
Mentre gli occhi del mondo erano puntati sulla scuola di Beslan dove i
terroristi di Basayev tenevano in ostaggio da due giorni centinaia di
persone, in Cecenia, lontano dalle telecamere, accadeva un fatto grave
di cui fino a oggi non si è mai avuta notizia. Le forze armate russe
che da anni occupano la repubblica indipendentista misero in atto un
vero e proprio controsequestro, catturando centinaia di civili ceceni -
donne, bambini, uomini e anziani - e tenendoli in ostaggio in una base
militare alle porte di Grozny con le stesse modalità usate dai
sequetratori di Beslan. Con la differenza, sostanziale, che quelli
erano terroristi, mentre questi erano uomini delle forze armate di una
nazione formalmente democratica e civile come la Federazione russa.
Probabilmente il governo russo voleva tentare uno scambio di ostaggi,
ipotesi presto scavalcata dagli eventi.
A Grozny abbiamo incontrato una donna cecena che assieme a suo marito
fu vittima di questa operazione segreta, e che oggi, sette mesi dopo,
ha trovato il coraggio di raccontare. Non riveliamo il suo nome e il
suo volto, perché è stata più volte minacciata di morte dai servizi
segreti russi, l’Fsb, se avesse mai osato parlare di quei fatti.
“In quei giorni io e mio marito seguivamo con apprensione alla
televisione quello che stava succedendo a Beslan. Ero in pena per quei
bambini, come lo erano tante mie amiche. Anch’io sono una madre.
Purtroppo noi donne cecene sappiamo bene di cosa possono essere capaci
le forze armate russe.
Era la mattina del 3 settembre, il giorno in cui poi a Beslan scattò il
blitz delle forze speciali. Prima dell’alba, intorno alle 5, davanti
casa si è fermata una Tabletka (pillola, come viene chiamato per la sua
forma il furgoncino normalmente usato dagli uomini dell’Fsb in servizio
in Cecenia, ndr). Uomini armati, in mimetica e passamontagna, hanno
fatto irruzione e ci hanno portati via senza dare spiegazioni. Per
fortuna le mie figlie erano da parenti. Dopo un breve viaggio siamo
arrivati alla base militare di Khankhala. Ero terrorizzata: tutti
conoscono quel posto infermale, e tutti sanno che da lì non si esce
vivi. Il mio terrore divenne stupore quando vidi che assieme a noi
stavano affluendo lì alla base decine di veicoli carichi di civili
arrestati.
Ci hanno riuniti tutti, tenendoci le armi puntate contro. Eravamo più
di duecento persone, di cui novantadue donne e venti bambini. Bambini
piccoli, anche di pochi mesi. Nessuno ci diceva perché eravamo stati
portati lì: i militari ci parlavano solo per insultarci. Qualcuno notò
un gran schieramento di camion ed elicotteri da trasporto: iniziammo a
pensare che ci volessero portare a Beslan per usarci come scudi umani
per assaltare la scuola. I bambini piangevano terrorizati, ma le madri
non riuscivano a consolarli perché piangevano anche loro. Poi ci hanno
separati: noi donne, assieme ai bambini, siamo state raggruppate sotto
un tendone militare, tenute sempre sotto la minaccia delle armi. I
nostri mariti, figli e fratelli sono stati legati mani e piedi e
bendati. Mio marito mi ha raccontato poi che sono stati costretti a
stare in ginocchio per tutto il tempo del sequestro e che i soldati
venivano a prenderli uno alla volta e li portavano in una stanza dove
venivano interrogati, picchiati e torturati.
Noi donne la sera abbiamo chiesto cibo e acqua per i nostri figli, ma i
soldati hanno risposto insultandoci e dicendoci che ci conveniva
tacere. I bambini piangevano: dovevano andare in bagno. I soldati ce li
hanno accompagnati, tenendoli sotto tiro come fossero dei banditi.
Quando è calata la notte abbiamo supplicato i militari russi di darci
delle coperte per i bimbi più piccoli. Ce ne hanno date due in tutto.
Nessuna di noi ha chiuso occhio. Io ero tremendamente in pensiero per
mio marito: immaginavo bene cosa stessero facendo ai nostri uomini. E
temevamo che a noi potesse succede anche di peggio. Guardandomi in giro
durante quelle lunghe ore mi accorsi che con noi c’erano anche le donne
della famiglia di Mashkhadov.
Il giorno dopo, il 4 settembre, abbiamo chiesto nuovamente spiegazioni.
Inutilmente. Nel primo pomeriggio ci hanno riuniti tutti,
costringendoci a firmare un foglio in cui dichiaravamo che non avremmo
mai sporto denuncia contro le forze armate russe e che non avremmo
fatto parola di tutto questo con nessuno. Poi hanno acceso i motori
degli elicotteri, ordinandoci di salire. Mentre aumentava il frastuono
e il vento creato delle pale, tutti abbiamo pensato che era arrivato il
momento in cui ci avrebbero portati a Beslan, come temevamo. Nessuno di
noi sapeva che la tragedia alla scuola si era già tragicamente conclusa
il giorno prima. Il nostro elicottero è decollato assieme agli altri,
ma invece di dirigersi verso ovest, ha puntato verso nord. Ci hanno
riportati alle nostre case. Non riuscivamo a crederci.
Quella sera, dopo aver visto quello che era successo a Beslan, rimasi
chiusa in casa a piangere davanti alla televisione. Piansi per tutta la
notte, per quei poveri bambini e anche per sfogare la tensione
accumulata.
Dal giorno dopo iniziarono le minacce telefoniche e le visite
intimidatorie degli agenti dell’Fsb. Sapevano che io lavoro in
un’associazione per la difesa dei diritti umani, e temevano che usassi
i miei canali per denunciare la cosa. Non lo feci: avevo troppa paura.
Ma non ho mai smesso di fare il mio lavoro, denunciando i crimini e le
violazioni dei diritti umani compiuti dalle forze russe contro il
nostro popolo.
Per precauzione, da allora non vivo più a casa mia e dormo ogni notte
in un posto diverso. Il primo marzo sono andata a trovate i miei
genitori al loro villaggio. La sera sono arrivati i blindati
dell’esercito con decine di soldati. Hanno fatto una zaciska, un
rastrellamento. Hanno picchiato alcuni uomini, portandone via una
decina, senza motivo. Io mi sono nascosta. Quando se ne sono andati ho
salutato i miei e sono andata via. In Cecenia non sarò mai al sicuro.
Nessuno lo sarà mai in questo paese”.
(Segue domani la nona e ultima puntata)