11/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Francesco D'Adamo, Fabbri, 2005
La Libertà, con la elle maiuscola, è cercare le risposte. Forse non si troveranno, forse non esistono, forse ce ne sono diverse per una singola domanda. La cosa importante è non fermarsi, continuare a cercare e avere la possibilità di farlo.
“Johnny il seminatore”, ultimo libro di Francesco D’Adamo, sottotitolo “un romanzo contro tutte le guerre”, non dà risposte, non fornisce la soluzione, ma invita i suoi lettori a riflettere. Lettori adolescenti prima di tutto, che si immedesimano e si  riconoscono nella figura della quasi quattordicenne Belinda che racconta la storia dell’amato fratello Johnny, militare di ritorno al suo paese, vista con gli occhi, per l’appunto, di un’adolescente. Ma in realtà l’invito si allarga e la lettura coinvolge lettori di ogni tipo, specie ed età. “Qualcuno dice che tutte le guerre sono sbagliate, qualcuno dice che bisogna distinguere e che alcune guerre sono giuste e necessarie. Anche qui andatevi a cercarvi la risposta, in tutta coscienza. Ma non evitate la domanda”. Sono le parole con cui D’Adamo conclude la sua appendice, poche pagine didattiche messe alla fine del libro che, dopo la lettura del romanzo, aiutano, stimolano, provocano, pungolano il pubblico.
 
Johnny vedeva solo pastori con greggi di pecore. Afghanistan, foto di Enrico Piovesana Johnny è un bravo ragazzo italiano, ma la nazionalità non ha importanza, uno di quelli che sanno sempre cosa fare e come farlo, orgoglio dei suoi genitori. Johnny è andato in guerra, convinto che fosse la cosa giusta e comunque che fosse un suo dovere, lui che aveva un forte senso di responsabilità. Si tratta della guerra di Laggiù, un Paese che evoca l’Afghanistan, ma che in realtà è un Paese qualunque, uno dei tanti martoriati dalla guerra. Johnny è in aviazione: prima ha bombardato dall’alto, senza vedere. Poi, quando “gliel’hanno fatta vedere” con i bombardamenti e si è passati alla fase due, della guerra, gli è stato dato una altro aereo e altre istruzioni: Johnny questa volta volava basso e doveva vedere. Johnny quando ha capito se ne è andato, ha deciso di tornare al suo piccolo paese. Lo aspettavano come un eroe, ma hanno dovuto fare i conti con un ex soldato che ha conosciuto la guerra e che l’ha rifiutata, che è partito convinto di fare la cosa giusta e che è tornato dicendo no. Qualcuno ha capito subito, qualcuno col tempo. Solo qualcuno.

Laggiù il paesaggio era bello, con montagne innevate. Afghanistan, foto di Enrico Piovesana Il protagonista del romanzo di D’Adamo fa venire in mente un altro Johnny, forse volutamente evocato, forse sconosciuto ai più: Johnny seme di mela. Anche questo Johnny, protagonista di una storia del folklore americano sulla conquista del West e ripresa da un cartone animato, seminava. Ma non morte e sofferenza: seminava semi di mela. E mentre gli altri pionieri conquistavano il West con la forza, Johnny seme di mela ha fatto crescere meli in tutto il territorio. Le sue mele sono state le protagoniste delle feste e dei balli dei pionieri, cucinate nei modi più svariati e fantasiosi, simbolo di condivisione e di voglia di stare insieme. Dopo la sua morte, Johnny seme di mela ha continuato la sua “missione” e chi racconta la sua storia nel cartone per bambini vede nelle nuvole in cielo i fiori dei meli piantati da Johnny lassù.
 
Semplicità, retorica, semplificazioni,  false illusioni, utopie adolescenziali o cose da piccoli, impossibili per un mondo di adulti che sanno cosa è bene, cosa è giusto, qual è la loro responsabilità? Johnny il seminatore ha cambiato idea. Allora, seguendo l’invito di Francesco D’Adamo a non evitare le domande, quale tipo di seminatore vogliamo essere?

 

Valeria Confalonieri

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