02/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Al voto quasi certa la vittoria di Maliki, ma il premier ha molti problemi e rischia di governare un Paese sempre più diviso

Il premier iracheno Nouri al-Maliki, a poche ore dal voto, non si aspettava questa patata bollente. Il quotidiano britannico Guardian ha pubblicato il 28 febbraio scorso un'inchiesta che denuncia come al-Maliki abbia regalato armi ai leader tribali delle città di Nassiriya, Amada e Diwaniya in cambio di favori elettorali.

La denuncia arriva alla testata da Saad al-Alusi, ex portavoce dell'Iraqi National Intelligence Service (Inis), i servizi segreti di Baghdad. Al-Alusi entra nello specifico: il premier iracheno ha convertito, all'ultimo minuto, un ordinativo statale di 8mila fucili dalla Serbia (che servivano per le forze d'intelligence) in 10mila pistole, che ha distribuito a titolo personale a notabili tribali nell'Iraq meridionale. Con tanto di foto. Alì Dabbagh, portavoce dell'esecutivo, ha replicato subito dichiarando che si tratta di "regali fatti alle tribù per il loro contributo dato alla sicurezza, non hanno nulla a che fare con la campagna elettorale". Una tesi che non sta in piedi, come sottolinea lo sceicco Sabah al-Sayedi, presidente della Commissione Integrità del Parlamento iracheno, che ha replicato: "Maliki sostiene di aver distribuito le armi ai capi tribù in modo che potessero difendersi, ma questo svilisce il ruolo istituzionale di polizia ed esercito. Oltre che non impedire il fatto che avvocati e giudici continuano a morire". Perché Maliki si è cacciato in questo brutto guaio? La sua Alleanza per lo Stato di Diritto, evidentemente, non è affatto sicura di vincere bene nel sud sciita, dove il blocco Iraqi National Alliance (Ina), in alcune zone - proprio quelle delle regalìe - sembrano più capaci di intercettare il voto confessionale. La soffiata, invece, viene da quel Inis con il quale da agosto 2009 a oggi i rapporti del premier sono pessimi. Dopo aver silurato il capo, Mohammed al-Shahwani, sono stati 19 i funzionari allontanati in pochi mesi. Al-Alusi dice di sapere perché: "Quelli che non hanno messo in atto gli ordini del premier sono stati silurati. Con l'accusa, ridicola, di appartenere al deposto partito Ba'ath. Peccato che alcuni di loro, all'epoca del Ba'ath, avessero 18 anni".

Scandalo a parte, il premier Maliki si appresta ad affrontare il voto di domenica 7 marzo con molte incognite. Le operazioni di voto, in realtà, cominciano il 4 marzo, per poliziotti, militari, detenuti e pazienti ospedalieri. Dal 5 al 7 voteranno gli iracheni residenti all'estero, in 16 paesi scelti dalla Commissione Elettorale. La domenica, poi, il momento della verità, che Maliki ha molte buone ragioni per temere. Una di queste è proprio il fantasma del partito Ba'ath.
Da quando la coalizione guidata dagli Usa ha rovesciato Saddam Hussein, nel 2003, uno dei motivi che tutti gli osservatori internazionali hanno fissato per chiarire il tracollo del Paese è stato il frettoloso rompete le righe del partito - Stato che aveva controllato tutti gli aspetti della vita del Paese per quasi cinquant'anni. La piazza pulita ha solo rafforzato le file delle resistenza e, quando l'ha capito il generale Usa Petraeus, le cose hanno iniziato a cambiare. Anche perché i quadri del Ba'ath sono di formazione laica e, assieme alle tribù sunnite, si sono dimostrati determinanti per sconfiggere le infiltrazioni dell'integralismo islamico in Iraq. Ma non l'hanno fatto gratis e adesso vogliono il loro spazio politico. La sensazione è che, quando conviene, Maliki tira fuori il fantasma del Ba'ath come accusa per i rivali politici e per bloccare candidature di sunniti. Il caso dei 500 nomi banditi dalle elezioni all'inizio di febbraio è esplicativo.

"Il problema non sembra quello della vittoria, ma del margine della stessa", ha commentato al The New York Times il 1 marzo scorso Kenneth M. Pollack, direttore del Saban Center for Middle East Policy. Per controllare i 325 seggi dell'Assemblea di Baghdad serve una maggioranza forte, che i disastri del Maliki degli ultimi mesi sembrano aver compromesso. Proprio lui, che si presentava come un leader capace di mettere assieme curdi, sciiti, sunniti e cristiani, ha messo in angolo i sunniti scomodi, molti dei quali privati della possibilità di candidarsi. Iyad Allawi, ex premier ed ex favorito della Casa Bianca, che guida la Lista Irachena, ha sventolato lo spettro della guerra civile, anche se i sunniti non sembrano orientati a disertare il voto. Gli sciiti, poi, non sono uniti e la minaccia - poi smentita - di arresto per l'ayatollah radicale Moqtada al-Sadr è un indice della tensione.
L'unica certezza, per Maliki, è che dovrà vedersela da solo. Christopher Hill, ambasciatore usa in Iraq, il 18 febbraio scorso, ha confermato che il ritiro delle truppe Usa avverrà nei tempi previsti. Manca un anno e mezzo, ma il tempo corre per il premier, visto che a febbraio le vittime nel paese sono state 352. Nulla a che vedere con le cifre degli anni passati, ma pur sempre il più alto numero di morti degli ultimi mesi. "Quanto accaduto di recente, tra bombe, decapitazioni e omicidi, è un segnale del ritorno alla violenza settaria che ancora esiste nel Paese", ha dichiarato Noraldeen al-Hayali, parlamentare sunnita, candidato con Maliki.

Christian Elia

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità