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E' una situazione a metà tra "Il deserto dei tartari" e la storia di Pierino e il lupo. Da una parte c'è chi si attende nuove manifestazioni di protesta delle "camicie rosse", più distruttive dell'anno scorso. Dall'altra, quelli che seminano voci di colpo di stato. Sballottata tra previsioni e umori che cambiano di continuo, la Thailandia aspetta "il giorno del giudizio", il prossimo 26 febbraio.
In quella data si deciderà il destino di 76 miliardi di baht (1,7 miliardi di euro) appartenenti all'ex premier Thaksin Shinawatra, che potrebbero venire definitivamente confiscati. Il patrimonio rappresenta il ricavato della vendita della Shin Corp, la sua ex compagnia di telecomunicazioni, alla Temasek di Singapore nel 2006: Thaksin aggiustò la legge poco prima dell'affare, evitando di pagare tasse in patria sui proventi della cessione. Qualche mese dopo, sull'onda di manifestazioni popolari contro Thaksin, l'esercito decise di agire. Con un blitz militare senza spargimento di sangue, mentre Thaksin era a New York per partecipare all'Assemblea dell'Onu, i carri armati presero il controllo di Bangkok.
Dal suo autoesilio, oggi Thaksin continua a finanziare il principale partito di opposizione, nonché periodiche manifestazioni di protesta in tutto il Paese. Dopo essere state sconfitte dall'esercito lo scorso aprile, quando avevano organizzato blocchi strategici lungo le strade principali della capitale, le "camicie rosse" non sono mai riuscite a mettere insieme lo stesso numero di persone. Ma in vista della sentenza del 26, nelle ultime settimane sono tornate a farsi sentire, apparendo più baldanzose: proteste all'esterno delle caserme e della residenza del principale consigliere reale, persino alcuni sacchi di escrementi lanciati contro l'abitazione del primo ministro Abhisit Vejjajiva.
Il governo - accusato dai "rossi" di essere la facciata civile dell'esercito, e di certo non sgradito a quest'ultimo - si sta preparando: 20mila soldati aggiuntivi saranno dispiegati nelle strade entro il 26 febbraio, in previsione di nuove proteste prima e dopo il verdetto. I precedenti giudiziari non lasciano grandi speranze a Thaksin. In quattro anni la magistratura ha annullato un'elezione in cui l'ex magnate stravinse, bandendo due partiti a lui legati e precludendo l'attività politica per cinque anni a 200 parlamentari, condannando inoltre Thaksin a due anni di reclusione per aver favorito una vendita immobiliare della moglie.
Con 18 tentativi di golpe dal 1932 oggi, prevederne un altro non è così campato in aria. Ma non è inevitabile come pensano in molti. I vertici delle forze armate, per quel che vale, negano qualunque trama (esattamente come nel 2006), mentre i giornali a loro vicini tengono viva l'ipotesi del colpo di stato; le "camicie rosse" annunciano imponenti proteste, che poi si rivelano mezzi bluff. E' chiaro che entrambe le parti hanno un interesse nell'apparire minacciose, forse per guadagnare peso nelle trattative dietro le quinte. Dopo l'occupazione degli aeroporti da parte delle "camicie gialle" e gli scontri dello scorso aprile, tutti si rendono conto che nuove violenze costituirebbero un danno d'immagine enorme dal Paese, dopo tanta fatica nel convincere i turisti a tornare in Thailandia. Mentre viene data per scontata una sentenza di colpevolezza contro Thaksin, saranno probabilmente i dettagli a contare: una decisione che sequestri parte di quei 76 miliardi, accontentando tutti, è considerata plausibile.
Ma a prescindere dal giudizio del 26 febbraio, il clima politico nel Paese appare mutato e sarà difficile tornare indietro. L'amore dei thailandesi per il re Bhumibol Adulyadej, 82 anni e in ospedale da quattro mesi per problemi respiratori, è noto. Fino a qualche anno fa, lo era anche la relativa indifferenza politica e la fiducia nell'anziano sovrano. La presenza di Thaksin, considerato un diavolo corruttore da alcuni e un santo che ha dato speranza ai poveri da altri, ha radicalizzato le opinioni della gente comune. "Alcuni anni fa, la gente delle campagne aveva solo parole di lode per la famiglia reale", spiega Federico Ferrara, professore di scienze politiche alla National University di Singapore e autore dell'appena pubblicato "Thailand Unhinged" (La Thailandia scardinata). "Ora noto un astio verso tutta la 'aristocrazia', come la chiamano, nonché una maggiore consapevolezza democratica tra elettori che non hanno mai votato per Thaksin".
Alessandro Ursic
Parole chiave: thailandia, thaksin, bhumibol, abhisit, golpe, camicie rosse, camicie gialle, sentenza