16/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Parlamento della Repubblica Srpska approva lo strumento di secessione, ma il premier Dodik rassicura la comunità internazionale

"Catherine Eston è stata ingannata o male informata. La Repubblica Srpska (Rs) non sta preparando la secessione dalla Bosnia-Erzegovina. Le autorità della Repubblica serba non hanno intenzione di mettere in questione la stabilità della regione. Noi vogliamo soltanto perseverare l'accordo di Dayton".

L'incorreggibile Dodik. Milorad Dodik, premier della Rs, che con la Federazione croato - musulmana forma la Bosnia - Erzegovina così come è emersa dagli Accordi di Dayton che nel 1995 posero fine alla guerra nella ex Jugoslavia, ha voluto oggi tranquillizzare Catherine Ashton, Alto rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera e la sicurezza. Miss Ashton, il 13 febbraio, si era detta molto preoccupata dall'iniziativa di Dodik e della Repubblica Srpska in merito a un referendum sull'eventuale separazione dell'entità serba dalla Bosnia. "I Balcani sono la nostra priorità", ha dichiarato la Ashton in un'intervista al quotidiano austriaco Kurier. "Preoccupazione particolare suscita la situazione in Bosnia - Erzegovina, nella quale serbi, musulmani e croati litigano intorno alle questioni che riguardano la Costituzione e dove il premier della Repubblica serba Milorad Dodik minaccia costantemente che l'entità serba si separerà dal Paese. I paesi dell'Unione Europea ritengono che le riforme e la stabilità sui Balcani abbiano un'importanza decisiva per le integrazioni economiche e politiche".

I fatti. Il 10 febbraio scorso, all'ora di cena, il parlamento della Rs a Banja Luka ha approvato a maggioranza una legge sull'istituto del referendum proposto dal governo guidato dallo stesso Dodik. Il dibattito sul disegno di legge era cominciato il giorno prima, ma dopo pochi minuti i deputati musulmani e croati hanno abbandonato l'aula definendo la legge anticostituzionale e contraria all'accordo di pace di Dayton. Gli stessi deputati hanno inoltre annunciato che ricorreranno al diritto di veto nella Camera dei Popoli, il secondo ramo del parlamento, e poi alla Corte costituzionale della Rs. Il premier Dodik aveva assicurato che la legge sul referendum non rappresenta il primo passo verso la secessione dalla Bosnia Erzegovina, nonostante lui stesso lo avesse affermato durante la sua campagna elettorale nel 2006. "Noi puntiamo solo a far valere i nostri diritti - ha dichiarato il premier - Puntiamo a permettere ai serbi di Bosnia di avere uno strumento per ribellarsi a decisioni illegali dell'Alto Rappresentante", una figura istituita a Dayton e che dovrebbe rappresentare la tutela della comunità internazionale sulla pace faticosamente ricostruita in Bosnia. La carica è attualmente ricoperta da Valentin Inzko, diplomatico austriaco.

Lo stallo continua. Il testo è stato approvato con 46 voti a favore e 16 contrari, con sei astenuti. Lo stesso partito di Dodik, l'Snsd, ha emendato la proposta governativa cambiando il termine 'obbligo' di indire il referendum con la parola 'possibilità'. Una bella differenza, che mostra come al di là della sagacia tattica di Dodik - che ha sempre sfruttato lo strumento del referendum di secessione per ottenere quello che voleva dalla comunità internazionale - la volontà di staccarsi dalla Bosnia non è così solida. Ben inteso, un problema c'è. Il Paese è bloccato dal meccanismo di tripartizione del potere e mentre tutti gli stati della ex Jugoslavia (il Kosovo è una realtà a parte) marciano spediti verso l'Ue, la Bosnia resta al palo. Usa e Ue, nei mesi scorsi, hanno tentato di sbloccare le riforme costituzionali per permettere alla Bosnia - Erzegovina di ripartire, ma Dodik si è sempre distinto per la richiesta di 'non ingerenza' e per la condanna di decisioni dell'Alto Rappresentante che a suo dire limitano la sovranità delle tre anime del Paese. L'ex presidente croato Stipe Mesic, alla fine del suo mandato, non aveva fatto mistero di ritenere necessario l'invio di truppe nel caso di una secessione. Cosa accadrà? Difficile dirlo, ma la retorica degli attori in campo, oggi come ieri, non aiuta la Bosnia-Erzegovina a uscire da un dopoguerra che qualcuno vuole senza fine.

Christian Elia

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