stampa
invia
Mentre le tensioni diplomatiche fra Serbia e Croazia vengono combattute sul fronte del cerimoniale per l'insediamento del nuovo presidente croato Ivo Josipovic, le popolazioni delle rispettive nazioni si mobilitano per seppellire, una volta per tutte, gli odii atavici maturati all'interno delle popolazioni dell'ex Jugoslavia. Oggi è chiaro che i nazionalismi balcanici sono merce prodotta e scambiata dalla sola classe politica e da qualche sparuto gruppo di facinorosi. A testimoniarlo è il social network Facebook all'interno del quale la "tavola fraterna" per tutto il popolo slavo, virtualmente imbandita da Brandon Djordjevic, ha raccolto più di 100mila persone fra serbi, croati e internauti degli altri Stati della ex-Jugoslavia. L'esperimento è nato il 5 giugno 2008, giorno in cui Djordjevic ha fondato il gruppo "Usiamo facebook per porre fine all'odio serbo-croato". Nel giro di venti giorni l'iniziativa aveva già raccolto le adesioni di duemila persone, diventate 13 mila alla fine di quell'anno. Cambiano i tempi, cambiano gli slogan, cambiano gli obiettivi. Per il 2009 la meta, e il motto, del gruppo diventava - il 14 dicembre - "Troviamo 50mila serbi e croati che non si odiano". Detto, fatto. Il 18 dicembre, nel giro di soli quattro giorni dal rinnovamento del nome, il gruppo toccava già quota cinquantamila. Oggi, dopo aver lanciato la sfida a raddoppiare anche quest'ultima cifra, il forum ha raggiunto i 101mila contatti. Gente di tutta la regione che scrive messaggi improntati al riconoscimento reciproco e alla pace. "È bello sapere che c'è tanta gente che si sente bene quando non odia nessuno. - si legge nel forum - Sono sicuro che siamo molto di più di centomila, anche se non riusciamo ancora a sentirci tra di noi a causa del frastuono turbopatriottico che continua a infuriare".
Commenti come questo se ne leggono a centinatia e tutti richiamano all'unità nel rispetto, pacifico, delle altrui differenze. Il dato che salta agli occhi è quello delle presenze. Ogni chiamata alla pace ha trovato una risposta da parte della popolazione di Serbia e Croazia, quando non anche da altri Stati della penisola. Gli unici a non sentirci bene da quell'orecchio sono, come sempre, i governanti. La cerimonia di insediamento di Josipovic potrebbe essere ancora un'occasione da sfruttare per il dialogo. Per ora, Vuk Jeremic, ministro degli Esteri di Belgrado, si è messo di traverso ad ogni possibilità di distensione dichiarando che " Il presidente croato ha preso la su decisione, scegliendo funzionari del Kosovo e non funzionari serbi. Nel momento - ha proseguito il ministro- in cui il presidente croato ha deciso chi invitare all'inaugurazione, è stato chiaramente indicato da parte croata che non ci sarebbero stati funzionari serbi presenti dal momento che avrebbero partecipato funzionari del cosidetto Kosovo".
Antonio Marafioti