22/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Dopo quattro anni il Plan Puebla Panamà continua a sollevare proteste

Centodue milioni di chilometri quadrati, dallo stato messicano di Puebla alla repubblica di Panamà. Praticamente tutto il Centroamerica e il sud-est del Messico: è il territorio scelto per il Plan Puebla Panamà (PPP), l’ambizioso progetto di sviluppo economico presentato nel 2000 dal presidente messicano Vicente Fox.
Questo corridoio fra l’Atlantico e il Pacifico, passaggio dei traffici tra l’America del Sud e gli Stati Uniti, abitato da 64 milioni di abitanti in gran parte contadini e indios, dovrebbe riempirsi, nel giro di qualche anno, di porti, strade, ferrovie, aeroporti, dighe, industrie.
Per il momento, tuttavia, offre ben altro: una natura vergine e una popolazione tra le più povere al mondo. Ma anche le maggiori riserve d’acqua del Centroamerica, il petrolio e –soprattutto- un’incredibile varietà biologica, che pone il Messico al terzo posto al mondo per biodiversità. Qui si contano 75.861 specie di piante, 1797 specie di mammiferi, 4153 di volatili, 1882 di rettili, 944 di anfibi, 1132 di pesci e quantità infinita di microrganismi: patrimonio unico, prezioso, che fa gola alle multinazionali del farmaco e che ha dato origine, negli ultimi anni, a continui fenomeni di biopirateria.

Con queste premesse è facile capire perché a quattro anni dalla sua presentazione, il Plan Puebla Panamà continua a sollevare proteste, benché sia stato attuato solo in minima parte: proteste della società civile, della popolazione indigena, di tutti coloro che vedono, dietro la scusa dello sviluppo, il saccheggio di un’area ricchissima. E un pericolo per le popolazioni indigene, che proprio in questi giorni, stanno avviando gli incontri per la creazione di un movimento nazionale contro il famigerato piano.
Sul complesso rapporto tra Plan Puebla Panamà e popolazioni native, abbiamo intervistato Andrés Barreda, professore di Economia alla UNAM, l’Università Nazionale Autonoma del Messico, che da anni lavora su questioni indigene e ambientali.

Il PPP si inserisce in un territorio dove il 18 per cento della popolazione è indigena. Con quali implicazioni ?
Plan Puebla Panamá e diritti indigeni sono incompatibili. Tutti i programmi di costruzione di strade, quelli di privatizzazione  del petrolio e della biodiversità, sono componenti del PPP che le popolazioni indigene rifiuterebbero, se potessero decidere.
Un aspetto sottinteso nel PPP è quello di ‘liberare’ la regione dalla sua gente, per trasferirla nelle città e convertirla in forza lavoro per l’industria. Farla evacuare, cioè, dalla regione a più alta biodiversità del Messico, da quella con le maggiori riserve d’acqua e di petrolio. Da quella che più fa gola alle multinazionali. E’ un programma di espulsione che in cambio offrirà condizioni di lavoro infami nei centri urbani, con salari bassissimi, competitivi con quelli asiatici.

In che modo viene espulsa la popolazione campesina?
In molti modi. Il sistema più comune è di rovinare l’agricoltura: la si mette in competizione con quella nordamericana, non si dà credito alle produzioni tradizionali (mais, frijol, legumi), non si protegge la legislazione per impedire che la proprietà collettiva si trasformi in privata. Si lascia insomma che i ‘grandi ‘ mangino i ‘piccoli’.
Grazie a tutto ciò, il Messico è oggi un paese espulsore di manodopera e il centro del flusso migratorio verso gli Stati Uniti. I contadini sono obbligati a sviluppare strategie di sopravvivenza: in genere l’alternativa è legarsi al narcotraffico o alla lotta armata.
Non a caso, stanno nascendo organizzazioni armate dappertutto. Lo stesso governo messicano ha riconosciuto la presenza di 17 gruppi. Quando vengono scoperti, cominciano i processi di espulsione militare, diretta, violenta, con i paramilitari e l’introduzione di droga nelle regioni. Si distrugge il tessuto sociale, e questo accentua ancora di più il processo di espulsione verso le città.
E’ qualcosa di simile al cosiddetto ‘processo di Balcanizzazione’: si lascia che le tensioni sociali si inaspriscano, per poter poi intervenire militarmente e così controllare la zona.

Alcuni critici hanno visto nel Plan Puebla Panamá un’occasione in più per permettere agli interessi statunitensi di entrare in Messico e in America Latina, più in generale. E’ vero?
Il Plan Puebla Panamá è destinato a creare vie commerciali (e non solo) che uniscano l’Est degli Stati Uniti con la conca del Pacifico. Ciò implica l’apertura di un tessuto di infrastrutture, di strade, di porti, di industrie che organizzino lo spazio.
Oggi il Sudamerica sfugge in parte dal controllo degli USA, soprattutto nella regione del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay). Per gli Stati Uniti è molto importante smantellare la sovranità alimentare di questi Paesi, subordinare il lor o sviluppo industriale e, soprattutto, ottenere il controllo delle materie prime della regione : la biodiversità (indispensabile all’ingegneria genetica), l’acqua, i minerali, il petrolio.
L’Amazzonia è ricchissima di tutto questo, ma è difficile da controllare, perchè è nelle mani della borghesia brasiliana.
In un’ottica ampia, credo che progetti come il Plan Puebla Panamá, il Plan Colombia e altri minori pensati per il Sudamerica, stiano preparando la ‘camicia di forza’ con la quale si vuole legare il Brasile, quando, nel 2005, verrà siglato –nelle intenzioni degli Stati Uniti- l’ALCA, l’Accordo di Libero Commercio delle Americhe.

Il Plan Puebla Panamá prevede un progetto di sviluppo sociale ed educativo. Cosa ne pensa?
In realtà, il Plan Puebla Panamá non ha un vero capitolo di politica sociale. Ha piuttosto una copertura demagogica, che finge attenzione alla popolazione indigena. Se analizziamo tutti i documenti, anche quelli della Banca Mondiale e degli organismi che hanno deciso di appoggiare il PPP, in nessun momento, in nessun luogo, appare il riferimento ad una politica sociale.
Quanto al documento ufficiale del PPP, non definirei politica sociale l’ espulsione della popolazione rurale: non si capisce, infatti, perchè il PPP continui ad insistere sul fatto che la popolazione è dispersa e che per ricevere i servizi deve concentrarsi nei centri urbani.
E infine, l’educazione proposta dal PPP è esclusivamente tecnica: ma non per l’agricoltura, come sarebbe necessario, bensì per lavorare nelle catene di montaggio dell’industria, o nelle multinazionali, dove è richiesto un minimo di inglese e di conoscenza del computer.

Quali sono le alternative al PPP, per uno sviluppo della zona?
Il PPP è già un programma di sviluppo: delle multinazionali.
Ma se vogliamo uno sviluppo reale, economico e sociale, il PPP non è la via giusta. Occorre invece una politica che protegga la sovranità del nostro paese, che permetta al Messico di utilizzare le proprie ricchezze all’interno di una proposta equilibrata: che non svenda le nostre risorse al capitale internazionale e che non distrugga l’ambiente, la varietà biologica e culturale, l’industria locale. Purtroppo non è questo l’indirizzo del governo di Fox.

Categoria: Risorse
Luogo: Messico