stampa
invia
Una corte birmana ha rigettato questa mattina il ricorso presentato dalla leader democratica Aung San Suu Kyi contro i suoi arresti domiciliari.
La richiesta di Suu Kyi era relativa agli ulteriori 18 mesi di detenzione per aver accolto nella sua casa un cittadino americano lo scorso agosto. L'avvocato di Suu Kyi, Nyan Win, ha dichiarato che il giudice non ha reso note le motivazioni per il rigetto del ricorso. In realtà diplomatici e attivisti prevedevano già ampiamente il verdetto del giudice, dal momento che il sistema giudiziario del Myanmar è pesantemente condizionato dalle interferenze del regime militare. Due mesi fa il Ministro degli Affari Interni Maung Oo ha dichiarato che Aung San Suu Kyi sarà rimessa in libertà il prossimo novembre, alla scadenza dei suoi arresti domiciliari. Dichiarazione che Suu Kyi ha interpretato come un segno di disprezzo nei confronti della corte, che non aveva ancora esaminato il suo appello. L'ambasciatore britannico Andrew Heyn ha osservato che le prossime elezioni, le prime negli ultimi venti anni, non potranno essere credibili se non saranno liberati Aung San Suu Kyi e gli altri prigionieri politici. In realtà le elezioni, non ancora fissate ufficialmente, appaiono perlopiù un tentativo della giunta militare di far apparire democratico il paese, continuando tuttavia ad esercitare uno stretto controllo sulla popolazione civile. Con l'ennesima condanna, la giunta punta a tenere la leader democratica ai margini della vita politica del paese, soprattutto in previsione delle stesse elezioni. Aung Din, direttore esecutivo dell'organizzazione statunitense Campaign for Burma, ha dichiarato che la sentenza della corte era tutt'altro che inattesa, proprio perché nessun giudice oserebbe contrastare la volontà dei generali.