10/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Vicino al centro di Roma c'è un'isola africana
Profughi sudanesi Un vecchio deposito delle ferrovie è stato occupato e trasformato in una cittadella. In un'area del complesso, abitata da sudanesi, la vita scorre tra incertezze e silenzi. Mentre lontana la guerra devasta il loro Paese questi uomini cercano di costruire il presente

“Aziz è nell’altro edificio. Segui la strada per cento metri, duecento. No, forse per cinquanta. Non so”. L’uomo, anzi, il ragazzo che parla ha un bel sorriso limpido ed è nero. In Africa lo spazio non si misura in metri, in chilometri. Si valuta in tempo. Le immense distanze, l’asprezza del territorio, la bellezza irraggiungibile del bush, la prateria, sono ancora percorse il più delle volte a piedi, da uomini e donne che spesso non lasciano comprendere ad un occidentale da dove vengano e dove stiano andando, per quanto sono lontani i villaggi verso i quali potrebbero dirigersi. Per questo, forse, il ragazzo è confuso. Qui, però, siamo a Roma, capitale italiana, vicino ad una superstrada detta ‘olimpica’ e a una stazione importante, la Tiburtina. Non troppo distanti dalla centrale piazza Bologna. Siamo all’Hotel Africa.

E’ un vecchio deposito ferroviario, diversi parallelepipedi di mattoni e pilastri, immersi in una campagna che la città ha risparmiato dalla cementificazione. Intorno un alto muro di cinta, una piccola porta in ferro per entrare. Diverso tempo fa un gruppo di immigrati li ha occupati ed oggi ci vive dopo averli trasformati in una specie di succursale del continente nero.

Profughi sudanesi Due piani open space, senza muri e divisori, nei quali centinaia di persone hanno ricavato piccole stanze. Chi con pannelli di legno, chi con materiale di risulta, chi con quello che ha trovato. È pulito l’Hotel Africa, bazar di tutto quanto la città butta via e può esser riciclato. Poltrone, frigoriferi, cucine, manifesti pubblicitari utilizzati per render più vivace l’ambiente. La sua destinazione originaria non prevedeva la necessità di finestre, così l’interno dei palazzi è buio, umido e freddo. Qui e lì scritte in arabo, volantini che informano su quello che accade, comunicati. Non c’è luce, l’acqua arriva per qualche misterioso marchingegno inventato chissà da chi.

“Sono in Italia da otto mesi – dice Aziz, finalmente trovato – andiamo dentro a parlare”. È un uomo giovane, di non ancora trent’anni. Il suo italiano è incerto, ha una corta barba nera che scolpisce il bel viso un po’ triste. Ed ha motivo per esser triste Aziz. Era uno studente, nel suo Paese divorato dalla guerra, il Sudan. Poi un giorno è andato a combattere, è saltato su una mina e ha perso una gamba. E’ arrivato dalla Libia, con una delle solite carrette del mare, insieme ad altri sfortunati come lui alla ricerca di lavoro e futuro. E con le sue fedeli stampelle.

“Mi chiedono tutti – continua il sudanese - se sapevo che non avrei trovato nulla da fare in Italia, che sarebbe stata dura. Si, lo sapevo, ma sono venuto lo stesso. Adesso sono le dieci di mattina, vedi poca gente qui. Sono usciti tutti per trovare una qualsiasi occupazione. Tornano sempre, con pochi spiccioli e nessuna certezza”.

Entrando, come per miracolo, si materializza un ristorante. E’ una specie di lungo corridoio. Le sedie sono di tutti i tipi, anche quelle usate di solito nelle sale per conferenza, munite di un piccolo tavolinetto. Si mangia su ex porte, pannelli di compensato, altro. Un televisore, alimentato quando è necessario da un gruppo elettrogeno, illumina la sala. Una cucina da casa. a vista. serve a preparare il cibo. Gli avventori pagano pochi centesimi di euro per nutrirsi. L’oste è stato intraprendente, ha trovato come lavorare in un Paese che non voleva offrirgli chances. Aziz supera la trattoria con la sua andatura oscillante e continua dritto.

Dopo una trentina di metri imbocca una porta ed ecco il secondo ristorante. Un altro. Qui c’è anche un divano e un narghilè intorno al solito televisore, una specie di salotto. Ai tavoli alcuni uomini, qui di donne non se ne vedono, prendono il te. Una delle pareti è stata costruita con un cartellone pubblicitario di un acqua minerale e, davvero, scelta non poteva essere più opportuna.

Ad uno dei tavoli un signore di una cinquantina di anni, con in testa un cappelluccio di lana da antinarcotici americana. “Lui è Suleiman Ahmed – dice l’africano – il segretario in Italia del Sudan Liberation Moviment Army (Slma). Siamo venuti qui insieme”. Ha gli occhi dolci e il sorriso franco Suleiman. Parla pochissimo l’italiano e traffica con un telefonino.

E’ felice di vedere un giornalista. “Del Sudan non si parla, la stampa qui quasi ignora la tremenda guerra che sta distruggendo il mio Paese. Noi abbiamo dovuto scegliere la lotta armata dopo che il governo non faceva nulla per la nostra gente e non si riusciva a raggiungere alcun accordo politico. Nel marzo dello scorso anno abbiamo preso le armi”.

Il segretario è interrotto da una telefonata. Parla concitatamente nella sua lingua, chiude la comunicazione e guarda Aziz che dice: “L’esercito regolare sta effettuando un duro bombardamento con aerei nel villaggio di Labado, nel Darfur”.

Il mondo è davvero piccolo, in questo pezzo d’Africa romana le notizie viaggiano più veloci di quanto non vogliano farle circolare le pigre agenzie di stampa estera. Un ragazzo porta una zuppiera con dentro la pietanza nazionale sudanese. Tutti insieme, con le mani, si mangia e si scherza.

Nonostante la sfortuna, l’esilio e la guerra questi uomini sono gentili e ospitali, sorridenti e generosi. Nessun conto per l’ospite, che è sacro e benvenuto. Buongiorno Italia, da questo piccolo mondo di civile Africa.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Profughi, Migranti
Luogo: Italia