12/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Centinaia di civili ceceni tenuti in ostaggio dai russi nei giorni di Beslan
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana 
 
(Segue dalla settima puntata) 
La donna intervistata (foto E. Piovesana)
Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla scuola di Beslan dove i terroristi di Basayev tenevano in ostaggio da due giorni centinaia di persone, in Cecenia, lontano dalle telecamere, accadeva un fatto grave di cui fino a oggi non si è mai avuta notizia. Le forze armate russe che da anni occupano la repubblica indipendentista misero in atto un vero e proprio controsequestro, catturando centinaia di civili ceceni - donne, bambini, uomini e anziani - e tenendoli in ostaggio in una base militare alle porte di Grozny con le stesse modalità usate dai sequetratori di Beslan. Con la differenza, sostanziale, che quelli erano terroristi, mentre questi erano uomini delle forze armate di una nazione formalmente democratica e civile come la Federazione russa. Probabilmente il governo russo voleva tentare uno scambio di ostaggi, ipotesi presto scavalcata dagli eventi. A Grozny abbiamo incontrato una donna cecena che assieme a suo marito fu vittima di questa operazione segreta, e che oggi, sette mesi dopo, ha trovato il coraggio di raccontare. Non riveliamo il suo nome e il suo volto, perché è stata più volte minacciata di morte dai servizi segreti russi, l’Fsb, se avesse mai osato parlare di quei fatti.
“In quei giorni io e mio marito seguivamo con apprensione alla televisione quello che stava succedendo a Beslan. Ero in pena per quei bambini, come lo erano tante mie amiche. Anch’io sono una madre. Purtroppo noi donne cecene sappiamo bene di cosa possono essere capaci le forze armate russe.
Era la mattina del 3 settembre, il giorno in cui poi a Beslan scattò il blitz delle forze speciali. Prima dell’alba, intorno alle 5, davanti casa si è fermata una Tabletka (pillola, come viene chiamato per la sua forma il furgoncino normalmente usato dagli uomini dell’Fsb in servizio in Cecenia, ndr). Uomini armati, in mimetica e passamontagna, hanno fatto irruzione e ci hanno portati via senza dare spiegazioni. Per fortuna le mie figlie erano da parenti. Dopo un breve viaggio siamo arrivati alla base militare di Khankhala. Ero terrorizzata: tutti conoscono quel posto infermale, e tutti sanno che da lì non si esce vivi. Il mio terrore divenne stupore quando vidi che assieme a noi stavano affluendo lì alla base decine di veicoli carichi di civili arrestati.
Ci hanno riuniti tutti, tenendoci le armi puntate contro. Eravamo più di duecento persone, di cui novantadue donne e venti bambini. Bambini piccoli, anche di pochi mesi. Nessuno ci diceva perché eravamo stati portati lì: i militari ci parlavano solo per insultarci. Qualcuno notò un gran schieramento di camion ed elicotteri da trasporto: iniziammo a pensare che ci volessero portare a Beslan per usarci come scudi umani per assaltare la scuola. I bambini piangevano terrorizati, ma le madri non riuscivano a consolarli perché piangevano anche loro. Poi ci hanno separati: noi donne, assieme ai bambini, siamo state raggruppate sotto un tendone militare, tenute sempre sotto la minaccia delle armi. I nostri mariti, figli e fratelli sono stati legati mani e piedi e bendati. Mio marito mi ha raccontato poi che sono stati costretti a stare in ginocchio per tutto il tempo del sequestro e che i soldati venivano a prenderli uno alla volta e li portavano in una stanza dove venivano interrogati, picchiati e torturati.
Noi donne la sera abbiamo chiesto cibo e acqua per i nostri figli, ma i soldati hanno risposto insultandoci e dicendoci che ci conveniva tacere. I bambini piangevano: dovevano andare in bagno. I soldati ce li hanno accompagnati, tenendoli sotto tiro come fossero dei banditi.
Quando è calata la notte abbiamo supplicato i militari russi di darci delle coperte per i bimbi più piccoli. Ce ne hanno date due in tutto.
Nessuna di noi ha chiuso occhio. Io ero tremendamente in pensiero per mio marito: immaginavo bene cosa stessero facendo ai nostri uomini. E temevamo che a noi potesse succede anche di peggio. Guardandomi in giro durante quelle lunghe ore mi accorsi che con noi c’erano anche le donne della famiglia di Mashkhadov.
Il giorno dopo, il 4 settembre, abbiamo chiesto nuovamente spiegazioni. Inutilmente. Nel primo pomeriggio ci hanno riuniti tutti, costringendoci a firmare un foglio in cui dichiaravamo che non avremmo mai sporto denuncia contro le forze armate russe e che non avremmo fatto parola di tutto questo con nessuno. Poi hanno acceso i motori degli elicotteri, ordinandoci di salire. Mentre aumentava il frastuono e il vento creato delle pale, tutti abbiamo pensato che era arrivato il momento in cui ci avrebbero portati a Beslan, come temevamo. Nessuno di noi sapeva che la tragedia alla scuola si era già tragicamente conclusa il giorno prima. Il nostro elicottero è decollato assieme agli altri, ma invece di dirigersi verso ovest, ha puntato verso nord. Ci hanno riportati alle nostre case. Non riuscivamo a crederci.
Quella sera, dopo aver visto quello che era successo a Beslan, rimasi chiusa in casa a piangere davanti alla televisione. Piansi per tutta la notte, per quei poveri bambini e anche per sfogare la tensione accumulata.
Dal giorno dopo iniziarono le minacce telefoniche e le visite intimidatorie degli agenti dell’Fsb. Sapevano che io lavoro in un’associazione per la difesa dei diritti umani, e temevano che usassi i miei canali per denunciare la cosa. Non lo feci: avevo troppa paura. Ma non ho mai smesso di fare il mio lavoro, denunciando i crimini e le violazioni dei diritti umani compiuti dalle forze russe contro il nostro popolo.
Per precauzione, da allora non vivo più a casa mia e dormo ogni notte in un posto diverso. Il primo marzo sono andata a trovate i miei genitori al loro villaggio. La sera sono arrivati i blindati dell’esercito con decine di soldati. Hanno fatto una zaciska, un rastrellamento. Hanno picchiato alcuni uomini, portandone via una decina, senza motivo. Io mi sono nascosta. Quando se ne sono andati ho salutato i miei e sono andata via. In Cecenia non sarò mai al sicuro. Nessuno lo sarà mai in questo paese”.
(Segue domani la nona e ultima puntata)
Categoria: Donne, Guerra
Luogo: Cecenia (Russia)
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