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Dall'1 al 16,66 per cento di tasse in più: è l’aumento che Chavez ha imposto
nei giorni scorsi alle multinazionali che estraggono petrolio in Venezuela. In
particolare, a quelle situate lungo la fascia orientale dell’ Orinoco, che produce
circa 600mila barili di greggio al giorno.
“Con gli attuali prezzi del greggio –ha detto Chavez- le multinazionali petrolifere
stanno facendo la fila per investire in Venezuela. Non c’è più motivo, quindi,
di tenere così bassi i guadagni per lo Stato”.
“Il 16 per cento di tasse non è una novità”, spiega Margarita Lopez Maya, storica
e ricercatrice presso la Universidad Central del Venezuela, a Caracas. “Era quello
che già imponeva la legge degli idrocarburi del ‘43. Negli anni 80, si passò all’1
per cento, perchè era necessario favorire le multinazionali in un momento economico
difficile per i Paesi esportatori di petrolio. Oggi, al contrario, di fronte ad
una congiuntura favorevole, non c’è più ragione per concedere sconti fiscali agli
investitori stranieri. Così siamo tornati alla vecchia legge del ‘43, perché lo
Stato guadagni di più e di reinvesta i soldi in progetti sociali”.
“Questa misura –continua- non arriva come un fulmine a ciel sereno: è il frutto di un’intensa negoziazione
con le multinazionali, che come contropartita hanno ottenuto nuovi contratti.
Oggi il Venezuela è uno dei paesi più sicuri per investire nel petrolio. E’ anche
quello che vanta la più lunga tradizione di relazioni tra stato e industria degli
idrocarburi. Abbiamo un secolo di politica del petrolio. Negli anni 50 abbiamo
fatto scuola persino ai Paesi arabi. C’è un secondo vantaggio in questa legge:
l’imposta del 16 per cento non è una tassa sui guadagni, che sarebbe molto complesso
stabilire e troppo semplice evadere. E’ calcolata invece sul volume di greggio
estratto e sul prezzo del petrolio. Per la sua semplicità, permette allo Stato
di contare su un ingresso annuale stabile”.
E l’opposizione? “Come sempre, è contro”, risponde Margarita Lopez. “Si è sempre
detta contraria a questa politica del petrolio. Forse, per partito preso, perché
in realtà, è difficile non condividere una politica che va a vantaggio del Paese.
Con il petrolio stiamo finanziando l’educazione e la salute. E con le eccedenze
di bilancio (quello del 2003 era stato calcolato con il petrolio a 20 dollari
al barile), i piani di alfabetizzazione: le ‘misiones’ Ribas, Robinson , Vuelvan Caras … Il tutto – va ricordato - avviene mentre nel 2002, dopo lo sciopero e il golpe,
l’economia era a pezzi”.
“La politica petrolifera di Chavez - aggiunge la Lopez - ha rafforzato lo Stato
e l’industria estrattiva. Non a caso, oggi il segretario dell’Opec, l’Organizzazione
dei Paesi Produttori di Petrolio, è un venezuelano.
Se dopo lo sciopero e il golpe, Chavez fosse stato destituito, oggi il Venezuela
avrebbe la stessa politica petrolifera degli anni 80-90, che consisteva, fondamentalmente,
nell’autonomia delle imprese rispetto all o Stato. Sarebbe stata dettata più dai tecnocrati di Pdvsa, l’impresa nazionale
di idrocarburi, che dallo Stato.
Negli anni ’90 assistemmo proprio a questo: ad una strategia politica che puntava
a preparare le condizioni per la privatizzazione di Pdvsa. In quell’ottica, si
tentò di far uscire il Venezuela dai paesi dell’Opec, e quindi dai limiti di produzione
che l’organizzazione imponeva. Lo scopo era di produrre quantità sempre maggiori
di petrolio, per permettere alle imprese di avere guadagni eccezionali, ma non
allo Stato di controllare il prezzo del greggio, che infatti, nel 98, con la crisi
asiatica, arrivò ai 7.5 dollari al barile.
Questa gestione appoggiata dai tecnocrati di Pdvsa, una specie di Stato nello
Stato, occupato a mantenere i propri privilegi, si è vista duramente minacciata
dalla gestione di Chavez, che con la nuova Costituzione ha assicurato l'impossibilità
di privatizzare Pdvsa”.
“Il Venezuela – ha scritto nei giorni scorsi 'The Economist' - sta trasformandosi
in una nuova Arabia Saudita".
Da tempo, infatti, gli Stati Uniti stanno tentando di coinvolgere l’America Latina
in una strategia volta a ridurre la loro dipendenza dal petrolio arabo, in particolare
da quello saudita. Dalle Americhe, gli Usa già acquistano il 42 per cento del
petrolio. Di questo, circa il 15 per cento viene dal Canada, il 13 dal Venezuela,
il 14 da Messico e Colombia.
E il Venezuela, quinto esportatore mondiale di greggio, con 3,1 milioni di barili
al giorno estratti, sta attirando sempre di più l’attenzione delle grandi multinazionali
del petrolio: dalla BP, alla Shell, alla Standard Oil.