24/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Cina e Usa: peacekeeping e soft power

Peacekeeping - cioè partecipazione a missioni di pace sotto l'ombrello Onu - e soft power - cioè egemonia regionale basata su forza economica e culturale. Sembrano queste le due linee guida della politica estera cinese, il che escluderebbe il ricorso alla minaccia militare. Qual è il suo parere?

La sparuta presenza cinese nelle operazioni di PK a guida Onu è un segno simbolico non di quello che vuole e può fare la Cina oggi ma di ciò che essa s'impegna a fare nel futuro. In pratica la Cina non vuole interferire negli affari interni degli stati (e quindi pretende che nessuno interferisca nei suoi), vuole agire solo su mandato Onu e con strumenti puramente umanitari e di autodifesa. Questo però è un discorso che riguarda la posizione cinese sul piano internazionale e multinazionale. Esso non esclude il ricorso alla forza nei casi di aggressione o di minaccia alla propria sovranità. La Cina sa che un'aggressione non è probabile, a meno di colpi di testa o atti dimostrativi da parte indiana, giapponese o sud-coreana con l'aiuto implicito americano. E sarebbe un disastro per tutto il mondo. Ma la questione della sovranità è più sottile e complicata e molti eventi possono rendere drammaticamente probabile una minaccia in questo senso. La Cina ha una visione maniacale dei confini e della propria sovranità anche su territori e questioni di dubbia legittimità. Essa considera attentati alla sovranità le istanze separatiste, la dissidenza, i movimenti religiosi, lo sfruttamento dei mari ritenuti propri e la negazione di accesso alle risorse essenziali per lo sviluppo della nazione. Ogni giorno accadono eventi che ricadono in questa sfera e l'ambito geografico di applicazione di questi principi si allarga sempre di più con l'espansione degli interessi cinesi nel mondo. Oggi la Cina è più presente e influente a livello globale di quanto non fosse il blocco sovietico ai tempi della guerra fredda. Se si prende atto di questo, si deve anche considerare che ciò che gli Stati Uniti potevano tranquillamente fare a quei tempi non è più possibile. La situazione si può affrontare creando un nuovo blocco e considerando la Cina come un avversario politico, economico e militare, spendendo enormi risorse nella corsa agli armamenti e sprecando enormi opportunità di progresso come vorrebbero molti in America e in Europa, o considerarla come un partner per la costruzione di un mondo più equilibrato e giusto in cui non abbiano voce soltanto le superpotenze e i grandi affari.
Quest'ultima prospettiva è paradossalmente meno perseguibile a causa dello stesso fattore: l'immaturità. Gli Stati Uniti non sono abbastanza maturi da considerare che l'equilibrio può essere anche diverso da quello ottenibile con una bilancia a due soli piatti. E che in un sistema di fattori di potenza multipli si può verificare che la spada di Brenno pesi meno di niente. La Cina è immatura perché non sa ancora tener conto dei fattori immateriali del potere. Entrambi devono imparare ancora molto e sfortunatamente sono condannati ad essere i cattivi maestri di se stessi.
Per quanto riguarda il soft power, la Cina dispone di strumenti quasi esclusivamente economici e demografici. L'influenza culturale non si estende più oltre il mondo cinese, come ai tempi dell'impero, e anche al suo interno è molto discutibile. Il comunismo e il materialismo, hanno segnato profondamente la cultura della Cina. Giustamente i cinesi dicono che nessuno può capire veramente la Cina di oggi se non ha vissuto il Maoismo, la rivoluzione culturale e il socialismo cinese di mercato. Aggiungo che la Cina non è più in grado di capire le logiche dei cinesi emigrati negli ultimi quattro secoli in Asia e nel mondo così come non è in grado di comprendere la religione taoista, il confucianesimo o il sincretismo che si sono invece affermati e radicati nei cinesi di Hong Kong, in quelli di Taiwan, di Singapore, della Malesia e dell'Indonesia. Negli ultimi dieci anni la Cina ha recuperato parte del pensiero confuciano e taoista, ma il potere è ancora terrorizzato dalle religioni. Non è stato neppure in grado di gestire il Falungong che pure è una banale rivisitazione di un misto di taoismo, confucianesimo, animismo e pura e semplice superstizione tradizionale. Nonostante questa seria differenza culturale esistente all'interno del mondo cinese, la forza del soft power economico si veicola attraverso i cinesi di oltremare che sentono l'attrazione della madre patria e ne venerano il primato a prescindere dal governo. Questa mutua attrazione è per il momento in grado di attenuare le pulsioni militari che si orientano quasi esclusivamente verso il controllo interno. Potrebbe sembrare una buona notizia ma non lo è perché quelli che la Cina considera come affari interni sono questioni complesse che coinvolgono mezzo mondo. Si pensi alla questione dei diritti umani, degli islamici uyguri, ai tibetani, alle dispute di sovranità con l'India e con i paesi del mare cinese meridionale e orientale e alla bomba ad orologeria di Taiwan. Inoltre, l'applicazione del soft power come potere di attrazione e di cooperazione economica nei riguardi dei paesi detentori di risorse ha bisogno di una base credibile di forza. Paesi come quelli africani o quelli sudamericani e quelli dell'Asia Centrale e del Medioriente, come l'Iran, hanno bisogno di essere alleati con una Cina che sappia garantire i loro interessi alle Nazioni Unite, nelle sedi finanziarie globali, ma anche nel confronto duro e nella deterrenza. La Cina in varie occasioni ha dimostrato di non fare sconti a nessuno nei casi di minacce alla propria sovranità. Prima o poi sarà chiamata a mostrare i muscoli per salvaguardare quella dei propri alleati.

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Luogo: Cina