
“La pace nelle vostre case”. La scritta celeste in caratteri cirillici
sovrasta l’ingresso del Centro di Residenza Temporanea numero 9. Uno
dei tanti palazzoni di Grozny in cui le autorità russe hanno stipato i
profughi tornati dall’Inguscezia che non hanno più una casa a cui
tornare, perché distrutta dalle bombe. In questo casermone di cemento
di cinque piani vivono millecinquecento persone. Sui lunghi e bui
corridoi interni si affacciano decine di stanzette di pochi metri
quadri, in ognuna delle quali vive un’intera famiglia, spesso con
anziani e neonati. C’è un bagno e una cucina comune per ogni piano.
Come in quasi tutti gli edifici di Grozny non c’è acqua corrente: ogni
giorno arrivano i camion con la scritta voda, acqua, pennellata sulla
cisterna arrugginita e la gente scende in cortile a fare la fila per
riempire secchi e catini.

Questa gente era scappata in Inguscezia per sfuggire alla guerra, ma la guerra
li ha inseguiti.
“Io vivevo nel campo di Sazita con i miei due figli”, racconta Aimani
Shakkanova, la più anziana donna del Centro. “Vivevamo in baracche. Nel
2000 i soldati russi hanno attaccato il campo e hanno bruciato molte
abitazioni, compresa la nostra. I miei due ragazzi sono morti
carbonizzati. Per questo ho deciso che tanto valeva di tornare in
Cecenia”.
Raisa Gunaieva è una donna giovane. “Io stavo al campo Sputnik. Lì nel
2001 mi sono fatta promotrice di uno sciopero della fame tra i profughi
per protestare contro la guerra nel nostro paese. Il risultato è stato
che i russi hanno cominciato a trattare anche n oi come ribelli. Sono
iniziate le incursioni, i rastrellamenti, i rapimenti, i pestaggi, le
uccisioni. La nostra vita era diventata un inferno.

Per questo in molti
abbiamo deciso di lasciare i campi: erano diventati più pericolosi
delle nostre case in Cecenia”.
Il problema è che le loro case, qui, non ci sono più. Molti però si
sono fidati delle promesse delle autorità russe, secondo cui una volta
tornati in patria avrebbero ricevuto indennizzi sufficienti per
rifarsene una.
Come Malika Dubayeva, 45 anni. “Io sono fuggita in Inguscezia con mia
madre dopo l’uccisione di mio marito, nel ’99. Ci eravamo sposati da
due mesi. Nel 2003 ho saputo degli indennizzi e sono tornata.
Promettevano diecimila euro. Sono due anni che aspetto, invano. Intanto
vivo qui, senza soldi. Non avevo nemmeno il denaro per il funerale di
mia madre, morta subito dopo il nostro ritorno. Ora non ho più una
famiglia, non ho più nessuno. I miei amici hanno fatto una collett

a per
regalarmi un televisore che mi tenesse compagnia: bello vero? E’
l’unico di tutto il Centro! Così adesso almeno molti vengono qui a
guardare la tv assieme a me, e io mi sento meno sola. Ma in realtà
sogno di avere un figlio, una bambina, come avevamo deciso con mio
marito. Voglio adottare un’orfana. So già come la chiamerò: Medina,
come lei”, dice abbracciando una bimbetta del Centro, i cui genitori
sono stati rapiti in Inguscezia dai soldati russi nel 2002 e non sono
più tornati.