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"Non vi racconterò la verità, ma una verità. La mia. E cercherò di convincervi. Se non ci riuscirò, almeno spero che potremmo aprire uno spazio di discussione". Così Sergio Yahni, co-direttore dell'ufficio di Gerusalemme dell'Alternative Information Center, ha esordito durante l'incontro che si è tenuto domenica scorsa al CS Casaloca a Milano.
Sergio Yahni è un refusenik (termine che indica un obiettore) che ha rifiutato di servire nell'esercito israeliano all'età di 21 anni, dopo aver servito per tre. Gli abbiamo chiesto cosa gli abbia fatto cambiare idea.
testo raccolto da
Ines Gramigna
Sono cresciuto in un kibbutz e, a 18 anni, come tutti i cittadini israeliani, ho dovuto fare il servizio militare. Ero nell'unità di paracadutisti Najar e, dopo un addestramento di base e uno avanzato, mi sono ritrovato in Libano. Era il 1987, prestavo servizio in appoggio ad un'altra unità che combatteva nei territori libanesi più interni: nel caso in cui fosse successo qualcosa a loro,saremmo intervenuti noi. Passavamo le nostre giornate seduti ad aspettare notizie sull'unità a cui eravamo d'appoggio. Un giorno miei commilitoni di stanza nel Libano meridionale portarono con loro due uomini e una donna, arrestati perché trovati in possesso di esplosivo nella loro macchina. Nel momento stesso in cui li portarono al campo iniziarono a torturarli. I libanesi sostenevano che l'esplosivo gli servisse per pescare, ma i soldati non gli credevano e iniziarono a torturarli con ami da pesca e a bruciarli con le sigarette. Andai dall'ufficiale incaricato e gli dissi che i prigionieri erano sottoposti a tortura. In modo molto ingenuo pensavo che semplicemente andando dal superiore, avrebbero smesso, ma mi rispose che il mio lavoro era di pulire i carri armati e non impicciarmi di quello che facevano gli altri.
Per la prima volta nella mia vita mi sono trovato in una situazione in cui non sapevo cosa fare. Eravamo nel 1987 in Libano: c'era un coprifuoco notturno e nessuno poteva uscire. Se i soldati israeliani vedevano qualcosa muoversi sparavano dei razzi chiamati 'carciofo' per illuminare l'area e poi il carro armato sparava a vista. Il nostro lavoro, al mattino, era raccogliere i cadaveri. Il primo giorno di indipendenza del Paese, insieme all'esercito del sud del Libano, entrammo nel villaggio di Shaba'a, in una zona montuosa al confine con le alture del Golan. Eravamo in appoggio all'esercito del sud del Libano che entrava casa per casa e, puntando il fucile alla testa degli abitanti, li forzava ad uscire e andare in piazza per celebrare l'indipendenza. Indipendenza sotto occupazione e sotto la tutela dell'esercito israeliano. Quando uscimmo dal villaggio la jeep davanti alla mia saltò in aria e finì nel fiume accanto: iniziarono a spararci addosso dalle montagne. Reagimmo, come reagisce un esercito, ma senza sapere da dove stessero sparando. Noi soldati eravamo molto nervosi, tesi visto quello che era appena successo. Il mio comandante non ebbe idea migliore se non rientrare nel villaggio di Shaba'a, facendoci marciare, armati fino ai denti, pronti a sparare.
L'unità era stremata, nervosa e impaurita, in quel momento, marciando nel villaggio: sono sicuro che chiunque fosse uscito di casa in quel momento, per una ragione qualsiasi, sarebbe andato incontro ad un massacro. Per me quello fu una linea rossa, uno stop. Io ho fatto, ho visto, sono stato testimone e ho partecipato a cose che un essere umano non dovrebbe fare, però quel momento per me è stato il segnale che non sarei andato oltre, non avrei continuato a servire. Vorrei dire che oggi in Israele ci sono giovani molto più coraggiosi di me, i quali si sono rifiutati fin da subito di servire nell'esercito, e per questo si sono fatti anche due anni di prigione.
Il mio obiettivo, dopo quella linea rossa tracciata a Shaba'a, era di liberarmi e congedarmi dall'esercito, cosa non facile da fare. La reazione immediata alla mia protesta non fu la prigione, dato che appartenevo ad un'unità di élite, ma mi mandarono in punizione, infatti passai sei mesi a pulire i bagni degli ufficiali.
Fuori dagli spazi di combattimento cominciai a conoscere altre persone, poi diventati amici, che la pensavano come me. Cercavamo di mettere insieme le persone più radicali possibili, al fine di organizzarci in una piccola cellula antisionista di Matzpen (Organizzazione Socialista in Israele), all'interno dell'esercito israeliano.
In Israele la leva obbligatoria dura tre anni e poi, fino ai 42 anni, si presta servizio per un mese all'anno come riservisti. Nel 1991 mi chiamarono per la prima volta, come riservista , per servire nella Striscia di Gaza e mi rifiutai di andare. Da quel momento è iniziata una saga durata circa undici anni, in cui sono comparso circa otto volte di fronte ai giudici e sono stato arrestato quattro volte, una al mese.
Rifiutare di servire nell'esercito non è stato soltanto affermare di non voler servire più quel sistema, ma anche ricercare le motivazioni profonde della mia scelta. Lo Stato di Israele, fin dalla sua creazione, ha visto i suoi leader affermare di volere la pace, sostenere di avere la mano tesa verso il resto del mondo, replicando di aver ricevuto in cambio solo guerra.
La risposta a tutto questo è il Sionismo, che non vuole la pace e non può contemplarla.
Circa venti anni fa un poeta israeliano scrisse: "Quando camminiamo per la strada siamo in tre: io, tu e la prossima guerra. Quando aspettiamo all'ospedale che nostro figlio nasca, siamo io tu e la prossima guerra. Dopo la prossima guerra saremo tre: la mia foto, tu e la prossima guerra".
Nel 2002 ho scritto una lettera al Ministro della Difesa dell'epoca, Ben Eliezer, in seguito al mio arresto per essermi rifiutato di tornare nell'esercito israeliano come riservista per combattere nell'ennesimo conflitto nella Striscia di Gaza.
"Ministro, un ufficiale ai suoi ordini mi ha inflitto oggi 28 giorni di prigione militare per il mio rifiuto a prestare il servizio di riserva obbligatorio. Io non mi rifiuto di servire solo nei Territori Occupati Palestinesi, come ho fatto negli ultimi quindici anni, ma io rifiuto di servire nell'esercito israeliano in ogni forma. Fin dal 29 settembre del 2000 l'esercito israeliano ha condotto una sporca guerra contro l'Autorità Palestinese. Questa guerra sporca include esecuzioni extragiudiziali, omicidi di donne e bambini, distruzione delle infrastrutture economiche e sociali della popolazione palestinese, l'incendio di terreni agricoli, lo sradicamento sistematico degli alberi. Voi avete seminato terrore e disperazione, ma non siete riusciti a raggiungere il vostro obiettivo fondamentale: il popolo palestinese non ha rinunciato ai propri sogni di sovranità e indipendenza. Né tantomeno avete dato sicurezza al vostro stesso popolo, malgrado tutta la violenza distruttiva dell'esercito, della quale lei è responsabile. Alla luce del vostro grande fallimento, noi siamo ora testimoni di un dibattito intellettuale tra israeliani della peggiore specie: una discussione circa la possibile deportazione e l'omicidio di massa dei Palestinesi. Il fallito tentativo dei leader del Partito Laburista di imporre un accordo al popolo Palestinese ci ha trascinato in una sporca guerra per la quale i Palestinesi e gli Israeliani stanno pagando con la loro vita. La violenza razzista dei servizi di sicurezza israeliani, che non vede persone, ma solo terroristi, ha aggravato il circolo vizioso della violenza per entrambi. Anche gli israeliani sono vittime in questa guerra. Sono vittime della scellerata ed errata aggressione dell'esercito di cui lei è il responsabile. Anche quando lei ha intrapreso i più terribili attacchi contro il popolo palestinese, non ha compiuto il suo dovere: dare sicurezza ai cittadini israeliani. I carri armati a Ramallah non hanno potuto fermare la sua più mostruosa creazione: la disperazione che esplode nei caffè. Lei e gli ufficiali ai suoi ordini, avete creato degli esseri umani la cui umanità sparisce nella disperazione e nell'umiliazione. Voi avete creato questa disperazione e voi non potete fermarla. Mi è chiaro che lei ha rischiato tutto nella sua vita solo perché continui la costruzione illegale e immorale degli insediamenti, per Gush Etzion, Efrat e Kedumim: per il cancro che consuma il corpo sociale israeliano. Negli ultimi 35 anni gli insediamenti hanno trasformato la società israeliana in una zona pericolosa. Lo stato israeliano ha seminato disperazione e morte tra gli israeliani e i palestinesi. Per questo io non voglio servire nel suo esercito. Il suo esercito, che chiama se stesso Israeli Defence Force (Forza di Difesa di Israele) non è niente di più che il braccio armato del movimento delle colonie. Questo esercito non esiste per dare sicurezza ai cittadini israeliani, esiste per garantire che continui il furto della terra Palestinese. Come ebreo mi ribello ai crimini che questa milizia commette contro il popolo palestinese. È mio dovere, come ebreo e come essere umano, rifiutarmi nel modo più categorico di avere un ruolo in questo esercito. Come figlio di persone vittime dell'Olocausto e della distruzione, non posso avere un ruolo nella vostra politica insana. Come essere umano è mio dovere rifiutarmi di partecipare a qualsiasi istituzione che commette crimini contro l'umanità".
Qualche tempo dopo questo episodio ho ricevuto una lettera in cui venivo ufficialmente 'rifiutato' dall'esercito, ma sono io ad aver rifiutato loro.
Parole chiave: sergio yahni, refusenik, alternative information center