06/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Otto libri di testo giapponesi riscrivono il Novecento. La rabbia di Cina e Corea del Sud
Un'immagine del massacro di Nanchino: un giapponese mentre sta per decapitare un bambino cineseUn po’ meglio delle versioni precedenti, ma neanche adesso ci siamo. Dopo le proteste di Cina e Corea del Sud del 2001, dovute alla pubblicazione di alcuni libri scolastici accusati di riscrivere la storia in senso nazionalista, il ministro dell’istruzione giapponese ha approvato ieri otto nuovi testi destinati dal prossimo anno agli studenti delle scuole medie e superiori del Paese. Nonostante i diversi cambiamenti voluti da Tokyo in seguito alle rimostranze di Pechino e Seul, i volumi hanno però già dato vita a polemiche simili a quelle di quattro anni fa: secondo i due influenti Stati vicini, essi omettono i torti dell’esercito giapponese – che ha occupato la penisola coreana dal 1910 al 1945 e parte della Cina dal 1931 al 1945 –, in alcuni casi glorificando le sue azioni, e così trasmettono alle nuove generazioni una visione distorta della storia dell’ultimo secolo.
 
Nuove pagine per vecchi concetti. Degli otto libri approvati, uno è la versione aggiornata di un testo scritto dalla “Società per la riforma dei libri di testo”, un gruppo di storici nipponici nazionalisti. Il contenuto del volume - che dal 2001 è stato adottato da meno dello 0,1 per cento delle scuole giapponesi - sta già facendo discutere: l’eccidio del 1937 conosciuto come “il massacro di Nanchino”, dove si stima che i soldati giapponesi abbiano trucidato da 200mila a 300mila civili e soldati inermi cinesi, viene degradato a “incidente di Nanchino”. Sull’argomento si mantengono vaghi anche gli altri sette libri. Solo uno fornisce cifre esatte sulla strage, mentre i restanti suggeriscono che nell’allora capitale cinese morirono “molte persone”. Inoltre, i volumi omettono qualunque riferimento alla pratica dei soldati giapponesi di costringere le donne alla schiavitù sessuale. Nelle precedenti versioni questa usanza era già stata edulcorata definendo le sue vittime “donne di piacere”.
 
Le isole Dokdo/TakeshimaLe isole contese. Un altro libro riapre la questione del possesso di alcune isole situate a metà strada tra Corea del Sud e Giappone. Chiamate Dokdo dai coreani e Takeshima dai giapponesi, queste piccole (0,23 kmq) isole disabitate sono state occupate dalla Corea nel 1953; il loro valore viene dalle acque ricche di pesce e dalla probabile presenza di un giacimento di gas. E’ da secoli che entrambi i Paesi reclamano la sovranità su di loro. Ora, per uno dei nuovi volumi approvati dal governo di Tokyo, la Corea del Sud le sta “occupando illegalmente”. Secondo altri tre volumi, le Dokdo/Takeshima appartengono al Giappone “storicamente e in base al diritto internazionale”.
 
Le proteste. Le reazioni di Pechino e Seul non si sono fatte attendere. Per l’ambasciata sudcoreana a Tokyo, i libri “presentano ancora contenuti che giustificano e glorificano torti commessi nel passato”. La dirigenza cinese ha chiamato l’ambasciatore giapponese a Pechino per dirgli che i nuovi testi “saranno veementemente condannati dagli abitanti di tutti i Paesi asiatici vittime del Giappone”. Oltre alle prese di posizione diplomatiche, l’argomento ha infiammato i cuori di molti coreani: a Seul una cinquantina di dimostranti si sono scontrati con la polizia all’esterno dell’ambasciata giapponese, e gli agenti hanno bloccato appena in tempo un uomo che stava per pugnalarsi in segno di protesta. Già nelle scorse settimane la questione delle Dokdo/Takeshima aveva portato ad azioni clamorose: due coreani si sono mozzati le dita, altri si sono dati fuoco, uno si è suicidato saltando giù da un ponte.
 
Una protesta anti-giapponese a SeulLa riforma del Consiglio di Sicurezza. In Cina la questione si intreccia anche con le discussioni sulla riforma del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove Pechino dispone di un seggio permanente e con diritto di veto: un privilegio a cui ora, in previsione di un possibile allargamento dell’organo decisionale delle Nazioni Unite, ambisce anche il Giappone. La Cina, come del resto la Corea del Sud, non vuole concedere un seggio permanente a Tokyo. E l’argomento sembra essere sentito anche da parte della popolazione: già milioni di cinesi hanno firmato una petizione online contro questa possibilità, mentre lunedì 4 aprile in due città cinesi la folla ha attaccato le sedi di alcune società nipponiche.

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità