22/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un'importante articolo di Global Research mette in discussione la presenza di greggio nei mari caraibici e soprattutto a Haiti

Sulla terra ferma a Haiti non è più possibile sfruttare nulla. Legni pregiati, argento, oro e rame, sono stati saccheggiati nei decenni passati. Ora non resta che rivangare nel passato e ricordare quante risorse erano presenti nell'isola prima che il liberismo e le sue regole arrivassero a spazzare via tutto.
Poi ci si è messa la lunga lista di dittatori, su tutti la famigerata famiglia Duvalier, spietati e sanguinari, che hanno portato all'estero decine di milioni di dollari di proprietà della nazione e quindi degli haitiani stessi.
E c'è voluto un terremoto di una forza devastante per far ricordare al mondo che nei fantastici Caraibi esiste una nazione fra le più povere del pianeta. Ma c'è una novità che se confermata e supportata da analisi tecniche potrebbe far riscattare l'intera nazione. Haiti infatti, si trova appoggiata su una delle zone geologiche maggiormente attive dove si incontrano le piattaforme tettoniche del Nord America, del Sud America e quella dei Caraibi. Esattamente come avviene per la regione del Golfo persico, ricchissima di greggio, dove si incontrano altrettante piattaforme.
Insomma se uno più uno fa sempre due allora è possibile che nel sottosuolo haitiano si possa concentrare una quantità tale di greggio da far invidia alle riserve venezuelane.

Sì, perchè secondo gli studiosi è proprio nelle aree dove convergono piattaforme tettoniche che si concentrerebbero enormi masse di gas e petrolio. E per la possibile presenza di greggio che Global Reseach spiega l'ampia presenza di americani, militari e non, a Haiti. Non solo. L'articolo mette in evidenza come nel biennio 2004/2005, ovvero quando esercito Usa e francese deposero il presidente Jean Bertrande Aristide (democraticamente eletto dalla popolazione), sull'isola arrivò una delegazione dell'Institute for Geophysics dell'Università del Texas che iniziò un progetto di mappatura geologica del Bacino dei Caraibi. Un progetto ambizioso e per nulla semplice da portare a termine che ha visto fra i maggiori finanziatori compagnie petrolifere multinazionali come Chevron, ExxonMobil e Shell.
Ma la domanda inquietante che si pone l'autore dell'articolo lascia sgomenti: e se gli Usa e le grandi aziende multinazionali del settore fossero a conoscenza della possibile esistenza di questi enormi giacimenti? O, ancora peggio, se avessero saputo in anticipo del possibile arrivo del terremoto?
Sta di fatto che in modo molto serio e competente l'articolo mette in fila una serie di eventi che potrebbero aver a che fare con l'ipotesi che esista petrolio, tanto petrolio, sotto i mari haitiani. E dunque si potrebbero guardare con diverso punto di vista le visite dei capi di Stato occidentali che negli ultimi mesi si sono verificate nell'area. Come quella di Medvedev a Cuba, non distante da Haiti. E pare che proprio in questi mari la multinazionale spagnola Repsol abbia trovato uno dei dodici bacini petroliferi più grandi del pianeta. Insomma, nonostante il mondo si stia dirigendo sempre più verso frontiere ecologiche, il petrolio fa sempre gola a molti.

Alessandro Grandi

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