stampa
invia
"La sicurezza d'Israele prima di tutto". Questa la linea unica della rappresentanza italiana in Israele dopo la prima giornata di lavori a Gerusalemme. Lo ha detto, con esplicito riferimento alla Repubblica Islamica dell'Iran, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: "Il problema della sicurezza in Israele è fondamentale. Ora ancor di più perché c'è uno Stato che prepara l'atomica, uno Stato che ha una guida che ricorda personaggi nefasti del passato". L'accostamento storico fatto dal Cavaliere è quello fra la Germania nazista di Adolf Hitler e l'Iran di Mahmud Ahmadinejad. Poco prima delle dichiarazioni del premier il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini, aveva rassicurato tutti dai microfoni de La7: "Bloccheremo nuovi investimenti con l'Iran. Non abbiamo segreti con i nostri amici israeliani - ha spiegato il capo della Farnesina - daremo loro tutti i dati del nostro interscambio con l'Iran".
La presa di posizione del governo di Roma arriva dopo le critiche sul giro d'affari che legano l'Italia al paese degli ayatollah: pari a circa 7 miliardi di euro e più del triplo rispetto a quelli con Israele (2 miliardi).
La manovra sotto la luce dei riflettori è, ancora, quella fra Teheran e l'italiana Carlo Gavazzi Space per la costruzione del satellite Mesbah (lanterna) che secondo l'intelligence israeliana servirebbe all'Iran per spiare lo stato ebraico. Una vicenda chiarita dalla stampa italiana già qualche mese fa dopo la lettera inviata da Roberto Aceti, General Manager di Gavazzi, al Corriere della Sera e volta a pronunciare l'estraneità dell'azienda riguardo al possibile uso militare del vettore spaziale commissionato dall'Iran. Il 10 novembre scorso Aceti scriveva al quotidiano di Via Solferino che il Mesbah è "destinato ad un uso esclusivamente civile ed in particolare alla distribuzione di messaggistica SMS in banda VHF/UHF nelle aree del paese non coperte da infrastrutture di telecomunicazioni terrestri" precisando che "il satellite si trova presso Carlo Gavazzi Space". Tutto pacifico e nessuna manovra che possa far pensare a una politica estera italiana dalla doppia faccia. Ma tutto ciò agli israeliani non sembra bastare. Anzi, stando a quanto pubblicato, proprio alla vigilia della visita diplomatica, dal quotidiano Debka File (vicino agli ambienti del Mossad), sembrerebbe proprio che i servizi segreti più famosi al mondo non credano assolutamente all'intero affaire e continuino a sostenere non solo la tesi del satellite spia di fabbricazione iraniana ma anche quella di una serie di legami commerciali pericolosi fra Italia e Iran. Prima dell'arrivo di Berlusconi in Terra Santa il quotidiano ha pubblicato un report esclusivo dal titolo "Il commercio tra Italia e Iran prospera, e sostiene il programma nucleare di Teheran".
Nell'articolo il Debka poggia la propria teoria del "lato oscuro della politica estera di Berlusconi" su sette pilastri politici e commerciali. Primo fra tutti quello espresso davanti all'Unione Europea dallo stesso ministro Frattini. Sull'allargamento delle sanzioni all'Iran, il responsabile della Farnesina - scrive il sito israeliano - ha consigliato a Bruxelles di "non bruciare ogni ponte perchè l'Iran è una figura chiave e noi dobbiamo evitare queste [sanzioni] che sono connesse all'orgoglio nazionale iraniano".
Un proclama che Debka fa risalire all'inizio dell'anno e che sembra, ora, completamente ribaltato da quanto sostenuto dal capo della nostra diplomazia a Gerusalemme. Il Mossad ha svelato, poi, alcuni importanti collegamenti fra oltre 1000 aziende italiane, incoraggiate da Roma a investire in Iran, e la Repubblica Islamica. "Fra queste - continua il rapporto - è incluso il gigante energetico Eni, la Fiat Ansaldo, la Danieli-Dufuerco e la Maire Technimont [...] che solo nell'ultimo mese ha firmato un contratto da 220 milioni di euro per l'acquisto di gas dall'Iran". Tra gli altri l'Iveco, gruppo Fiat, starebbe "rifornendo l'esercito Iraniano e la Guardia rivoluzionaria con una flotta di camion pesanti".
Per ora l'Italia ha promesso un blocco su nuovi possibili investimenti - che comunque non intaccherà i sette miliardi già assicurati - e dato del nazista al presidente iraniano, non certamente famoso per la sua diplomazia.
Almeno a parole la delegazione governativa di Roma prospetta un cambio di rotta improvviso. Ma resta ancora da vedere se alle parole seguiranno i fatti.
Antonio Marafioti