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Le premesse sono tutt'altro che inusuali e originali. Un colpo di stato militare depone il presidente di uno stato dell'Africa sub-sahariana. Lo stato in questione è uno dei più poveri, naturalmente. Un paese dominato per due terzi da un deserto inesorabile. Lo stato è il Niger, e fin qui forse non c'è nulla di strano. Lo scorso 18 febbraio un golpe militare ha destituito il presidente legittimo Mamadou Tandja. Ovviamente si sono levate molte voci di protesta e di condanna, dall'Unione Africana alle Nazioni Unite, passando per l'Unione Europea, senza dimenticare l'onnipresente ex potenza coloniale francese. Eppure c'è chi osserva cinicamente che il colpo di stato avrebbe fornito finalmente una soluzione alla crisi politica che l'ex presidente Tandja aveva avviato con la riforma costituzionale che avrebbe dovuto ampliare il suo potere.
Niente di nuovo, in apparenza, dunque. Ma oggi, quasi a tempo di record, la giunta militare ha annunciato la formazione del governo di transizione che dovrebbe guidare il paese fino alle prossime elezioni. Elezioni naturalmente non ancora fissate.
Il nuovo governo è davvero nuovo, almeno così sembra. Venti ministri, molti meno che nell'ipertrofico esecutivo di Tandja, nel quale figuravano addirittura 31 dicasteri. Pur essendo espressione di una giunta militare, gli esponenti delle forze armate al governo, oltre al leader Salou Djibo, capo dello stato e presidente del Consiglio dei Ministri, sono solo cinque. Di questi, solo uno ricopre un ruolo di assoluto rilievo, il ministro della Difesa Ousseini. Ma la vera novità sembra la presenza relativamente numerosa di donne nel governo. Cinque, come i militari. Per questa ragione, i commenti sul nuovo governo nigerino sembrano concentrarsi su "cinque soldati e cinque donne". Quote rosa e armi in pugno.
La realtà è però sempre più complessa - o forse, al contrario, più prevedibile - di quanto non venga rappresentata. Il governo di transizione non contempla al suo interno alcun politico di professione, ma molti dei suoi componenti, soprattutto i militari, hanno già ricoperto incarichi negli anni precedenti, ed anche con Tandja. Un governo di tecnici, o meglio tecnocrati, nessuno dei quali si presenterà alle elezioni. Nessuna delle cinque donne. Nessuno dei cinque militari. Nessuno degli altri dieci ministri semi-sconosciuti.
La presenza delle donne nel governo dunque è probabilmente solo una brillante operazione di propaganda, che potrà accattivare al Niger le simpatie delle voci "occidentali" che tanto avevano deplorato il golpe di febbraio. Basterebbe scorrere il curriculum (e i certificati di residenza) dei ministri, per comprendere il valore reale di questo governo di transizione. Escludendo i non pochi "illustri sconosciuti", totalmente ignoti alla stessa popolazione nigerina. I più noti, al contrario, vivono soprattutto all'estero. Limitandoci alla donna più in vista tra quelle nominate da Djibo, il nuovo ministro degli Esteri, Touré Aminatou Maïga, vive a Washington, negli Stati Uniti, dove lavora da tempo. Madame Maïga è l'ambasciatrice del Niger negli Usa.
E' davvero importante sottolineare dunque la presenza di soli cinque soldati e di addirittura cinque donne nel governo di transizione? Serviranno solo a far accreditare ancora di più Salou Djibo in "Occidente". Le donne nigerine non beneficieranno di una rappresentanza femminile con domicilio in Europa e negli Usa.
Forse non è un governo-fantoccio, ma è un esecutivo ad interim, e in quanto tale destinato a finire presto. Come, non si sa.
Le voci che fino a ieri denunciavano il vuoto di potere e l'urgenza di restaurare la democrazia in Niger, oggi tacciono, non commentano ancora la formazione del governo di Djibo.
Solo la Francia, timidamente, si è fatta sentire, chiedendo alla giunta di fissare al più presto le elezioni, per la democrazia e la stabilità. In nome dell'"amitié", della storica amicizia tra la Francia e le sue rimpiante colonie. La stessa amicizia che Sarkozy ha ribadito nelle sue tre visite in Niger sin da quando è stato eletto. Praticamente una all'anno.
L'amicizia è ancora più forte da quando la Francia si è assicurata l'uranio del Niger, che servirà ad alimentare anche le future centrali nucleari italiane.
Giorgio Caccamo