08/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Colloqui informali negli Usa, con l'egida dell'Onu, tra saharawi e Marocco, ma le parti restano distanti

L'aspetto positivo è che almeno tornano a parlarsi, quello negativo è che gli ultimi colloqui non hanno dato frutti. Se poi viene sottolineato che i colloqui sono informali, non c'è da aspettarsi grandi novità. Ma il popolo saharawi, i figli del deserto, aspettano da più di trenta anni di conoscere il loro destino. Continuando a sperare.

Il 10 e l'11 febbraio prossimi, dopo mesi di stallo, riprendono gli incontri informali tra il Marocco e il Fronte Polisario, l'organizzazione politico - militare che rappresenta il popolo saharawi nella annosa questione del Sahara Occidentale, occupato dal Marocco a metà degli anni Settanta.
Sotto l'egida delle Nazioni Unite, le due parti hanno accolto l'appello dell'inviato speciale del segretario generale dell'Onu, Christopher Ross, di incontrarsi a Werchester, nei pressi di New York per ''discussioni mirate e produttive''. La delegazione del Marocco e quella del Fronte Polisario si erano guardate negli occhi ultima volta il 10 e l'11 Agosto 2009, in Austria. Le posizioni restano distanti: per i saharawi fa fede la risoluzione 1754 del Consiglio di sicurezza dell'Onu, secondo la quale deve essere un referendum a decidere in merito al diritto all'autodeterminazione della popolazione del Sahara Occidentale, mentre il governo marocchino è disposto solo a concedere alla regione un'autonomia amministrativa e politica, sotto l'egida della monarchia di Rabat.

La fase militare del conflitto si è esaurita all'inizio degli anni Novanta: da allora il Sahara Occidentale è diviso in due da una serie di muri che il Marocco ha eretto e militarizzato a protezione della parte di territorio occupata nel 1975, quello più ricca di risorse. Dall'altra parte, che i saharawi chiamano Sahara liberato, le centinaia di migliaia di profughi saharawi, che fuggirono al confine dell'Algeria, in fuga dai bombardamenti marocchini. Vivono ancora la, in cinque campi profughi, sospesi in condizioni di vita molto dure a causa del contesto climatico.
La Minurso, missione Onu per il Sahara Occidentale, veglia sul cessate il fuoco, impotente di fronte alle violazioni dei diritti umani dei saharawi che vivono nella regione occupata dal Marocco.
Il 2 febbraio scorso sei prigionieri politici saharawi, rinchiusi nel carcere di Salè, in Marocco, hanno dato il via a uno sciopero della fame. Bahim Dahan, Alì Salem, Tamek Ahmed Naciri, Yahdih Rashid, Saleh Etarrouzi e Sghaier Lebaihi, dalle loro celle, chiedono al governo del Marocco l'applcazione degli standard internazionali: visite delle famiglie, celle di dimensioni umane, cure mediche, cibo e contatti con l'esterno.

Nelle loro stesse condizioni, come denunciano le più importanti associazioni internazionali non governative che si battono per il rispetto dei diritti umani, ci sono centinaia di saharawi.
La più famosa, detenuta per anni, è Haminatou Haidar. Candidata al premio Nobel per la Pace, ha vinto il premio Robert Kennedy per i diritti umani e quello della Train Foundation di New York, il Civil Courage Prize. Dopo il premio le autorità marocchine le volevano impedire di tornare a casa, ma Haminatou ha iniziato uno sciopero della fame, sostenuta dall'opinione pubblica di tanti paesi, riuscendo a rientrare. La situazione che si presenta sotto gli occhi della comunità internazionale, dunque, è quella di una palese violazione dei diritti umani del popolo saharawi, oltre all'illegale occupazione del Sahara Occidentale da parte del Marocco. Per anni i saharawi hanno scelto la via della protesta non violenta, ma la tensione cresce sempre più nelle città sotto il controllo della polizia marocchina, mentre la situazione nei campi profughi in Algeria è al punto di non ritorno.
Questo nuovo turno di colloqui potrebbero essere uno degli ultimi tentativi di trovare una soluzione condivisa per la questione del Sahara Occidentale, che ha sempre avuto la sfortuna di non rientrare nell'agenda della grande politica internazionale.

Christian Elia

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