23/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Qais Azim, giornalista afgano di Al Jazeera che nei giorni scorsi è entrato nella città al centro dell'operazione Moshatarak

Qais Azimy è un giornalista televisivo afgano che lavora per Al Jazeera che in questi giorni si trova in Helmand per seguire l'operazione militare Moshatarak.
Nei giorni scorsi è riuscito a entrare nella città di Marjah, epicentro dell'offenisva.
Peacereporter lo ha intervistato.

Come è arrivato a Marjah e cosa ha visto in città?
Sono arrivato a Marjah a bordo di un elicottero governativo, accompagnato da ufficiali dei Marines e dell'esercito afgano, oltre che dal governatore di Helmand, Gulab Mangal.
Siamo atterrati a poche centinaia di metri dal bazar di Marjah, che abbiamo raggiunto percorrendo a bordo di un blindato una strada che costeggia il canale. Sul bordo di questa strada un ufficiale dei Marines mi ha indicato delle buche: le trincee degli insorti. Poi abbiamo attraversato il canale su un ponte di ferro posato dai Marines durante l'attacco: quello vero è minato, troppo pericoloso.

Come le apparsa la città? Cosa ha visto?
Il bazar di Marjah consiste in una lunga fila di edifici diroccati, semidistrutti, che costeggiano su ambo i lati la strada che corre lungo il canale. Quasi tutte botteghe vuote e evidentemente abbandonate in fretta e furia da chi ci lavorava. I Marines mi hanno detto che la distruzione che vedevo non è stata causata da loro, ma dai bombardamenti dell'artiglieria britannica durante l'offensiva dell'estate scorsa.

E che aria tira in città? Le truppe Usa la controllano come dicono?
Non abbiamo fatto molta strada nel bazar. I soldati si muovevano con molta circospezione: non si fidano. Si sentivano continue sparatorie, molto vicine. E' evidente che, nonostante i proclami, nemmeno il bazar è sotto il pieno controllo delle forze americane e governative.

E la gente? La popolazione civile?
Siamo stati avvicinati da alcuni abitanti che supplicavano il governatore di fare qualcosa per loro, per la popolazione civile rimasta intrappolata a Marjah. Hanno detto che in città non c'è più niente da mangiare, che i soldati obbligano tutti a stare chiusi in casa e impediscono a chiunque di entrare e uscire dalla città e quindi non c'è modo di procurarsi provviste. Il governatore ha promesso loro che nei prossimi giorni arriveranno aiuti alimentari.
Il personale locale della Croce Rossa Internazionale mi ha riferito che i civili sono bloccati a Marjah sono tra i 40 e i 50 mila.

E per quanto riguarda le vittime civili di questa operazione?
Gli ufficiali americani mi hanno spiegato che il problema fondamentale di questa operazione militare - e non solo di questa - è distinguere tra civili e insorti, perché gran parte di questi ultimi coincidono con la popolazione, sono gente di qui, gente di Marjah. Il rischio di confonderli e commettere errori è molto alto, come dimostrano le testimonianze che abbiamo raccolto tra gli sfollati rifugiatisi a Lashkargah, che ormai sono circa 3.500 famiglie (oltre 20 mila persone, ndr). Alcuni di loro ci hanno raccontato di contadini uccisi nei campi perché scambiati per insorti.

Enrico Piovesana

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