stampa
invia
A due anni dall'apertura del Salam, quali sono le maggiori soddisfazioni che il centro ha dato ad Emergency?
La consapevolezza che costruire una struttura ospedaliera di eccellenza in Africa è possibile, come abbiamo sempre sostenuto. Quando aprimmo il centro, le perplessità erano tante. Si diceva che Emergency aveva fatto il passo più lungo della gamba e che il Salam sarebbe stato una cattedrale nel deserto. Oggi, i numeri ci danno ragione.
Non solo i numeri, visto il successo della conferenza Anme
Onestamente non credo che una conferenza organizzata da una Ong abbia mai attratto tante delegazioni. Undici Paesi, tra cui alcuni in guerra tra loro e altri con visioni politiche molto distanti, sono un successo significativo. E' un altro segnale della bontà della nostra iniziativa.
Ma è veramente possibile affrontare le emergenze medico-sanitarie in Africa con un approccio dall'alto?
Noi partiamo dalla constatazione che, finora, gli approcci in senso contrario hanno tutti fallito. Il fatto di optare per una politica di strutture sanitarie che partano dal basso ci viene sempre presentata come una necessità per l'Africa, ma in realtà è una scelta ben precisa, che non ha portato molti risultati. Anche per le mancanze delle stesse organizzazioni umanitarie.
In che senso?
Molte arrivano in Africa con progetti già fatti e finiti, chiedendo semplicemente ai vari ministri della Salute di approvarli. E' tempo di cambiare questo approccio, di ascoltare i locali e capire insieme quali siano i problemi di ciascun Paese. Per me, chi non segue questa filosofia potrebbe tranquillamente essere rispedito a casa. La nostra esperienza dimostra che, se ai Paesi africani vengono presentati prodotti di qualità, si stimolano interesse, impegno, passione e anche risorse. Sia interne, come il sostegno che il Sudan fornisce ogni anno al centro Salam, che esterne, in termini di donazioni e donatori.
L'Anme si rivolge a undici Paesi africani, ma è un'esperienza che potrebbe essere allargata all'intero continente?
Onestamente non ho risposte certe a questa domanda. Mi limito a dire che due anni fa a Venezia riunimmo otto Paesi, quest'anno sono diventati undici. E questo mi dà molta fiducia per il futuro.
Matteo Fagotto