scritto per noi da
Luca Modenesi e Giorgia Brignone
La dinamica dell'EROE:
Effetti psicologici e sociali della detenzione

Per molto tempo i giovani palestinesi, compresi i minori sono stati sono
stati considerati una specie di avanguardia della resistenza politica
all'occupazione, partecipando attivamente alla lotta. Già durante la I
Intifada (1987 – 1992) i minori hanno
avuto un ruolo di primo piano in molti eventi politici e sociali
[1].
Tale fatto non dovrebbe sorprendere in una società in cui la maggior parte
della popolazione è costituita da persone al di sotto dei trent'anni.
Lo spettacolo pubblico della violenza, inteso dagli israeliani come un
mezzo per controllare la rivolta imprime sui corpi i segni dell’occupazione;
durante la prima
Intifada cominciò ad
essere percepito dai palestinesi come una sorta di rito di passaggio, una prova
per accedere all’età adulta. Così la violenza fisica ha generato un processo di
reinvenzione non solo dei generi ma anche delle gerarchie sociali palestinesi
[2].
Soprattutto in una cultura dove l’onore è legato al coraggio e alla
capacità di difendere se stessi e la propria comunità dalle aggressioni
esterne, il trattamento inflitto dai soldati ai giovani era un mezzo per
umiliare e sottomettere: l’occupazione militare svilisce la mascolinità, poiché
il rapporto di forza con i soldati è talmente sbilanciato da non lasciare ai
ragazzi molte possibilità di farsi onore. I palestinesi hanno rovesciato questa
relazione e la violenza inscritta nei corpi è diventata l’elemento su cui
costruire la propria identità
[3].
Il combattente, il resistente e sopratutto - per quanto riguarda gli
shabab[4]-
il lancio di pietre, assume un significato politico e culturale rilevante.
Questi aspetti possono, in parte, spiegare ma non giustificare il comportamento
punitivo dell'IDF
[5]
e dei servizi di sicurezza israeliani fin dalla prima sollevazione popolare e
consolidatosi
durante la II
Intifada (settembre
2000). In quest’ottica è possibile
iniziare a comprendere il particolare fenomeno conseguente alla detenzione
ovvero la dimensione eroica.
Il minore catturato dai militari, detenuto per periodi più o meno lunghi
diviene un eroe, un modello, soprattutto nel periodo 1987–1992. L'ingresso in
carcere realizza un secondo rito di passaggio collocando il minore
definitivamente fuori da un contesto di sviluppo "normale". Tuttavia l'identità
“eroica” – capace di fornire una qualche protezione psicologica durante la
detenzione – può essere utilizzata finché esiste una società capace di far
fronte alle situazioni traumatiche imposte dalla guerra e dall’occupazione
prolungata. In particolare con l'avvento della II
Intifada tali
condizioni non esistono più o sono fortemente indebolite. Come sostengono gli
psicologi del PCC
[6],
la dimensione eroica si è molto sviluppata durante la prima
Intifada
come risposta individuale al trauma vissuto. Con un elevato riscontro
all’interno della comunità.
In effetti gli
shabab che
affrontavano i soldati con le pietre, le vittime delle armi israeliane,
picchiati e torturati nelle prigioni,
[7] i
giovani sui cui corpi erano iscritti i segni della violenza, divennero i veri
protagonisti della retorica dell’
Intifada.
Ma durante la seconda
Intifada tutta la comunità è stata sotto
pressione si sono accentuati gli aspetti di trauma secondario
[8].
L'esercito non ha fatto nessuna distinzione tra combattente e civile. È
aumentata la frustrazione delle persone uscite dal carcere, le persone hanno
sviluppato un sentimento di non comprensione. La società non ha saputo, né
potuto, rispondere poiché senza energia per seguire le singole persone e la
rapidità degli eventi. La forza d'urto delle armi, dei tanks, la continua
distruzione di case e istituzioni ha minato il tessuto sociale stesso che è
andato disgregandosi. Il minore, eroe in molti casi solo per se stesso, si è
ritrovato solo, senza una adeguata copertura di significati delle sue azioni.
Con moltissime conseguenze su più piani. Se da un lato – soprattutto per i
gruppi militanti – il minore
[9]
è considerato un eroe, dall'altro le famiglie tendono a costruire un ambiente
iperprotettivo
[10]
tentando di trattenere i figli a casa, manifestando e comunicando le proprie
paure. Contemporaneamente, i familiari temono che durante la detenzione i
militari abbiano convinto i minori a trasformarsi in collaboratori degli
occupanti, fenomeno che ha gravi ricadute e reazioni da parte di altri membri
della comunità. Sotto un altro profilo ancora, i minori ex-detenuti, spoliati
delle loro prerogative identitarie molto spesso si trovano a non avere più un
preciso ruolo sociale e tendono a non rispettare più gli adulti che appaiano
modelli non validi di riferimento. Secondo Zyad Abbas, responsabile del centro
culturale
Ibda'[11]
le forse militari israeliane "controllano" l’educazione. Nel senso
che dominano la vita quotidiana delle persone influenzando la cultura e il
comportamento della popolazione, i rapporti di ruolo per cui colui che è armato
è il più forte. In questa situazione si sviluppano modelli comportamentali
aggressivi in cui è la violenza il segno distintivo ed espressivo.

In particolare – a parte le strategie di coping adottate dai minori ex-detenuti
– le conseguenze immediatamente psicologiche della detenzione sono: paure,
fobie, elevata e costante tensione, somatizzazione
[12],
oltre a varie difficoltà scolastiche dovute anche al disagio di doversi reinserire
nel mondo scolastico dopo un periodo più o meno lungo di interruzione forzata.
Resta quindi evidente che le inumane condizioni di vita dei minori
palestinesi che sono state imposte durante il periodo di detenzione e i
degradanti maltrattamenti, comprese le torture durante la fase degli
interrogatori lasciano disturbi di grande portata che rimarranno per il resto
della loro vita. L’estensione del danno è diversa per ognuno e dipende
dall’età, dal sesso, dalla quantità di pressione fisica o psicologica che hanno
subito durante la detenzione
[13].
Sul versante sociale, gli
specialisti affermano che i minori trovano veramente difficile
reinserirsi nella società. Ciò è dovuto alla lunga
assenza dai loro familiari, dalla scuola e dal vicinato. Peggio è la
situazione
per le ragazze ex-detenute per le quali ritornare ad una vita normale è
quasi
impossibile, anche perché la parte tradizionale della società
palestinese le
guarda con sospetto e diffidenza
[14].
A livello ministeriale sono stati approntati diversi servizi di supporto e
riabilitazione dei minori ex-detenuti i cui gli psicologi riportano che gli
effetti più comuni della detenzione sono
[15]:
- paura
- tensione
e ansia
- difficoltà
di controllo o gestione delle emozioni
-
difficoltà
di concentrazione
- immagine
della società: essi sono considerati ancora come minori mentre loro stessi non
si riconoscono come tali. I familiari si aspettano di essere obbediti. Tali
minori sono incapaci di giocare con gli altri.
- sentimento
di sentirsi incompresi
- scarse
abilità comunicative
-
sentimento
di imbarazzo o inadeguatezza rientrando a scuola
- i
familiari tendono a considerarli fragili e bisognosi di protezione
- alcuni
gruppi politici tendono a trattarli in maniera negativa: considerando questi
minori come eroi e non comprendendo realmente i loro bisogni naturali di
crescita e protezione.
In sintesi, come ben riconosciuto da DCI
[16],
la maggior parte dei sintomi di cui soffrono i minori ex-detenuti sono
inquadrabili all'interno della sindrome post-traumatica da stress con tutte le
ovvie conseguenze sul piano psico-fisico, sociale e relazionale, aggravato da
un contesto che vive una sorta di trauma continuato da cinquant'anni circa.
Conclusione
Con questo articolo abbiamo
voluto fornire un fermo immagine di uno degli aspetti della condizione minorile
palestinese. Nonostante le informazioni e i dati trattino di un periodo
relativamente breve, la situazione quotidiana risulta assai più dinamica. Nelle
esperienze e nelle conversazioni quotidiane con la popolazione locale emergono
sempre aspetti di violenza o storie di detenzione, in particolare emerge
chiaramente che quasi ogni palestinese ha subito o ha un parente prossimo in
carcere o che vi è stato, che ha un parente prossimo ferito/ucciso, oppure si
è
sentito in totale arbitrio da parte dei militari. Il palestinese esprime un vissuto
con sentimenti di diffuso senso di
malessere, insicurezza per sé e per gli altri, un senso totale di precarietà ed
impossibilità di progettazione futura.
[1]
Multi-sector Review of East Jerusalem Arab Studies
Society, aprile 2002
[2] F.
Riccardi, tesi per Dottorato di ricerca – XIII ° Ciclo Scienze antropologiche
e
analisi dei mutamenti culturali
dal titolo "ARD FILASTINIIN, Forme
di auto-rappresentazione e relazioni di potere dal punto di vista
palestinese", Napoli, gennaio 2003
[3]
F. Riccardi, tesi per Dottorato di ricerca – XIII ° Ciclo Scienze
antropologiche e analisi dei mutamenti culturali
dal titolo "ARD
FILASTINIIN, Forme di auto-rappresentazione e relazioni di potere dal punto di
vista palestinese", Napoli, gennaio 2003
[4]Shabab in
arabo significa ragazzo, non ancora adulto
[5]
Israeli Defence Force
[6]
Intervista degli autori allo staff degli psicologi del PCC nella sede di
Beit Hanina (Gerusalemme), il 18.04.04. Sito web:
http://www.pcc-jer.org
[7] Nei
primi quattro anni dell’
Intifada
furono feriti approssimativamente 106.600 palestinesi. Durante la prima I
ntifada (1987-1993) furono uccisi 1.105
palestinesi. L’esercito israeliano arrestò in quegli anni 175.000 persone
(Passia, 2002: 260).
[8] Intervista
degli autori allo staff degli psicologi del PCC nella sede di Beit Hanina (Gerusalemme),
il 18.04.04. Sito web:
http://www.pcc-jer.org
[9]
Soprattutto maschio. In generale e soprattutto nell'ultima
Intifada, la ragazza arrestata, detenuta
e torturata, subiva poi un processo di
discriminazione sociale con difficoltà di matrimonio maggiore delle altre
ragazze, ma anche con difficili rapporti di ruolo con i maschi nel momento in
cui esse richiedono un rapporto paritario.
[10]
Aspetti emersi durante le interviste con i counselour psico-sociali del
Ministero degli affari dei Detenuti e degli Ex-Detenuti dell' ANP, sede
centrale di Ramallah.
[11] Il
centro si trova nel campo profughi di Dheisheh di Betlemme. Intervista agli
autori rilasciata il 15.04.04
[12]
Intervista degli autori allo staff degli psicologi del PCC, nella sede di
Beit Hanina (Gerusalemme), il 18.04.04. Sito web:
http://www.pcc-jer.org
[15] Ministry of
Detainees and Ex-Detainees Affairs, Child and Youth Department. Interviste rilasciate
agli autori dalla responsabile delle
pubbliche relazioni, Khulod Nijem Siam e dallo staff psico-socio-educativo del
ministero nel periodo marzo/maggio 2004.