stampa
invia
“Ho un’unica immagine di quel giorno: mia madre e i miei vicini di casa attorno
ad una radio, che piangono. Piangevano per il nostro Paese: i militari, a Santiago,
avevano appena preso il potere. Da noi, a Coronel, cittadina di minatori a 700
chilometri dalla capitale, arrivarono solo il giorno dopo, portati da grossi e
polverosi camion militari. Mi sembra ancora di sentire il silenzio innaturale,
inquietante delle strade, in quei giorni. E gli spari nella notte. Da adulto ho
capito che probabilmente si trattava di esecuzioni”.
A parlare è Vladimir, 39 anni, cileno. All’epoca del colpo di stato contro Allende
ne aveva solo otto. Ma ha ancora gli occhi lucidi quando rievoca quel tragico
11 settembre del ‘73, che cambiò per sempre la sua vita e quella dei suoi familiari.
Dal ‘74, Vladimir vive in Italia, vicino Milano, dove scappò con la madre e due
fratelli più piccoli, per riunirsi al padre, fuggito rocambolescamente dal Cile
sei mesi prima, per evitare il secondo sequestro.
“Ricordo la preoccupazione di mio padre e la tristezza di mia madre”, continua
Vladimir. “Quando sei bambino, nessuno ti spiega, intuisci attraverso gli stati
d’animo. Ricordo anche la paura, quando pochi giorni dopo, di notte, i militari fecero irruzione in
casa, prelevando mio padre. Lui era minatore e dirigente del sindacato della sua
categoria, uno dei più forti del Cile. Lo tennero sequestrato un mese, trasferendolo
di prigione in prigione, torturandolo perché parlasse. Non disse nulla. I militari,
non riuscendo a capire qual era la sua importanza nel sindacato, lo lasciarono
libero. Della sua prigionia ho solo dei flash. Uno, terribile, è lo sguardo di
ghiaccio di un generale, in una delle tante prigioni dove mia madre, incinta,
era andata a chiedere notizie. ‘Non c’è speranza, lo uccideranno’, ci disse senza
battere ciglio.
Ricordo anche i momenti successivi alla liberazione: mio padre a letto, che stava
malissimo per le percosse subite. In ospedale, qualche giorno più tardi, gli asportarono
una parte di fegato. Poi lui partì per l’Europa: clandestinamente, aiutato dal
sindacato e dalla Chiesa Valdese, proprio come nei romanzi di Isabel Allende.
Il nostro turno arrivò sei mesi dopo. Provavo un misto di curiosità e di tristezza
prima di salire sul primo aereo della mia vita. Dell’Italia conoscevo gli spaghetti
e i divi del cinema, bellissimi, affascinanti, lontani”.
“ L’impatto con Milano, invece, fu diverso”, racconta ancora. “Ricordo solo un
gran caldo, umido, soffocante, fortissimo. Per noi, che v ivevamo a 700 chilometri a sud da Santiago, non così lontano dalla Patagonia,
l’estate è come la primavera di qui.
Per anni abbiamo creduto di poter tornare nel nostro Paese da un momento all’altro,
magari dopo un anno o due. Invece ne sono passati diciassette, prima che in Cile
crollasse la dittatura. Senza accorgercene, la maggior parte della nostra vita
era trascorsa qui. E qui siamo rimasti, quasi senza deciderlo: io e i miei fratelli
con un vago ricordo del nostro Paese. I miei genitori, con quello di un Cile che
non c’è più, di una speranza –quella di Allende- che è stata spezzata per sempre,
anche quando la democrazia è tornata”.
La visione del golpe di Vladimir bambino è straordinariamente simile a quella
di Machuca, giovane protagonista del film omonimo di Andres Wood, presentato all'ultimo
festival di Cannes. "Machuca" è la storia commovente e tragica di un'amicizia
fra due bambini provenienti da opposti strati sociali della società cilena del
1973: Gonzalo appartiene alla borghesia che appoggia Pinochet e Machuca alle periferie
che stanno con Allende. Dal film, che speriamo di vedere presto nelle sale, abbiamo
tratto le immagini di questo articolo