12/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Le impressioni di un ex soldato Usa di ritorno dall'Iraq
Soldato americano in IraqMichael McPhearson è un ex militare Usa, e suo figlio al momento sta prestando servizio in Iraq. In dicembre ha visitato il Paese mediorientale in compagnia di altri veterani e famigliari di soldati. Questa è la lettera che ha scritto al suo ritorno per il sito Bring Them Home Now:

Beh, sono di ritorno dal mio secondo viaggio in Iraq (il primo era nella prima guerra del Golfo o, come dico io, “la prima campagna di terra della guerra in corso”), e questa volta sono stato fino a Baghdad. Credo che le parole non possono veramente raccontare la mia esperienza, ma voglio condividere le mie impressioni e i messaggi che gli iracheni mi hanno affidato.

E’ stato divertente e triste al tempo stesso. Ho incontrato persone magnifiche, quasi tutte avevano sofferto molto. Molte sono brave persone che lottano per costruire il loro futuro. Ho incontrato molti patrioti iracheni non-violenti.

Saddam Hussein era un mostro; su questo non c’è dubbio. Quasi ogni iracheno con cui ho parlato era felice di essersene sbarazzato. Molti ringraziavano gli Stati Uniti per averli liberati dal suo regime.

Ma altri pensano che l’occupazione degli Usa offra, se li offre, pochi miglioramenti rispetto alla vita sotto Saddam. Se questo è vero per tutti gli iracheni, lo è ancora di più per un gruppo di 50 famiglie palestinesi che ho incontrato in un campo profughi di Baghdad, una specie di tendopoli. Ai tempi di Saddam questa gente non poteva possedere cose come la terra o l’automobile, né aveva accesso a un’istruzione di qualità né poteva ottenere la cittadinanza, ma lui non dava mai fastidio a loro. Oggi si trovano nella stessa condizione.

Così, mentre la maggioranza degli iracheni è contenta di essersi sbarazzata di Saddam e molti ringraziano gli Usa, la gente è allo stesso tempo scontenta di come vanno attualmente le cose, e vuole cambiamenti immediati. La sicurezza è in cima alla lista delle priorità. Molti iracheni vivono con la paura della criminalità. Mi hanno detto che c’era meno criminalità sotto Saddam. Vogliono più legge e ordine. La gente ha paura di camminare per strada di notte, e le armi sono dappertutto. Non sono sicuro del perché, ma un iracheno mi ha proprio mostrato l’arma che teneva nascosta sotto la maglia. Come al solito, sono in particolare le donne a essere in pericolo. Le violenze sessuali e i rapimenti hanno costretto donne e ragazze a stare a casa, invece di andare al lavoro e a scuola. La paura della criminalità è pari solo alla paura dei soldati statunitensi: i nostri figli, figlie, madri, padri e amici o almeno i miei amici, e forse mio figlio.

Ancora una volta, mentre gli iracheni sono in gran parte contenti e grati di essersi liberati di Saddam, non vogliono l’occupazione. Vogliono che i soldati americani se ne vadano dalle strade di Baghdad, e che siano gli iracheni a occuparsi della sicurezza. I nostri militari sono addestrati per essere soldati, non ufficiali di polizia. Non sanno come trattare la popolazione civile. Usano regolarmente più forza di quella che sarebbe necessaria. Sparano prima di pensare – perché sono addestrati per essere soldati, non parte di una forza di pace – e persone innocenti sono ferite o muoiono, bambini inclusi. Incredibilmente, la maggior parte della gente con cui ho parlato non è arrabbiata con i singoli soldati. Ce l’hanno con il nostro governo. Credono che i nostri leader non considerino una vita irachena uguale a quella di un soldato americano. Molte persone dicono che ci sono due vittime: il soldato e l’iracheno. Mi è stato detto di dire agli americani che le vite dei soldati statunitensi e degli iracheni sono ugualmente importanti. Una persona mi ha detto che gli iracheni sono addolorati ogni volta che un militare Usa è ferito, proprio come lo sono quando un soldato maltratta uno di loro.

Se si possono classificare le preoccupazioni degli iracheni, la seconda è la ricostruzione delle infrastrutture. La maggioranza degli iracheni con cui ho parlato ha detto che gli Usa devono mantenere le loro promesse di ricostruire i loro sistemi fondamentali. Dobbiamo riparare quello che abbiamo rotto. Gli ospedali non hanno abbastanza riserve di medicinali. La corrente elettrica va via 3-4 volte al giorno, a volte per ore. Per adattarsi, la gente ha messo insieme i soldi per comprare i generatori, e si mette d’accordo per il numero di luci che possono essere usate da ogni famiglia quando accendono i generatori.

Le strutture economiche, politiche e sociali devono essere riparate. La disoccupazione è estremamente alta, e in molti casi i lavoratori sono pagati con 2-3 mesi di ritardo. Gli uomini d’affari iracheni faticano a rimettersi in piedi. Gli imprenditori locali hanno accesso limitato ai contratti di ricostruzione. La gente trascorre da 6 a 12 ore in fila per fare benzina, file lunghe quasi due chilometri. I tassisti buttano via regolarmente un giorno di lavoro, quando devono fare il pieno alle loro automobili. La benzina del mercato “non ufficiale” (di solito chiamato mercato nero) è venduta meno di 100 metri più in là. Un iracheno ci ha detto: “Noi siamo la gente del petrolio, come può succedere tutto questo?”.

Terza cosa: una schiacciante maggioranza delle persone che ho incontrato vuole che l’occupazione finisca rapidamente. Queste persone vogliono governare il loro Paese. Mi è stato detto in continuazione che, se da un lato apprezzano la libertà, dall’altro a loro non piace l’occupazione. Molti temono una guerra civile, altri credono che gli iracheni si daranno da fare insieme e possono badare ai propri affari già adesso. Le date magari non coincidono, ma c’è un consenso schiacciante sul fatto che gli Stati Uniti devono lasciare il Paese il prima possibile. Poi possiamo tornare come ospiti. Gli Usa e l’Iraq dovrebbero essere amici.

Infine, i soldati che abbiamo visto erano molto contenti di vederci. Abbiamo dato loro pieno sostegno, dicendo loro che stiamo lavorando per riportarli a casa. Sono tra l’incudine e il martello.

Sta accadendo qualcosa di buono in Iraq? Beh, sono stato in un hotel decoroso, con servizio di lavanderia, e non ho avuto problemi nel fare una doccia calda. Ho mangiato del buon cibo in ristoranti all’aperto. Il commercio si svolge sulle strade. Gli iracheni più benestanti possono comprare tv e videoregistratori, lavatrici e altri elettrodomestici. Ho comprato qualche articolo in una strada di negozi e venditori ambulanti. A Baghdad e a New York c’è lo stesso negozio di valigie. Ogni giorno arrivano automobili nuove dalla Giordania e dalla Siria. C’è stato un boom di parabole satellitari e di accessi a Internet. Si sono formate organizzazioni per i diritti umani e di sostegno alle donne, oltre che nuovi partiti politici. Ci sono dibattiti e proteste. E’ sorta una specie di democrazia. C’è un’aria di auto-determinazione.

Ma per come la vedo io le cose che non vanno sono molte più di quelle buone. A causa della precaria programmazione dell’amministrazione e del suo scarso rispetto per le opinioni degli iracheni, veramente troppi iracheni e militari statunitensi rimangono feriti (sia fisicamente sia psicologicamente) o sono uccisi. Se il presidente Bush pensa di star vincendo la pace, si sbaglia. Lo dico di nuovo, i soldati non sono poliziotti. Sono addestrati per usare la forza: il tipo di forza usata contro eserciti nemici, non popolazioni civili. I nostri leader hanno messo i nostri soldati in una situazione dove non possono vincere. Lo stato attuale delle cose ha regalato nuovi guerriglieri alla resistenza, e il ciclo di violenza e sofferenze ricomincia di nuovo.

Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Iraq