08/03/2004
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In Turchia era giornalista. E' scappato da un paese dove non si può manifestare le proprie idee
“Yilmaz è un giornalista – racconta Anna con un’espressione del viso
dolce e severa – ma forse sarebbe meglio dire che in Turchia era un
giornalista. Poi è fuggito. Che altro dovrebbe fare chi vive dove è
impossibile manifestare le proprie idee, dove si rischia la tortura e
la morte?”.
Anna è minuta, ha un sorriso aperto. E’ una giovane donna che fa
l’avvocato. Difende i profughi, uomini e donne che partono dal loro
Paese per cercare una nuova vita, non solo la libertà. Yilmaz è uno dei
mille volti che si incrociano per le strade delle città. Persone dai
lineamenti inconsueti, dal colore della pelle diverso, dalla lingua
incomprensibile.
Nel centro di Roma il cielo è blu e fa freddo. Piazza del Popolo
brulica di gente avvolta in cappotti pesanti. “Perché sono scappato?
Non è solo per motivi politici. È perché sono curdo e perché la mia
religione è diversa. Tutto questo per i turchi è un incubo, qualcosa
che impedisce loro di dormire. Io amo la vita. Amo la vita alla
follia”. Adesso a parlare è lui, il fuggitivo. Nella sua lingua, Yilmaz
vuol dire “valoroso” e la sua esistenza, fino ad oggi, sembra un
romanzo dalla trama impossibile.
“Un giorno ho incontrato i miei amici di nascosto. Ho detto loro che
volevo andar via e ho chiesto cosa ne pensavano. Loro hanno risposto
che erano d’accordo, che facevo bene, che mi avrebbero aiutato – dice
"valoroso" e continua – dovevo affrontare un viaggio lungo e
pericoloso, ma mai avrei immaginato tutto quello che mi sarebbe
successo da quel momento in poi. Rimasi nascosto e aspettai fino a che
non si trovò il contatto con la mafia turca. Il 29 giugno del 2001 fu
il d-day: con la nave avrei raggiunto l’Italia e dopo avrei proseguito
in auto verso Francia e Inghilterra. La meta finale era l’Irlanda. I
miei compagni avevano pensato a tutto, anche alle provviste per il
viaggio. Acqua, latte e qualcosa da mangiare. Quel giorno, dopo
mezzanotte, in una zona dell’Antalia eravamo in tanti. Una vecchia
barca di pescatori e il viaggio iniziò”.
La storia del fuggitivo potrebbe non avere tempo, sembrerebbe strappata
ad un vecchio libro sui pionieri. Lui va avanti: “Ero felice. Molto
felice di conoscere nuove persone e di viaggiare con loro. Tanta gente,
un solo destino. Tutti avevano una storia da raccontare. Alcuni
scappavano dalla guerra, altri erano perseguitati politici, altri
cercavano un po’ di fortuna. Tutti diversi, ma tutti uguali. Tutti
sulla stessa barca”.
Un ingenuo potrebbe scorgere una vena romantica, un vago senso
d’avventura, nell’esperienza di attraversare un mare per raggiungere il
nuovo mondo. Sbaglierebbe. Yilmaz ha tanto da ricordare: “Il terzo
giorno di navigazione fui testimone del dramma di una famiglia. L’acqua
era già finita, si doveva resistere ancora per 2 o 3 giorni. Noi
potevamo farcela, ma come avrebbe resistito una mamma con una bambina
di soli 25 giorni? Come poteva allattare la sua piccola? Avevo ancora
qualcosa nella mia borsa. Non intendevo consumare le ultime provviste.
Pensavo di avere ancora energie. Volevo dare le mie poche cose a chi ne
aveva bisogno, non potevo tradire me stesso e le mie idee. Feci cenno
al marito di avvicinarsi e gli dissi che senza acqua e cibo la moglie
non poteva andare avanti. Lui mi guardò senza parlare e mi chiese come
avrei fatto a sopravvivere. Mi sentivo forte, non avevo paura, diedi
loro acqua e cibo senza rimpianti”.
Anna ascolta, guarda il giovane uomo e rimane in silenzio. Sa che non
c’è limite al peggio. Il valoroso riprende a parlare: “Il quinto giorno
di viaggio la mamma mi chiese ancora da bere. Stavo porgendole l’ultima
bottiglietta che mi era rimasta quando un uomo me la strappò dalle
mani. Tutti quelli che avevano visto la scena rimasero a bocca aperta.
Poi, assieme ad altri, ci lanciammo verso di lui e d’istinto
cominciammo a colpirlo. Rimase a terra senza sensi. Qualche giorno dopo
finalmente fummo intercettati dalla Guardia Costiera italiana.
I soccorritori ci rifocillarono e sembrava parlassero con toni gentili.
Mi piaceva ascoltarli perché quasi dieci anni prima avevo letto un
libro sulla storia dei partigiani italiani. A quel tempo avevo
immaginato di voler imparare l’italiano e in quel momento ero davvero
nella terra dei partigiani. Così pensavo ed era il 5 luglio 2001. Il
giorno dopo aspettavo il permesso di soggiorno quando arrivarono nuovi
problemi”.
La vicenda di Yilmaz è alla sua svolta tragica. L’inizio di un percorso
duro e per certi versi incomprensibile. Si capisce perché Anna metta
tanta passione nel suo lavoro. Queste storie non toccano solo il cuore,
ma la coscienza civile prima di tutto.
Il fuggitivo continua: “L’uomo che aveva rubato l’acqua sulla barca mi
aveva denunciato come capitano e la polizia mi arrestò e portò in
prigione. Non sapevo cosa fare. Nessuno mi dava spiegazioni. Ero in un
Paese sconosciuto, non avevo amici e non sapevo come funzionava il
sistema giudiziario. Con me, nella cella, stavano un marocchino, un
rumeno e un albanese. Un piccolo mondo. Non che nel carcere non ci
fossero italiani, ma loro non volevano stare con noi stranieri. Non ci
parlavano neanche. C’era molto razzismo. Noi stranieri eravamo gli
ultimi in tutto. Ad uscire in giardino, ad avere il cibo, a fare la
doccia (e l’acqua calda era sempre poca). Se uno straniero faceva
qualcosa di sbagliato le guardie lo picchiavano. Se gli italiani ci
insultavano, il direttore e i secondini si limitavano a ridere. Io,
però, volevo vedere ‘i politici’. Ero convinto che in Italia ci fossero
ancora molti prigionieri politici. In realtà non ne ho visto nemmeno
uno. Quando uscivo in giardino sentivo parlare solo di droga e rapine e
lo stesso nella mia cella. Una mattina arrivò un appuntato e mi disse
che ero libero. Non ci credevo. Ero stato scagionato da tutte le
accuse, avevano trovato il vero capitano. Erano passati 5 mesi e 18
giorni. Quasi sei mesi in carcere da innocente. Qualcuno mi aveva
rubato il tempo, ma non ho ricevuto mai scuse o spiegazioni”.
Ci sono cose che feriscono l’anima degli esseri umani. In una mattina
di sole, in una grande piazza nel centro di una delle città più antiche
del mondo, mentre a pochi metri di distanza il banchetto di
un’associazione umanitaria raccoglie firme contro la violazione dei
diritti umani, un uomo che viene da una terra lontana rappresenta un
dramma di cui davvero è complesso cogliere i mille contorni. Yilmaz non
ha finito di raccontare la sua esperienza: “Quando mi hanno rilasciato
era quasi mezzogiorno. Non avevo idea di dove andare. Poi pensai ad una
persona conosciuta in carcere e decisi di andare a trovarlo. Claudio,
il suo nome, quando mi vide mi abbracciò, come se ci conoscessimo da 40
anni, aveva le lacrime agli occhi. Mi rese felice. Non sapevo che dire.
Aveva due figli e da allora diventai il loro zio, un giocattolo umano
per le loro svagatezze da bimbi. Un giorno incontrai un compagno di
detenzione italiano e non lo salutai nemmeno. Pensavo odiasse gli
stranieri. Fu lui a chiamarmi e ad informarsi su come mi andasse la
vita. Rimasi perplesso, gli strinsi la mano, non capivo. Fu allora che
scoprii una nuova verità. Era la direzione penitenziaria ad invitare
gli italiani a non parlare con gli immigrati. Se avessero trasgredito
sarebbero stati trattati male, come succedeva a noi. Ecco perché ci
ignoravano!"
"Ero scappato dal terrore, ma il mio obiettivo di libertà mi sembrava
davvero strano. Non è finita qui, però.” Se si pensa alle nostre città,
alla nostra vita quotidiana, alla nostra percezione del disagio e delle
difficoltà, la storia di Yilmaz è già fuori dalle righe. Cosa ancora
può succedere ad un uomo? Il fuggitivo ha sempre nuove sorprese:
“Arrivò l’estate. Fabio doveva organizzare il lavoro nei campi e mi
propose di aiutarlo. Aveva dei terreni, ma si comportò sempre in modo
democratico ed equo, mostrando di essere abituato a guardare sempre
avanti. Non faceva differenza tra italiani, curdi e altri stranieri. In
quel periodo avevo tanti nuovi amici, di nazionalità diverse,
provenienti da ogni Paese. Tutti quei colori erano il mio nuovo mondo.
Avevo un posto dove vivere, lavoravo, cercavo di integrarmi. Fui
fermato, non avevo documenti. Questo in parte mi salvò. Anche se dette
un colpo d’accetta alla mia giovane nuova esistenza. Fui subito
espulso, presto sarei stato rimpatriato in Turchia dove avrei rischiato
la vita. Non avendo passaporto dovevo andare al centro di San Foca e lì
aspettare che la burocrazia permettesse il mio allontanamento
dall’Italia. Dopo dieci giorni di fermo i miei amici e Fabio riuscirono
a farmi rilasciare, tuttavia dovevo abbandonare il territorio nazionale
entro 5 giorni.
Ero libero, ma dovevo fuggire ancora. Strano fuggire quando si pensa di
aver trovato la libertà. Salutai tutti e partii per Roma. Una città
nuova, una vita nuova. Viaggiavo con la fantasia, ma in realtà non
sapevo quello che mi aspettava. Sapevo solo che non sarebbe stato
facile. Avevo un amico nella capitale italiana. Mi venne a prendere
alla stazione e mi portò ad Ararat, il centro culturale curdo. Era la
prima volta che ci andavo e non sapevo come funzionavano le cose. Al
primo colpo d’occhio mi sembrò un ‘hotel per poveri’, non un centro
culturale. Me lo aspettavo diverso e mi sentii deluso. Il mio amico mi
suggerì di riposarmi un po’ e mi fece salire ai piani superiori. Ancora
delusione e sbigottimento: un materasso, tre persone. Ero sconvolto.
Gli altri mi guardavano ridendo. Sapevano che prima o poi avrei dovuto
adattarmi. Mi misi a dormire. Quando mi svegliai volevo mangiare. Lo
feci per la prima volta nella vita come se fossi in una caserma, come
se fossi un militare. Non lo dimenticherò mai. Vedevo nei visi degli
altri stanchezza e disperazione. Nessuno rideva o se rideva era
finzione, una maschera che nascondeva tristezza”.
Anna guarda Yilmaz e lui guarda lei. Nessuno guarda loro nella grande
piazza del Popolo, la città è come sempre affannata nel rincorrere la
sua routine quotidiana. Il fuggitivo cerca di concludere la sua lunga
storia: “A Roma circa 8000 persone dormono in strada. Ma sembra non
importi a nessuno, anche se il sindaco Veltroni e la giunta cercano di
far qualcosa. Questa città non è importante perché è la capitale
d’Italia, è un simbolo per una gran parte del mondo. Per ottenere il
permesso di soggiorno ho dovuto fare uno sciopero della fame insieme ai
miei compagni. Oggi, dopo tanta fatica faccio il muratore,
l’imbianchino, quello che posso. Non so cosa mi aspetta o forse si, non
saprei. Insieme possiamo uscire dal buio, andare avanti come popoli
fratelli. Vorrei dire agli europei di leggere con attenzione la
dialettica di Marx per cercare il significato della libertà. Ho 32 anni
e ho imparato una cosa. Libertà non significa fare tutto, senza limiti.
Quella non è libertà. Dobbiamo ripensare alla vita e trovare, se
sapremo farlo, nuove strade per il futuro, per la solidarietà per la
pace”.
Yilmaz, il fuggitivo, si allontana. Anna è con lui. Il loro andar lento
permette di capire che si amano e adesso anche la grande piazza
finalmente ha uno sguardo per loro.
Roberto Bàrbera