20/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Maxi retata di salafiti in Giordania: la monarchia usa il pugno di ferro

Scritto per noi da
Marta Ghezzi

 

Chiusa tra i punti più caldi del Medio Oriente e crocevia di interessi diversi e spesso in conflitto tra loro, la Giordania si trova in una posizione geografica, politica, economica e sociale tanto complessa da rendere difficilmente interpretabile qualsiasi avvenimento.

In un regno dove il monarca detiene tutti i poteri, compreso quello di sciogliere il parlamento senza indire nuove elezioni, e dove la casa regnante, a vario titolo, possiede e controlla tutti i mezzi di informazione nazionali, è facile che una notizia passi inosservata, soprattutto se si tratta di un'operazione di polizia che da domenica 31 gennaio sembra abbia portato in carcere decine di persone affiliate a cellule salafite (legate a un'interpretazione arcaica dell'Islam)locali.
Solo la stampa straniera pare aver registrato l'avvenimento: decine di cittadini giordani arrestati, accusati dalle forze dell'ordine di essere coinvolti a vario titolo nell'attentato che il 14 gennaio scorso ha coinvolto il convoglio diplomatico israeliano nei pressi della cittadina di Naur, nella zona del confine, senza fare alcun ferito. L'ambasciatore israeliano in Giordania, Danny Nevo, non era a bordo di alcuna delle macchine partite dalla capitale Amman e dirette a Tel Aviv per il fine settimana. I resti di due ordigni esplosivi, azionati a distanza, sarebbero stati rinvenuti sul luogo dell'attentato. Non è giunta, pare, nessuna rivendicazione.

Oltre che la dinamica dell'attentato, prima volta nella storia nazionale in cui viene usato un comando remoto per far saltare le cariche, a colpire questa volta sono soprattutto il bersaglio scelto, Israele, e i presunti mandanti ed esecutori, gruppi jihadisti salafiti.
Il regno giordano, assieme all'Egitto, è l'unico paese arabo ad intrattenere rapporti diplomatici con Israele. L'attentato di gennaio, quindi, non è solo un colpo agli equilibri politici per Amman, ma anche un grave attacco all'immagine del paese che re Abdallah II ha meticolosamente costruito nei dieci anni del suo regno: moderno, integrato e integrante, occidentalizzato e soprattutto pacificato.
La presenza di elementi islamisti fondamentalisti all'interno della società è una costante nel Paese, anche se la geometria dei rapporti con lo stato è quanto mai variabile.
Il Fronte Islamico d'Azione, braccio politico dalla Fratellanza Musulmana in Giordania, fino al licenziamento del Parlamento nel novembre scorso, occupava solo otto dei 110 seggi parlamentari, a fronte dei 17 candidati eletti su 30 presentati alle elezioni del 2003, e non ha mai smesso di accusare il governo di brogli. Il re, dopo aver rifiutato la presenza di osservatori internazionali durante le consultazioni, ha in pratica minato il debole multipartitismo nazionale innalzando da 50 a 500 il numero minimo di iscritti per la registrazione dei partiti politici, su un elettorato attivo totale di circa due milioni e mezzo di cittadini.

Se da un lato i Fratelli Musulmani rappresentano l'unica vera opposizione politica al regime hashemita, nonché l'unico vero partito nel paese, e la loro presenza è accettata come un dato di fatto anche dalla case regnante, che garantisce loro ampi margini d'azione, dall'istituzione di scuole e università, alla gestione autonoma di ospedali e centri di assistenza sociale e umanitaria, dall'altro la presenza, sempre più evidente, di cellule estremiste fondamentaliste, non organizzate in partiti politici né in organizzazioni strutturate, quindi meno controllabili, preoccupa non poco gli alti vertici del governo. Dall'ideologo salafita Abu Muhammad al-Maqdisi, mentore e ispiratore del più celebre Abu Musab Al Zarqawi, la Giordania, soprattutto all'interno dei campi profughi palestinesi e nell'immensa periferia del regno, ha offerto terreno fertile alle ideologie rigoriste, che raccolgono il malcontento degli strati della società più bassi e lo convogliano in istanze anti-regime, attraverso una rete informale intricata fatta di lezioni di esegesi coranica e di aiuti materiali ai più poveri. A parte i ripetuti proclami al jihad contro i governi mediorientali accusati di aver venduto la causa panaraba e l'Islam tutto all'Occidente, si moltiplicano nel paese le librerie e i centri culturali gestiti da dotti che predicano il ritorno al dettato coranico e l'integralismo militante.

Parole chiave: Giordania
Categoria: Guerra, Politica, Popoli
Luogo: Giordania