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Quando racconta dei suoi venti giorni ad Haiti, nel suo ufficio a Milano, è davanti a uno schermo grande dove scorrono le immagini. Il ricordo, che scivola nelle parole e nelle pause - i click del mouse si amplificano nella ricerca degli scatti - lo porta ancora indietro; la voce è calma, il tono dimesso. Un viaggio a ritroso, che poggia su una pellicola impressa dentro, dietro l'occhio del fotografo.
Samuele Pellecchia, fondatore e direttore di Prospekt fotografi, è stato per venti giorni ad Haiti, insieme al collega Francesco Giusti. Condivide con noi quel ricordo, a partire da pochi scatti selezionati, che punteggiano la memoria.
Partiamo da qui, dice. E apre una foto.
"Partiamo da una di queste immagini, da questa della gente che cerca. Perchè è una delle immagini più incredibili: una situazione che ha lasciato dentro di me una sensazione: come se tutte le organizzazioni internaizionali, l' Onu e i militari, intasassero sulle varie jeep tutte le strade e contemporaneamente c'era questa quantità incredibile di gente che prende e sgombera...".
AUDIOGALLERY: FOTO E RACCONTO DI SAMUELE PELLECCHIA
"Spesso andavano in centinaia a prendere legno e ferro, che vendevano o riutilizzavano per costruire baracche dentro e fuori la città. I corpi li spostavano in strada, ma a un certo punto il numero era tale che iniziavano a bruciarli".
"I medici cubani li abbiamo incontrati in molti posti, anche perché in centro, vicino alla cattedrale, c'era un ospedale haitiano gestito da cubani e spesso e volentieri abbiamo portato lì i feriti che trovavo per strada, perché chi veniva colpito dalla polizia veniva lasciato per terra. Ci è capitato molte volte, ma anche ad altri colleghi, di portare là i feriti. A Petit Goave c'era un gruppo di medici cubani: lì ho visto un parto in diretta, un attimo di speranza e di gioia. La pediatra, Eva, mi è rimasta impressa nella memoria, perché è quella che ha fatto nascere questo bambino, ma subito dopo non è riuscita a salvarne un altro, morto per disidratazione. E quando è morto era in un angolo. Mi sono avvicinato, era arrabbiata e si è messa quasi a urlare. Diceva che i bambini non muoiono, i bambini non devono morire".
"Questa è l'altra immagine che per me rappresenta la chiusura del mio lavoro in oltre due settimane e mezzo dentro la città. E' l'incendio del mercato di ferro. Si trova in mezzo alla città, in pieno centro e il suo incendio, il fuoco, è arrivato come una presenza purificatrice, una situazione davvero surreale.
AUDIOGALLERY: FOTO E RACCONTO DI SAMUELE PELLECCHIA
"Nella foto c'è un elicottero. E' una presenza significativa, perché è un elicottero statunitense. Per me è un grande mistero. Perché io mi dico: ero lì, io c'ero, ogni giorno giravo per tutta la città, dall'ospedale della Fondazione Rava, vicino all'ambasciata americana, fino al centro e c'era mezz'ora buona in motorino, oltre alle zone che ho visto fuori dalla capitale. Eppure, girando, mi chiedevo: ma sono io che non vedo l'organizzazione o non c'è? Mi parlano di migliaia di marines, di organizzazioni internazionali e tutte le sigle che ho sempre visto in giro per il mondo c'erano. A parte il World food program, che ha tardato. Io passavo la mia giornata insieme alla gente e chiedevo: vi è arrivato qualche cosa? 'A noi non è arrivato niente', mi rispondevano.
Tutto questo grande dispiegamento di forze a cosa serviva? Le uniche distribuzioni che ho visto erano per uso e consumo dei media. Per esempio quella della Croce rossa colombiana che è andata in un campo e si è messa a distribuire. Si può immaginare che cosa succede in una situazione dove la gente non ha ricevuto nulla per giorni, quando all'improvviso arrivano i viveri. La distribuzione era mal organizzata, forse era l'unica cosa in cui sarebbero serviti i militari... Tutti cercavano di prendere tutto quello che potevano. Ho visto gente quasi calpestata. A Champ de mars, dove tutti vivevano, non è mai arrivato nulla e ho aspettato per giorni la distribuzione. Avevo lasciato anche i miei numeri perché mi avvisassero quando fossero arrivati i viveri".
"Un'altra cosa che mi ha colpito sono le piccole comunità che si formavano di notte. Persone sopravvissute, nelle zone più disparate, che la sera occupavano degli incroci, mettendo dei sassi per impedire che le macchine e le moto li investissero. Stendevano le lenzuola e dormivano in una specie di comunità che si autoproteggeva. Una sera sono arrivato con il motorino e ho visto un signore di mezza età che mi si faceva incontro. All'inizio eri intimorito, anche se di gang con il machete non ne abbiamo incontrata nemmeno una. Erano persone che ti avvisavano e che toglievano i sassi per farti passare accanto a quanti stavano dormendo. La mattina, all'alba, l'accampamento si risvegliava e ognuno di loro cercava di lavarsi come poteva o cercava qualche cosa da mangiare".
Angelo Miotto