16/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Ha imparato a lottare per difendere i diritti di chi come lei ha dovuto cercare un'altra vita
rom“No, non chiamarmi rom. Io sono una donna e rom, nella mia lingua, vuol dire uomo. Io sono una zingara e sono orgogliosa di esserlo”.

Silvana Sulejmanovic è una giovane donna che viene dalla Bosnia. E’ fuggita da Serajevo nel 1992, per arrivare coi genitori a Roma, quando aveva solo 14 anni.

“Ricordo la guerra – continua la ragazza - gli amici morire, la nostra vita distrutta. Allora vivevo in una casa, mio padre era operaio in una fabbrica di birra, io andavo a scuola. Noi ci sentivamo cittadini come tutti gli altri. Certo, eravamo zingari, tra noi parlavamo la nostra lingua, il romanès, avevamo parenti in tutto il mondo, ma eravamo integrati nella società della ex Jugoslavia, non ci guardavano come se fossimo diversi”.

Ha gli occhi scuri Silvana, un viso sottile e lunghi capelli neri. E’ bella, sorridente, piena di voglia di vivere. Il bar nel quale parliamo è in una strada che costeggia la stazione Termini, nel centro della capitale italiana. Non è facile, però, capire dove si è. I negozi, tutt’intorno hanno insegne in cinese, in arabo. I passanti sono quasi tutti africani e asiatici. Questa parte della città ospita un gran numero d’immigrati, che col tempo hanno cominciato sovrapporre la propria cultura a quella originaria.

rom Silvana continua: “Ci ritrovammo alla stazione, senza nulla, senza sapere dove andare, che fare, come vivere. Altri zingari ci accolsero e portarono in un campo, il Casilino 700. Era il ghetto più grande d’Europa, 1600 persone ammassate in un’area priva di servizi, fogne, tutto. La nostra esistenza non era più la stessa. Distrutta dalla guerra e, poi, dalla non accoglienza”.

La donna parla velocemente, i ricordi sono come un torrente in piena: “Non potevo accettare quella situazione, il non rispetto dei diritti più elementari. Eravamo macedoni, rumeni, bosniaci, montenegrini, marocchini. In quelle enormi difficoltà riuscivamo a convivere. Poi, lavorando il rame, vendendo qui e lì come poteva i suoi oggetti, mio padre comprò una roulotte. Ero diventata una nomade vera, cosa di cui a Serajevo non avevo percezione.”

Da quel tempo la ragazzina rom, anzi zingara, ha fatto molta strada. Nel grande campo lavoravano, per l’emergenza, alcune organizzazioni umanitarie. Cominciò a collaborare con loro per aiutare la sua gente.

“I miei genitori hanno una mentalità aperta – dice Silvana – per noi le ragazze debbono stare a casa, se escono sono costrette a farlo con un parente, mai da sole. Mio padre mi mandò a scuola. Così imparai in fretta l’italiano e facevo da interprete. Molti nel campo mi guardavano male, perché collaboravo coi ‘gagè’, gli altri, i non zingari, come si dice in romanès. Vestivo normalmente, non coi nostri coloratissimi vestiti. Decisi di fare un corso per specializzarmi, volevo aiutare i profughi, gli immigrati, quelli che non hanno diritti. Adesso ci sono riuscita, ho il mio lavoro e sono felice di farlo”.

Eppure questa giovane donna mostra incertezza nello sguardo, a volte una profonda malinconia. “Con altri ragazzi del corso ci procurammo un furgone, giravamo per l’immenso campo spiegando alle persone come fare a procurarsi i permessi di soggiorno, dove andare per curarsi, come risolvere i problemi legali. Avevamo, per quello che facevamo, rapporti con la polizia e le autorità e molti cominciarono a pensare che fossi una spia. Noi siamo diffidenti per natura, non ci apriamo facilmente, mai coi ‘gagè’. Io avevo amici non nomadi, uscivo la sera con loro ed ero anche una ragazza. Ero uno scandalo, ma a me non importava. Quello che conta è sentirsi onesti, puliti dentro, civili. Io mi ci sentivo. Io amo aiutare la gente, è tutto quello che desidero fare. Mi spiace per la mia famiglia. Adesso viviamo in un container che ci ha messo a disposizione il comune. Una specie di casetta, meglio della roulotte. Eppure mio padre deve litigare con gli altri a causa mia. Non sono italiana, ma neppure sono più completamente accettata dal mio popolo”.

Le giovani ragazze zingare si sposano presto, anche a sedici anni, hanno subito figli. Silvana è già donna, una single e adesso, parlando quasi sottovoce, dice. “No, non sposerei mai un rom, se non accettasse il mio modo di vivere, la mia autonomia, il mio lavoro, la mia libertà. Neppure so se un ‘gegè’ può capirmi del tutto, perché sono e resto una zingara. Non so come sarà il mio futuro, cosa succederà. Non so neppure dov’è la mia terra, sono una nomade temporaneamente ferma, ma domani? Ora debbo andare in ufficio, ho un appuntamento con delle persone che non sanno l’italiano, hanno problemi coi permessi di soggiorno, non voglio farli aspettare”.

Va via Silvana, un altro dei mille volti che popolano le nostre città, che arrivano da lontano e di cui troppe volte si ignora la storia e si guarda solo alla diversità.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Donne, Profughi
Luogo: Italia