01/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



I giudici della Corte Costituzionale hanno dato parere negativo al referendum costituzionale che avrebbe aperto la strada alla terza candidatura di Alvaro Uribe alla presidenza della Repubblica. La reazione della gente

Scritto da
Sandro Bozzolo

Nell'asfissiante afa preserale di Barranquilla, una tra le tante televisioni accese nei "ristoranti callejeros" annuncia la notizia che non ti aspetti. "No alla rielezione di Uribe". La Corte Costituzionale colombiana, con un netto 7-2, si è pronunciata contro il progetto di referendum portato avanti dai tirapiedi del Presidente, giudicando l'intera proposta contraria alla Costituzione del 1991, che limita al secondo mandato la durata di un intero ciclo presidenziale.

Si tratta di una notizia in qualche modo storica, per la democrazia colombiana. La Giustizia si è infatti imposta sul demagogismo di un intero popolo, proteggendo i principi fondamentali incarnati nella Carta Colombiana dal focoso assalto di chi, spinto dalla violenta e propagandistica "Seguridad democratica" portata avanti negli ultimi otto anni, non accettava nessun cambio di potere per il solo fatto che "Retrocedere non è un'opzione", come scandisce il lemma elettorale del Partido de la U. Allo stesso tempo, un interessante scenario di equilibrio si apre sulle elezioni politiche del 31 maggio, con cinque candidati dal percorso politico profondamente diversi tra loro a contendersi la poltrona di Casa Nariño, offrendo una reale alternativa al falso avvicendamento tra liberali e conservatori, che da cinquant'anni immobilizza il Paese.

Eppure, qual è il reale livello di percezione popolare, nei confronti di un momento a suo modo storico? La curiosità spinge ad approfondire l'argomento, e Barranquilla, città di provincia lontana dagli altoparlanti della stampa, rappresenta un buon banco di prova.
Wilmer, benzinaio, è il primo intervistato. Quando gli si domanda "per chi voterai alle prossime elezioni", chiede due volte l'elenco dei candidati. Poi, con sorriso timido, ammette che non andrà alle urne"a meno che non ci sia una bella donna da votare". Il taxista al suo fianco, invece, glissa e accusa Chavez di "immischiarsi nella politica colombiana, perché Uribe è l'unico suo oppositore". Cento metri più in là, tre anziani signori non avranno dubbi nel "votare Uribe comunque. Perché se non è lui, nessuno può essere il Presidente, quindi non importa annullare il voto." Il messaggio è chiaro: "Uribe è la voce del popolo, e il popolo la voce di Dio". Anche le donne, tanto le casalinghe alla fermata del bus quanto una giovane cameriera, confessano di non conoscere nessuno dei candidati alternativi e di "andare a votare solamente se si presenta qualcuno come Uribe".

La scena più interessante, però, si sviluppa ai tavoli di un bar, dove quattro signori ammettono di "brindare alla sentenza della Corte Costituzionale". Eppure, il brindisi rimane troncato a metà quando inavvertitamente estraggo il telefono per rispondere a una chiamata, ed uno di loro, immediatamente, si alza chiedendo categoricamente di non fare nessuna foto, né registrare. Otto anni di politica uribista, farciti da frequenti e gratuiti massacri paramilitari ai danni di presunti "guerriglieri" (molto spesso, semplici cittadini, in lotta per i propri diritti), hanno impresso una traccia fresca nella memoria dei colombiani, e c'è addirittura chi - pessimisticamente - non esclude una nuova, ennesima esplosione di violenza, in quanto "il popolo è con Uribe".

Alla luce del profondo contrasto esistente tra l'ipotetica possibilità di autogoverno e l'effettiva percezione della stessa, la sentenza della Corte di Cassazione riveste un'importanza fondamentale. Il trionfo della giustizia colombiana, che avviene in contemporanea con la nuova accusa ("talebani!") di un noto presidente europeo verso i giudici del suo Paese, mostra comunque come nemmeno le linee di separazione tra "primo" e "terzo" mondo siano più così chiare.

Parole chiave: uribe, rielezione, costituzione
Categoria: Guerra, Politica
Luogo: Colombia