10/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre il confine con Panama pullula di guerriglieri, che chiedono a Martinelli di smetterla di immischiarsi nel conflitto colombiano, la Chiesa annuncia di voler convincere i paramilitari - tutt'altro che smobilitati - a deporre le armi

Mentre sul confine con Panama si rincorrono guerriglieri e soldati, in un duello che spesso coinvolge le truppe locali, portando a una generalizzazione del conflitto che tutti i paesi di frontiera scongiurano da sempre, al confine con il Venezuela a farla da padrone sono i paramilitari, che uccidono e minacciano, imperterriti. Un tam tam di morte che va ripetendosi in molte altre zone del paese, tanto da provocare una forte reazione della Chiesa cattolica, che ha deciso di intervenire per placare gli animi dei vertici di queste forze di estrema destra, vive e vegete nonostante la smobilitazione. Checché se ne dica, si tratta dei medesimi paracos di 30 anni fa, di differente c'è solo la sigla sotto la quale agiscono. Stessi mezzi, stessi fini. Spesso stesse facce. Tanto che chiamarli 'gruppi emergenti' per confondere le acque è solo un ridicolo tentativo dei fautori della legge Giustizia e Pace e Sicurezza democratica di camuffare l'inconfondibile.

Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia, che continuano nella loro perenne lotta armata contro il governo centrale nel silenzio e nell'indifferenza della comunità internazionale che finge di ignorarlo, hanno deciso di farsi sentire con il governo e il popolo panamense. Il fine, chiedere clemenza e tolleranza per un gruppo guerrigliero che "mai attaccherebbe" un esercito estraneo al 45ennale conflitto che logora il paese capeggiato da Alvaro Uribe. Un appello scatenato dall'assidua collaborazione che i soldati di Panama danno all'esercito di Bogotá nello stanare e uccidere i farianos che si rifugiano lungo i 266 chilometri di frontiera comune. Un atteggiamento che le Farc definiscono di "ingiustificata ostilità", auspicando che venga quanto prima "corretto".

"Al di là di ogni ostilità senza motivi, c'è la nostra politica di frontiera che ordina al guerrigliero delle Farc di non attaccare le forze armate dei paesi vicini", spiegano in un comunicato. Una dichiarazione che arriva a due settimane dall'uccisione, lungo il confine, di tre guerriglieri per mano dell'Esercito di Panama. Un'azione che il governo di Uribe non ha tardato ad applaudire. Si tratta di una politica "inspiegabilmente aggressiva", precisano, aggiungendo come ad essere coinvolti in questa caccia al guerrigliero siano anche i marines della vicina base Usa . Eppure, precisano le Farc, "quando per oltre un decennio le bande paramilitari hanno devastato la regione, assassinando e facendo sfollare migliaia di contadini, abitanti e nativi, depredandoli delle loro terre", la Guardia Nazionale di Panama non ha mosso un dito. "Passività assoluta", precisa lo Stato Maggiore del Blocco Iván Ríos.

Quindi, ricordando come il governo panamense dopo la morte dei tre ribelli abbia deciso di annunciare la totale presa di distanza da qualsiasi coinvolgimento nel conflitto armato colombiano, le Farc chiedono: "E' possibile che le dichiarazioni ufficiali si discostino così tanto da quanto realmente avviene ogni giorno alla frontiera. Possibile che il governo di Panama ignori che la sua Guardia di frontiera partecipa a pattugliamenti con l'esercito colombiano, da cui prende addirittura gli ordini?". Sono in tanti pronti a giurare che aerei battenti bandiera panamense sorvolano periodicamente il territorio colombiano, disseminandolo di allettanti volantini con promesse di cospicue ricompense - fino a centomila euro - in cambio di segnalazioni utili a incastrare i farianos, vivi o morti. Che il governo di Martinelli lanci i sassi e nasconda le mani?

Intanto, la violenza sanguinaria dei paramilitari da sempre filo-governativi e perciò non osteggiati in nessun modo dall'esercito ufficiale - per il quale ha sempre fatto il lavoro sporco - continua, nonostante il paramilitarismo sia stato dichiarato morto e sepolto grazie alla legge uribiste Justizia y Paz. Nel solo dipartimento di Cordoba, nel 2009, sono stati contati 900 omicidi legati a queste che ora vengono definite bande emergenti, per usare un termine politicamente corretto e non suscitare le ire di Palazzo Nariño. E il 2010 non sembra promettere di meglio, visti i 40 assassinii già commessi. Un copione che si ripete in molte altre provincie, da nord a sud. Così, la Chiesa cattolica ha deciso di intervenire e avvicinare i leader paracos per convincerli ad abbracciare un cessate-il-fuoco. A capeggiare questa missione, il vescovo di Montería, Julio Cesar Vidal. 
Un'iniziativa che ha già ricevuto il benestare del presidente, corso ai ripari dopo la denuncia di Human Rights Watch che lo accusava "di non aver preso sul serio il risorgere dei successori delle Auc, che invece abitualmente massacrano e compiono estorsioni, tenendo molte comunità sotto scacco".
Altra zona calda, la frontiera con il Venezuela, dove si sta muovendo il gruppo "motor" capitanato dal vescovo di Cúcuta, Jaime Prieto Amaya, che ha definito i paracos "mutanti", visto che si tratta dei più pericolosi paramilitari già smobilitati e ora tornati all'opera, come e più di prima.

Stella Spinelli

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