23/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Domenica 24 ottobre 2004 la Tunisia va alle urne, ma l’esito è scontato

ben aliCinque milioni di persone, secondo stime governative, voteranno domenica prossima in Tunisia per le elezioni presidenziali e legislative. Nei paesi che vengono ritenuti democratici sarebbe un momento importantissimo, con una diffusa attesa per la vittoria dell’uno o dell’altro candidato. Nei paesi che non vengono ritenuti democratici, spesso le elezioni non hanno nemmeno luogo, perché il potere è detenuto da poche persone che non necessitano dell’appoggio popolare.

Esiste però una terza via, quella cioè di un Paese che viene ritenuto democratico (almeno da coloro che rilasciano queste patenti e spesso rilasciano anche le bombe), ma che non viene ritenuto tale da molti osservatori internazionali, dal mondo delle organizzazioni non governative che si occupano di diritti civili, diritti umani e libertà di stampa. Questo è il caso della Tunisia.

Dal 1987 il vincitore delle elezioni lo conoscono tutti in partenza: Zine El Abidine Ben Alì. Tutto è cominciato, per la precisione, la mattina del 7 novembre 1987. Un equipe di medici (accuratamente selezionati da Ben Alì), si reca al palazzo presidenziale per visitare il Presidente Habib Bourgiba, il Padre della patria, l’uomo che ha traghettato il Paese da colonia francese a Stato indipendente. La diagnosi è irrevocabile: il Presidente è affetto da senescenza e quindi incapace di governare.

 

In un attimo Ben Alì, all’epoca primo ministro, diventa Presidente della Repubblica. Nel 1989 arrivano le prime elezioni. Per la prima volta il popolo tunisino può scegliere il suo leader. Ovviamente vince Ben Alì. Il 7 di novembre diventa festa nazionale, il giorno chiamato ‘le changement’. Il cambiamento promesso sembra arrivare: abolizione della Presidenza a vita e limite massimo di tre mandati per il capo dello Stato, con elezioni da tenersi ogni cinque anni.

I tunisini tornano alle urne nel 1994 e nel 1999. Ovviamente vince Ben Alì. Con una percentuale di voti che in media si aggira attorno al 99,44% dei voti. Un plebiscito insomma, ma in realtà non è proprio così. La Tunisia ha dieci milioni di abitanti, solo che alle ultime elezioni hanno votato tre milioni di persone. La legge tunisina prevede che ci si debba iscrivere alle liste elettorali e, per la popolazione, questa non sembra essere una priorità. Magari perché sul risultato finale non ci sono troppi dubbi.

 

seggio elettoraleFacendo i calcoli, dopo tre mandati consecutivi, Ben Alì non avrebbe potuto candidarsi alle elezioni di domenica. Il 22 maggio del 2002 però, è stato indetto un referendum popolare. Il quesito posto ai (non troppi) elettori chiedeva l’assenso all’abolizione del tetto massimo di tre mandati presidenziali e l’innalzamento dell’età massima del Presidente da 65 a 75 anni. Oltre a un’immunità giudiziaria permanente per il Presidente che non guasta mai. Il sì alla riforma ha vinto con il 99,44% dei consensi. Ben Alì, tre mandati alle spalle e 68 anni sulla carta d’identità, poteva quindi candidarsi nuovamente.

La vittoria del Presidente uscente appare per lo meno probabile. Ben Alì presiede l’Unione Democratica Costituzionale che, nel Parlamento uscente, contava su 148 deputati su 182. Le opposizioni candidano contro di lui Mohammed Bouchiha, del Partito di Unità Popolare, Mounir el Beji del Partito Liberale Sociale e Mohammed Alì Halouani del movimento Ettajdid. Gli altri due partiti dell’opposizione hanno preferito la via del boicottaggio.

 
Le percentuali dei loro candidati  sono infatti nulle. Anche perché è stato negato loro uno strumento fondamentale per far sentire la propria voce. Il 27 marzo 2004 a Tunisi si erano riuniti i manifestanti di alcune associazioni che si battono per il rispetto dei diritti umani e civili e dei partiti di opposizione. Il corteo doveva partire davanti alla sede della televisione e della radio di Stato, ma non è mai cominciato perché la polizia ha caricato con veemenza disperdendo i manifestanti. Per la cronaca lo scopo della manifestazione era la richiesta di spazi radiofonici e televisivi per le opposizioni. La manifestazione non era autorizzata.
 
Qualcuno potrà pensare che allora, se non possono parlare a radio e tv, le opposizioni avranno bene i loro organi della carta stampata. Sbagliato. Reporter sans Frontiere (associazione francese che difende la libertà di stampa), la Federazione Internazionale dei Giornalisti , una specie di sindacato mondiale di categoria, e il Comitato per la protezione dei giornalisti che ha sede negli Stati Uniti denunciano ogni giorno che il governo di Ben Alì non difende la libertà di stampa.
 
Un esempio: nel dicembre del 2003 Colin Powell, il segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, si reca in visita ufficiale a Tunisi. Tiene un discorso nel quale si complimenta con Ben Alì per i suoi successi, ma lo invita a democratizzare ulteriormente la vita politica del Paese. I giornali ufficiali riportano solo la parte del discorso di Powell nel quale c’erano i complimenti al Presidente.
 
Un altro esempio. Nell’ aprile del 2004 un docente di una scuola superiore e 8 suoi studenti vengono arrestati e condannati all’ergastolo per aver visitato siti internet proibiti. Decine di giornalisti sono in carcere in attesa di processo. A questo punto uno si aspetta che la categoria non sia rappresentata. Esiste invece una Associazione dei Giornalisti tunisini, solo che nel 2003 hanno insignito Ben Alì del premio ‘Penna d’oro’ per la libertà di stampa. Due giorni dopo sono stati espulsi dalla Federazione Internazionale della Stampa.

 

tunisiIl problema della stampa in Tunisia non sembra preoccupare particolarmente l’Unione Europea che, nonostante le proteste della Lega tunisina per i diritti dell’Uomo e del Consiglio Nazionale per la libertà in Tunisia, ha versato al governo un contributo di 2,15 milioni di euro per il rilancio dell’editoria in Tunisia. Tanto meno sembrano preoccuparsene le Nazioni Unite che hanno fissato per il novembre del 2005 a Tunisi il vertice del WSIS, il summit dell’Onu per la libertà di stampa.

Lo stesso dicasi per la guerra al terrorismo. L’amministrazione Bush ha indicato nel governo Ben Alì una delle poche certezze in Medio Oriente. Le organizzazioni internazionali Human Rights Watch e Amnesty International hanno denunciato la condizione dei detenuti politici in Tunisia: sevizie, detenzione in isolamento senza sosta, malnutrizione, violenze e torture.

 
Gli Stati Uniti, colpiti dal fatto che dopo il tragico attentato alla sinagoga di Djerba dell’aprile del 2001 costato la vita a 21 persone non ci sono stati più episodi di violenza fondamentalista nel Paese, hanno offerto alla Tunisia di presiedere un comitato anti-terrorismo (chiamato Greater Middle East Partnership Iniziative) formato dai governi dei Paesi arabi vicini agli Stati Uniti.

 

In conclusione Ben Alì vincerà. Questo vuol dire che continuerà la sua politica benedetta dalle cancellerie occidentali e maledetta dalle associazioni che si battono per il rispetto delle libertà fondamentali dell’essere umano. Uno vince, l’altro perde. Anche questa in fondo è democrazia.

 

Christian Elia

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