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Sulla scia della Francia, anche l'Italia pensa a vietare burqa e niqab nei luoghi pubblici. Sotto il velo integrale potrebbe nascondersi chiunque e questo rappresenta un serio problema per la sicurezza nazionale. Argomento molto caro ai governi occidentali, che diventa prioritario in prossimità delle elezioni. “Svelare” le donne, nelle intenzioni dell'esecutivo, diventerebbe fondamentale per garantire la sicurezza dei cittadini italiani. Che il burqa e il niqab non siano segni di femminilità e non contribuiscano a creare un'immagine aggraziata e moderna della donna, non è in discussione. Sono le motivazioni che spingono all'introduzione di una possibile legge a impensierire la comunità islamica e a suscitare dubbi e perplessità tra quanti sono contrari.
PeaceReporter ha intervistato Rascea El Nakouri, una dei giovani della casa della cultura islamica di viale Padova, di origine egiziana, ma nata a Milano, dove vive da 28 anni.
Pensi sia giusto vietare il velo integrale nei luoghi pubblici?
La proposta mi spaventa da un punto di vista legislativo, perché limita la libertà personale. Capisco che il burqa e il niqab possano rappresentare un problema per la sicurezza, ma allora vietiamo tutti i veli e tutto ciò che non permette il riconoscimento della persona. Altrimenti mi viene da pensare che sia un provvedimento fatto per colpire la religione islamica e limitare i diritti religiosi.
Come mai si è arrivati a pensare di introdurre una legge?
C'è poca elasticità da entrambe le parti. Se le donne che indossano il burqa, avessero dimostrato maggiore disponibilità a farsi riconoscere quando necessario, forse non si sarebbe arrivati fino a qui.
Sono tante le donne che portano il burqa in Italia?
Molto poche, spesso sono le convertite italiane a sentire il bisogno di indossarlo. Non ho mai capito perché, nel momento in cui si decide di abbracciare una nuova religione, spesso la si abbraccia in maniera estremista. Personalmente penso che il velo integrale limiti tantissimo la libertà della donna. Chi lo porta, ad esempio, si priva della possibilità di svolgere molte professioni, come ad esempio il medico, l'avvocato, perché oltre a rendere irriconoscibile la persona, ne blocca e limita i movimenti. Pochi lo sanno, ma il burqa e il niqab non sono simboli religiosi.
E cosa sono?
Usanze. Nel Corano non vengono imposti. Le mogli del Profeta usavano il burqa durante i periodi di guerra per proteggersi. Come loro, tutte le donne per evitare di essere riconosciute. All'epoca era una necessità, oggi il contesto storico è cambiato e bisogna adattarsi ai tempi. In epoca moderna è ricomparso in Iran, dopo la Rivoluzione, in Afghanistan e in altri Paesi sciiti che hanno una visione della religione spesso dogmatica, chiusa.
E allora qual è il problema?
Non è l'Islam il problema, ma l'uomo e la sua interpretazione della religione. Una difficoltà che, in epoche diverse, ha riguardato tutte le grandi confessioni monoteiste, dal Cristianesimo all'Ebraismo. Si va a fasi alterne, ma nessuno è esente.
Perché allora hai deciso di indossare il velo?
Il velo non è il burqa. E' molto diverso. La mia è una scelta politica, di valori. Sono di origine egiziana, ma ho sempre vissuto in Italia e non mi sento accettata né da una parte, né dall'altra. Non sono la tipica egiziana, ma nemmeno mi ritrovo nel modello di donna occidentale. Troppo aggressivo per me. Se penso, ad esempio, a Daniela Santanchè, sono orgogliosa del mio velo, che a quel punto diventa un simbolo di identità. Un filo di pudore che voglio tenere nella società.
Benedetta Guerriero