06/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Uno studio sulla condizione dei detenuti minori in Palestina
scritto per noi da
Luca Modenesi e Giorgia Brignone
 
 
La dinamica dell'EROE:
Effetti psicologici e sociali della detenzione
 
bimbo palestinese lancia una pietraPer molto tempo i giovani palestinesi, compresi i minori sono stati sono stati considerati una specie di avanguardia della resistenza politica all'occupazione, partecipando attivamente alla lotta. Già durante la I Intifada (1987 – 1992) i minori hanno avuto un ruolo di primo piano in molti eventi politici e sociali[1].
Tale fatto non dovrebbe sorprendere in una società in cui la maggior parte della popolazione è costituita da persone al di sotto dei trent'anni.
 
Lo spettacolo pubblico della violenza, inteso dagli israeliani come un mezzo per controllare la rivolta imprime sui corpi i segni dell’occupazione; durante la prima Intifada cominciò ad essere percepito dai palestinesi come una sorta di rito di passaggio, una prova per accedere all’età adulta. Così la violenza fisica ha generato un processo di reinvenzione non solo dei generi ma anche delle gerarchie sociali palestinesi[2].
 
Soprattutto in una cultura dove l’onore è legato al coraggio e alla capacità di difendere se stessi e la propria comunità dalle aggressioni esterne, il trattamento inflitto dai soldati ai giovani era un mezzo per umiliare e sottomettere: l’occupazione militare svilisce la mascolinità, poiché il rapporto di forza con i soldati è talmente sbilanciato da non lasciare ai ragazzi molte possibilità di farsi onore. I palestinesi hanno rovesciato questa relazione e la violenza inscritta nei corpi è diventata l’elemento su cui costruire la propria identità[3]. Il combattente, il resistente e sopratutto - per quanto riguarda gli shabab[4]- il lancio di pietre, assume un significato politico e culturale rilevante. Questi aspetti possono, in parte, spiegare ma non giustificare il comportamento punitivo dell'IDF[5] e dei servizi di sicurezza israeliani fin dalla prima sollevazione popolare e consolidatosi durante la II Intifada (settembre 2000).  In quest’ottica è possibile iniziare a comprendere il particolare fenomeno conseguente alla detenzione ovvero la dimensione eroica.
 
Il minore catturato dai militari, detenuto per periodi più o meno lunghi diviene un eroe, un modello, soprattutto nel periodo 1987–1992. L'ingresso in carcere realizza un secondo rito di passaggio collocando il minore definitivamente fuori da un contesto di sviluppo "normale". Tuttavia l'identità “eroica” – capace di fornire una qualche protezione psicologica durante la detenzione – può essere utilizzata finché esiste una società capace di far fronte alle situazioni traumatiche imposte dalla guerra e dall’occupazione prolungata. In particolare con l'avvento della II Intifada tali condizioni non esistono più o sono fortemente indebolite. Come sostengono gli psicologi del PCC[6], la dimensione eroica si è molto sviluppata durante la prima Intifada come risposta individuale al trauma vissuto. Con un elevato riscontro all’interno della comunità.
In effetti gli shabab che affrontavano i soldati con le pietre, le vittime delle armi israeliane, picchiati e torturati nelle prigioni,[7] i giovani sui cui corpi erano iscritti i segni della violenza, divennero i veri protagonisti della retorica dell’Intifada.
 
Ma durante la seconda Intifada tutta la comunità è stata sotto pressione si sono accentuati gli aspetti di trauma secondario[8]. L'esercito non ha fatto nessuna distinzione tra combattente e civile. È aumentata la frustrazione delle persone uscite dal carcere, le persone hanno sviluppato un sentimento di non comprensione. La società non ha saputo, né potuto, rispondere poiché senza energia per seguire le singole persone e la rapidità degli eventi. La forza d'urto delle armi, dei tanks, la continua distruzione di case e istituzioni ha minato il tessuto sociale stesso che è andato disgregandosi. Il minore, eroe in molti casi solo per se stesso, si è ritrovato solo, senza una adeguata copertura di significati delle sue azioni. Con moltissime conseguenze su più piani. Se da un lato – soprattutto per i gruppi militanti – il minore[9] è considerato un eroe, dall'altro le famiglie tendono a costruire un ambiente iperprotettivo[10] tentando di trattenere i figli a casa, manifestando e comunicando le proprie paure. Contemporaneamente, i familiari temono che durante la detenzione i militari abbiano convinto i minori a trasformarsi in collaboratori degli occupanti, fenomeno che ha gravi ricadute e reazioni da parte di altri membri della comunità. Sotto un altro profilo ancora, i minori ex-detenuti, spoliati delle loro prerogative identitarie molto spesso si trovano a non avere più un preciso ruolo sociale e tendono a non rispettare più gli adulti che appaiano modelli non validi di riferimento. Secondo Zyad Abbas, responsabile del centro culturale Ibda'[11] le forse militari israeliane "controllano" l’educazione. Nel senso che dominano la vita quotidiana delle persone influenzando la cultura e il comportamento della popolazione, i rapporti di ruolo per cui colui che è armato è il più forte. In questa situazione si sviluppano modelli comportamentali aggressivi in cui è la violenza il segno distintivo ed espressivo.
 
bimbo palestineseIn particolare – a parte le strategie di coping adottate dai minori ex-detenuti – le conseguenze immediatamente psicologiche della detenzione sono: paure, fobie, elevata e costante tensione, somatizzazione[12], oltre a varie difficoltà scolastiche dovute anche al disagio di doversi reinserire nel mondo scolastico dopo un periodo più o meno lungo di interruzione forzata.
Resta quindi evidente che le inumane condizioni di vita dei minori palestinesi che sono state imposte durante il periodo di detenzione e i degradanti maltrattamenti, comprese le torture durante la fase degli interrogatori lasciano disturbi di grande portata che rimarranno per il resto della loro vita. L’estensione del danno è diversa per ognuno e dipende dall’età, dal sesso, dalla quantità di pressione fisica o psicologica che hanno subito durante la detenzione[13].
 
Sul versante sociale, gli specialisti affermano che i minori trovano  veramente difficile reinserirsi  nella società. Ciò è dovuto alla lunga assenza dai loro familiari, dalla scuola e dal vicinato. Peggio è la situazione per le ragazze ex-detenute per le quali ritornare ad una vita normale è quasi impossibile, anche perché la parte tradizionale della società palestinese le guarda con sospetto e diffidenza[14].
A livello ministeriale sono stati approntati diversi servizi di supporto e riabilitazione dei minori ex-detenuti i cui gli psicologi riportano che gli effetti più comuni della detenzione sono[15]:
-        paura
-        tensione e ansia
-        difficoltà di controllo o gestione delle emozioni
-        difficoltà di concentrazione
-        immagine della società: essi sono considerati ancora come minori mentre loro stessi non si riconoscono come tali. I familiari si aspettano di essere obbediti. Tali minori sono incapaci di giocare con gli altri.
-       sentimento di sentirsi incompresi
-       scarse abilità comunicative
-       sentimento di imbarazzo o inadeguatezza rientrando a scuola
-       i familiari tendono a considerarli fragili e bisognosi di protezione
-      alcuni gruppi politici tendono a trattarli in maniera negativa: considerando questi minori come eroi e non comprendendo realmente i loro bisogni naturali di crescita e protezione.
 
In sintesi, come ben riconosciuto da DCI[16], la maggior parte dei sintomi di cui soffrono i minori ex-detenuti sono inquadrabili all'interno della sindrome post-traumatica da stress con tutte le ovvie conseguenze sul piano psico-fisico, sociale e relazionale, aggravato da un contesto che vive una sorta di trauma continuato da cinquant'anni circa.
 
 
Conclusione
 
Con questo articolo abbiamo voluto fornire un fermo immagine di uno degli aspetti della condizione minorile palestinese. Nonostante le informazioni e i dati trattino di un periodo relativamente breve, la situazione quotidiana risulta assai più dinamica. Nelle esperienze e nelle conversazioni quotidiane con la popolazione locale emergono sempre aspetti di violenza o storie di detenzione, in particolare emerge chiaramente che quasi ogni palestinese ha subito o ha un parente prossimo in carcere o che vi è stato, che ha un parente prossimo ferito/ucciso, oppure si è sentito in totale arbitrio da parte dei militari. Il palestinese esprime un vissuto con sentimenti di diffuso senso di malessere, insicurezza per sé e per gli altri, un senso totale di precarietà ed impossibilità di progettazione futura.


[1] Multi-sector Review of East Jerusalem Arab Studies Society, aprile 2002
[2] F. Riccardi, tesi per Dottorato di ricerca – XIII ° Ciclo Scienze antropologiche e analisi dei mutamenti culturali dal titolo "ARD FILASTINIIN, Forme di auto-rappresentazione e relazioni di potere dal punto di vista palestinese", Napoli, gennaio 2003
[3] F. Riccardi, tesi per Dottorato di ricerca – XIII ° Ciclo Scienze antropologiche e analisi dei mutamenti culturali dal titolo "ARD FILASTINIIN, Forme di auto-rappresentazione e relazioni di potere dal punto di vista palestinese", Napoli, gennaio 2003
[4]Shabab in arabo significa ragazzo, non ancora adulto
[5] Israeli Defence Force
[6] Intervista degli autori allo staff degli psicologi del PCC nella sede di Beit Hanina (Gerusalemme), il 18.04.04. Sito web: http://www.pcc-jer.org
[7] Nei primi quattro anni dell’Intifada furono feriti approssimativamente 106.600 palestinesi. Durante la prima Intifada (1987-1993) furono uccisi 1.105 palestinesi. L’esercito israeliano arrestò in quegli anni 175.000 persone (Passia, 2002: 260).
[8] Intervista degli autori allo staff degli psicologi del PCC nella sede di Beit Hanina (Gerusalemme), il 18.04.04. Sito web: http://www.pcc-jer.org
[9] Soprattutto maschio. In generale e soprattutto nell'ultima Intifada, la ragazza arrestata, detenuta e torturata,  subiva poi un processo di discriminazione sociale con difficoltà di matrimonio maggiore delle altre ragazze, ma anche con difficili rapporti di ruolo con i maschi nel momento in cui esse richiedono un rapporto paritario.
[10] Aspetti emersi durante le interviste con i counselour psico-sociali del Ministero degli affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti dell' ANP, sede centrale di Ramallah.
[11] Il centro si trova nel campo profughi di Dheisheh di Betlemme. Intervista agli autori rilasciata il 15.04.04
[12] Intervista degli autori allo staff degli psicologi del PCC, nella sede di Beit Hanina (Gerusalemme), il 18.04.04. Sito web: http://www.pcc-jer.org
[13] "Palestinian Juveniles in Israeli Custody", http://www.mandela-palestine.org
[15] Ministry of Detainees and Ex-Detainees Affairs, Child and Youth Department. Interviste rilasciate agli autori dalla responsabile delle pubbliche relazioni, Khulod Nijem Siam e dallo staff psico-socio-educativo del ministero nel periodo marzo/maggio 2004.
[16]Campagna "FREDOM NOW: Campaign to Release Palestinian Child Prisoners". Materiale informativo consultabile al sito http://www.dci-pal.org/english/camp/freedom/display.cfm?docid=243&categoryid=14
 
la prima parte dello studio 
Categoria: Bambini, Diritti
Luogo: Israele - Palestina
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