22/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Venezuela aumenta l’imposta sulle estrazioni di greggio nel Paese

Dall'1 al 16,66 per cento di tasse in più: è l’aumento che Chavez ha imposto nei giorni scorsi alle multinazionali che estraggono petrolio in Venezuela. In particolare, a quelle situate lungo la fascia orientale dell’ Orinoco, che produce circa 600mila barili di greggio al giorno.

“Con gli attuali prezzi del greggio –ha detto Chavez- le multinazionali petrolifere stanno facendo la fila per investire in Venezuela. Non c’è più motivo, quindi, di tenere così bassi i guadagni per lo Stato”.

“Il 16 per cento di tasse non è una novità”, spiega Margarita Lopez Maya, storica e ricercatrice presso la Universidad Central del Venezuela, a Caracas. “Era quello che già imponeva la legge degli idrocarburi del ‘43. Negli anni 80, si passò all’1 per cento, perchè era necessario favorire le multinazionali in un momento economico difficile per i Paesi esportatori di petrolio. Oggi, al contrario, di fronte ad una congiuntura favorevole, non c’è più ragione per concedere sconti fiscali agli investitori stranieri. Così siamo tornati alla vecchia legge del ‘43, perché lo Stato guadagni di più e di reinvesta i soldi in progetti sociali”.

“Questa misura –continua-  non arriva come un fulmine a ciel sereno: è il frutto di un’intensa negoziazione con le multinazionali, che come contropartita hanno ottenuto nuovi contratti. Oggi il Venezuela è uno dei paesi più sicuri per investire nel petrolio. E’ anche quello che vanta la più lunga tradizione di relazioni tra stato e industria degli idrocarburi. Abbiamo un secolo di politica del petrolio. Negli anni 50 abbiamo fatto scuola persino ai Paesi arabi. C’è un secondo vantaggio in questa legge: l’imposta del 16 per cento non è una tassa sui guadagni, che sarebbe molto complesso stabilire e troppo semplice evadere. E’ calcolata invece sul volume di greggio estratto e sul prezzo del petrolio. Per la sua semplicità, permette allo Stato di contare su un ingresso annuale stabile”.

E l’opposizione? “Come sempre, è contro”, risponde Margarita Lopez. “Si è sempre detta contraria a questa politica del petrolio. Forse, per partito preso, perché in realtà, è difficile non condividere una politica che va a vantaggio del Paese. Con il petrolio stiamo finanziando l’educazione e la salute. E con le eccedenze di bilancio (quello del 2003 era stato calcolato con il petrolio a 20 dollari al barile), i piani di alfabetizzazione: le ‘misiones’ Ribas, Robinson , Vuelvan Caras … Il tutto – va ricordato - avviene mentre nel 2002, dopo lo sciopero e il golpe, l’economia era a pezzi”.
“La politica petrolifera di Chavez - aggiunge la Lopez - ha rafforzato lo Stato e l’industria estrattiva. Non a caso, oggi il segretario dell’Opec, l’Organizzazione dei Paesi Produttori di Petrolio, è un venezuelano.
Se dopo lo sciopero e il golpe, Chavez fosse stato destituito, oggi il Venezuela avrebbe la stessa politica petrolifera degli anni 80-90, che consisteva, fondamentalmente, nell’autonomia delle imprese rispetto all o Stato. Sarebbe stata dettata più dai tecnocrati di Pdvsa, l’impresa nazionale di idrocarburi, che dallo Stato.
Negli anni ’90 assistemmo proprio a questo: ad una strategia politica che puntava a preparare le condizioni per la privatizzazione di Pdvsa. In quell’ottica, si tentò di far uscire il Venezuela dai paesi dell’Opec, e quindi dai limiti di produzione che l’organizzazione imponeva. Lo scopo era di produrre quantità sempre maggiori di petrolio, per permettere alle imprese di avere guadagni eccezionali, ma non allo Stato di controllare il prezzo del greggio, che infatti, nel 98, con la crisi asiatica, arrivò ai 7.5 dollari al barile.
Questa gestione appoggiata dai tecnocrati di Pdvsa, una specie di Stato nello Stato, occupato a mantenere i propri privilegi, si è vista duramente minacciata dalla gestione di Chavez, che con la nuova Costituzione ha assicurato l'impossibilità di privatizzare Pdvsa”.

“Il Venezuela – ha scritto nei giorni scorsi 'The Economist' - sta trasformandosi in una nuova Arabia Saudita".
Da tempo, infatti, gli Stati Uniti stanno tentando di coinvolgere l’America Latina in una strategia volta a ridurre la loro dipendenza dal petrolio arabo, in particolare da quello saudita. Dalle Americhe, gli Usa già acquistano il 42 per cento del petrolio. Di questo, circa il 15 per cento viene dal Canada, il 13 dal Venezuela, il 14 da Messico e Colombia.
E il Venezuela, quinto esportatore mondiale di greggio, con 3,1 milioni di barili al giorno estratti, sta attirando sempre di più l’attenzione delle grandi multinazionali del petrolio: dalla BP, alla Shell, alla Standard Oil.

Categoria: Risorse
Luogo: Venezuela
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