08/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Non hanno una casa a cui tornare, la guerra gliel'ha tolta. I loro racconti
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana 
 
(Segue dalla quarta puntata) 
L'esterno del centro sfollati (foto E. Piovesana)“La pace nelle vostre case”. La scritta celeste in caratteri cirillici sovrasta l’ingresso del Centro di Residenza Temporanea numero 9. Uno dei tanti palazzoni di Grozny in cui le autorità russe hanno stipato i profughi tornati dall’Inguscezia che non hanno più una casa a cui tornare, perché distrutta dalle bombe. In questo casermone di cemento di cinque piani vivono millecinquecento persone. Sui lunghi e bui corridoi interni si affacciano decine di stanzette di pochi metri quadri, in ognuna delle quali vive un’intera famiglia, spesso con anziani e neonati. C’è un bagno e una cucina comune per ogni piano. Come in quasi tutti gli edifici di Grozny non c’è acqua corrente: ogni giorno arrivano i camion con la scritta voda, acqua, pennellata sulla cisterna arrugginita e la gente scende in cortile a fare la fila per riempire secchi e catini.
I corridoi del centro (foto E. Piovesana) Questa gente era scappata in Inguscezia per sfuggire alla guerra, ma la guerra li ha inseguiti.
“Io vivevo nel campo di Sazita con i miei due figli”, racconta Aimani Shakkanova, la più anziana donna del Centro. “Vivevamo in baracche. Nel 2000 i soldati russi hanno attaccato il campo e hanno bruciato molte abitazioni, compresa la nostra. I miei due ragazzi sono morti carbonizzati. Per questo ho deciso che tanto valeva di tornare in Cecenia”.
Raisa Gunaieva è una donna giovane. “Io stavo al campo Sputnik. Lì nel 2001 mi sono fatta promotrice di uno sciopero della fame tra i profughi per protestare contro la guerra nel nostro paese. Il risultato è stato che i russi hanno cominciato a trattare anche n oi come ribelli. Sono iniziate le incursioni, i rastrellamenti, i rapimenti, i pestaggi, le uccisioni. La nostra vita era diventata un inferno. Da sinistra: Raisa, Aimani e Malika (foto E. Piovesana)Per questo in molti abbiamo deciso di lasciare i campi: erano diventati più pericolosi delle nostre case in Cecenia”.
Il problema è che le loro case, qui, non ci sono più. Molti però si sono fidati delle promesse delle autorità russe, secondo cui una volta tornati in patria avrebbero ricevuto indennizzi sufficienti per rifarsene una.
Come Malika Dubayeva, 45 anni. “Io sono fuggita in Inguscezia con mia madre dopo l’uccisione di mio marito, nel ’99. Ci eravamo sposati da due mesi. Nel 2003 ho saputo degli indennizzi e sono tornata. Promettevano diecimila euro. Sono due anni che aspetto, invano. Intanto vivo qui, senza soldi. Non avevo nemmeno il denaro per il funerale di mia madre, morta subito dopo il nostro ritorno. Ora non ho più una famiglia, non ho più nessuno. I miei amici hanno fatto una collett La cucina comune (foto E. Piovesana)a per regalarmi un televisore che mi tenesse compagnia: bello vero? E’ l’unico di tutto il Centro! Così adesso almeno molti vengono qui a guardare la tv assieme a me, e io mi sento meno sola. Ma in realtà sogno di avere un figlio, una bambina, come avevamo deciso con mio marito. Voglio adottare un’orfana. So già come la chiamerò: Medina, come lei”, dice abbracciando una bimbetta del Centro, i cui genitori sono stati rapiti in Inguscezia dai soldati russi nel 2002 e non sono più tornati.
(Segue domani la sesta puntata)

 
Categoria: Guerra, Profughi
Luogo: Cecenia (Russia)
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