei loro concittadini: Araquin,
32 anni, e’ medico e a fine mese porta a casa poco più di 400 pesos (circa 15
dollari). Maria, insegnante di scuola elementare, ne guadagnava 260 (10 dollari).
Sono cifre che potrebbero valere qualcosa se fossero proporzionali al costo della
vita. E se il peso fosse l’unica moneta cubana. Ma non è così: il sapone, al supermercato,
lo paghi mezzo dollaro; tre chili di latte in polvere, sei dollari; uno shampoo,
due dollari; una bottiglia di coca cola, un dollaro. Tutti i beni di consumo e
quelli di prima necessita’ sono in dollari. E soprattutto, costano come e più
che in Europa.
Nessuno muore di fame a Cuba, perché lo stato assicura – in quantità assegnate
- una serie di beni di prima necessità a bassissimo prezzo: dieci chili di riso,
ad esempio, possono costare 1,50 pesos. Li vendono negozi appositi, sparsi un
po’ ovunque, riconoscibili per i lunghi banconi di legno e le vetrine impolverate.
Ogni cubano ha un libretto dove viene registrato quello a cui ha diritto mensilmente:
riso, fagioli, zucchero, olio, caffè, bombole del gas, latte in polvere per i
bambini fino a 7 anni di età.
Frutta e verdura non fanno parte degli aiuti statali, ma nei mercati rionali
si possono trovare a prezzi molto bassi (anche se non proporzionali agli stipendi).
Purtroppo, nella maggior parte dei casi, il ‘fisso statale’ non basta. Per integrarlo,
si ricorre al mercato nero. Lì puoi trovare tre chili di latte a un dollaro: meno
del supermercato, ma sempre di dollari si tratta. E visto che lo stato paga gli
stipendi in pesos, per avere la ‘divisa’, le alternative sono le solite: l’affitto
ai turisti, le mance, le rimesse dei parenti all’estero, gli amici o i fidanzati
stranieri.
E l'embargo, che gli Usa stanno imponendo da più di quaranta anni, peggiora
ulterirmente la situazione.
Ecco allora che Clara, docente universitaria, si e’ trasformata in affittacamere.
Due stanze della sua casa sono per i turisti. A trenta dollari a notte, guadagna
in un giorno più di quanto lei e suo marito mettono insieme in un mese. Anche
se poi, non tutto resta a loro: allo stato devono infatti una quota mensile -
che affittino o no - di 345 dollari a stanza: 690 dollari in tutto, più il 10
per cento dei guadagni netti a fine anno.
“Faccio di tutto – spiega Clara - per avere continuamente clienti. Se non affitto
per almeno 11 giorni al mese, quei soldi devo rimetterceli io. Nell’82, quando
mi sono sposata, non era così. Vivevamo del nostro lavoro. Oggi sono costretta
ad affittare per tirare avanti”.
Mentre parla, compila diligentemente il registro che darà all’Ufficio Immigrazione
con tutti i dati degli ospiti, quanto pagheranno, quanto si fermeranno. Nonostante
il lavoro di affittacamere, Clara non ha lasciato l’università: “Il lavoro mi
appassiona, ho un part-time e mi mancano solo quattro anni alla pensione”, spiega.
Maria, invece, ha smesso di insegnare ai bambini per fare la donna delle pulizie
a tempo pieno. A casa di Clara. Guadagna una decina di dollari al giorno, tra
lo stipendio e quello che la pagano i turisti per lavare e stirare. Lei non puo’
affittare casa: non ce l’ha. Vive con il marito e un figlio di otto anni nella
casa dei genitori. Lo stato, infatti, assegna l’alloggio (che si pagherà a rate
fino ad averne la proprietà) nei limiti della disponibilità.
E non tutti riescono ad averlo. Anche Araquin vive con i genitori. Continua a
fare il medico e può aggiungere qualche dollaro allo stipendio perché ha un fidanzato
spagnolo. Il suo sogno è di andarsene da Cuba. Anche a costo di ricominciare da
zero. Non le importa se in Europa la sua laurea in medicina varrà probabilmente
come carta straccia.
Paola Erba