11/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La crisi economica costringe Obama a tagliare i fondi per la lotta al virus in Africa

Ci sono luoghi del mondo in cui l'ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush è venerato come una divinità, mentre quello attuale, Barack Obama, è considerato un criminale. E questo non per una guerra che il nuovo inquilino della Casa Bianca ha scelto di combattere ma per una da cui si starebbe ritirando. Suscita forti preoccupazioni, infatti, la decisione del governo americano di congelare gli stanziamenti per la lotta all'Aids in Africa, finora raccolti nel programma denominato President's Emergency Plan for Aids Relief (Pepfar), varato da Bush nel 2003, con un budget di 15 miliardi di dollari da spendere in cinque anni, rinominato e ampliato nel 2008 (48 miliardi di budget).

Una decisione politica con una ricaduta decisamente concreta, soprattutto nell'Africa Sub-sahariana, dove alla fine del 2008 si registravano 22,5 milioni di malati (e due milioni di morti) sui circa 35 milioni di persone contagiate nel mondo. In Uganda, ad esempio, un Paese con un tasso di infezione del 6,4 per cento (sono 31 milioni gli abitanti), il Pepfar ha stanziato 930 milioni di dollari tra il 2003 e il 2008, garantendo trattamenti antiretrovirali a oltre 150 mila persone. Qui, i nuovi malati non avranno accesso ai trattamenti specialistici e non è chiaro cosa succederà ai pazienti già in cura. La portavoce del progetto Pepfar per l'Uganda, Lynne Mc Dermott, assicura che il fondo continuerà a garantire i due terzi degli stanziamenti e che ai pazienti già in cura le terapie proseguiranno. Ma non è questa la storia raccontata all'Agence France Press da Douglas Mugabi, un contadino affetto da Aids, come la moglie, assistita gratuitamente dal 2006: "Quando mi sono presentato in ospedale e ho scoperto che la terapia non era più gratuita mi è venuto freddo. Mia moglie è preoccupata perché i farmaci sono costosi e noi non possiamo permetterceli".

Il ripensamento americano, però, non è arrivato all'improvviso. Lo scorso luglio, nel corso dell'Hiv/Aids Implementors' Meeting, svoltosi a Windhoek, in Namibia, Micelle Maloney-Kitts, l'assistente del coordinatore del programma americano anti-Aids, aveva annunciato che gli Stati Uniti avrebbero ripensato la strategia assistenziale: "Nel prossimo futuro ci sarà un livellamento dei fondi, cosa che creerà delle prevedibili tensioni".
Gli Stati Uniti, insomma, optano per un disimpegno strategico, pressati soprattutto dalla crisi economica e passano la palla ai governi locali. Il problema è che altri Paesi donatori hanno fatto un passo indietro. Come gli Usa, anche il Global Fund ha chiesto ai governi locali di farsi carico degli interventi, senza che questi siano in grado di farlo.

Una maggiore efficienza nella gestione degli stanziamenti, però, appare necessaria. La pioggia di aiuti indiscriminati, infatti, ha portato negli anni ad un proliferare della corruzione dei burocrati africani e alla nascita di un'industria che ruota attorno alle ong. Secondo recenti studi, in Uganda sono 350 mila le persone che avrebbero bisogno di terapie antiretrovirali ma i farmaci arrivano soltanto a 150 mila malati, nonostante l'Uganda produca quei medicinali e benefici di generose donazioni. Il Global Fund ha chiesto allo Zambia di restituire 7,2 milioni di dollari, che sarebbero stati spesi dal governo per altri scopi e un contenzioso simile è in corso in Kenya.
Inoltre, mentre la lotta all'Aids assorbiva la quasi totalità delle risorse, ci si dimenticava di altre malattie che in Africa sono ancora altamente mortali. Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, la diarrea uccide ogni anno un milione e mezzo di bambini sotto i cinque anni nel mondo (750 mila solo in Africa) ma assorbe solo il 5 per cento dei fondi destinati alle cure e alle ricerche. La malaria miete circa 400 mila vittime ogni anno, e altre 350 mila persone muoiono per complicazioni durante il parto.
Ma forse sarebbe meglio ripensare la strategia senza interrompere l'assistenza, perché i costi potrebbero essere superiori ai guadagni. Per rendersene conto, basta leggere il rapporto di Doctors without Borders dello scorso novembre, intitolato - non a caso - "Punishing Success in Tackling Aids", sugli effetti che un disimpegno dei Paesi più sviluppati potrebbe avere in Africa.

Alberto Tundo

 

Categoria: Diritti, Salute, Economia
Luogo: africa