10/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



I ritrovamenti di 19 scheletri in fosse comuni riaprono ferite profonde. Una parte della società albanese vuole sapere tutto sul passato.

La porta sul passato dell'Albania è ancora chiusa. È significativo che gli archivi della Sigurimi, la famigerata polizia segreta del regime di Enver Hoxha, siano ancora sotto chiave, diversamente da quanto accaduto in Germania con la Stasi, in Romania con la Securitate e in altri paesi della Cortina Ferro con i rispettivi servizi segreti interni. Un muro divide i cittadini albanesi in cerca di verità e giustizia da un apparato, si dice al di là dell'Adriatico, ancora schiavo di un passato che troppo spesso incrocia le trame del presente.

Silenzio di Stato. Nel caso di un ragazzo in cerca dei resti del padre, il diaframma è fatto di pochi metri di terra. Dopo diciannove anni dalla caduta del regime comunista, molte famiglie sono ancora alla ricerca di notizie e soprattutto delle ossa dei loro parenti. Ad oggi, non esiste neanche un numero ufficiale di desaparecidos. La cifra calcolata dall'associazione degli ex prigionieri politici si attesta su circa seimila, tra uomini e donne. Ma si tratta ovviamente di un calcolo fatto per difetto. La storia, raccontata dal giornalista albanese Gjergj Erebara ha i contorni di una novella di Edmondo de Amicis: era il 1994 quando Jovan Plaku, ha cominciato a cercare i resti del padre giustiziato nel 1976 perché accusato di sabotaggio e attività di contropropaganda. Ci ha provato, Jovan, in tutti i modi. Per vie ufficiali e per vie traverse, facendo domande e ricorrendo a mazzette. Fino a che non si è trovato davanti il carnefice del padre, "un ottantenne elegantemente vestito". Ma le informazioni che Jovan è riuscito a raccogliere sono risultate approssimative. Così si è messo alla guida di uno scavatore e ha cominciato a muovere la terra vicino alla Caserma 313, quindici chilometri da Tirana, ai piedi del monte Dajti. La ruspa ha tirato su prima pezzi di stoffa, poi scarpe e poi ossa. Raccolti in sacchetti di plastica e portati all'Istituto di Medicina di Tirana, i resti di diciannove scheletri. Ma come risultato dalle analisi tra quei pezzi che furono di uomini e donne non c'è traccia del padre di Jovan né di Shjtefen Kurti il prete giustiziato nel 1971 perché continuava a battezzare i bambini nonostante la legge che bandiva la religione nella repubblica.

Il Primo Ministro Sali Berisha, nel corso di una conferenza stampa, ha confermato il ritrovamento dei corpi sostenendo che si trattasse di prigionieri politici poiché dalle perizie mediche è risultato "che tutti sono stati uccisi con un colpo di pistola singolo alla nuca." Il governo ha poi confermato che si procederà all'identificazione di tutte le vittime facendo ricorso all'esame del Dna.

Gli intrecci tra passato e presente. Il dibattito nella società albanese è apertissimo: la settimana scorsa la Corte costituzionale ha bocciato, ritenendola incostituzionale in molti suoi punti, una legge varata dal governo di Sali Berisha che aveva lo scopo di fare luce sul periodo compreso tra il dopoguerra e gli inizi degli anni ‘90. L'accusa mossa agli uomini dell'establishment, da intellettuali e oppositori, è quella di voler non solo nascondere i documenti, ma addirittura di modificarli per far uscire puliti i molti uomini di potere sospettati di aver avuto un passato da spie o comunque collegamenti con l'apparato comunista. 

Jovan Plaku, ha riferito all'Afp, continuerà a ricercare quel che rimane del padre.

L'intervista a Edison Kurani, direttore del quotidiano Koha Jone

 

 

Nicola Sessa

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