01/02/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Parlamento serbo pronto a condannare i crimini commessi a Srebrenica. L'opposizione innalza un muro

A Srebrenica fu crimine o genocidio? È di questo che il mondo politico serbo sta discutendo a Belgrado. E soprattutto se i fatti di Srebrenica, il riconoscimento di quanto accaduto a partire dal 15 luglio del 1995, meritino una risoluzione ad hoc, una “Risoluzione Srebrenica”, oppure la condanna possa avvenire in un più generico documento che biasimi tutti i crimini commessi ai danni di innocenti durante il conflitto che ha sancito lo smembramento della Jugoslavia.

Dichiarazione univoca. Il dibattito parlamentare, previsto originariamente per il 2 febbraio, è stato spostato proprio perché i diversi gruppi dovranno dirimere questioni terminologiche e sostanziali che mantengono in disaccordo, con sfumature diverse, l’intero panorama politico. Si tratta di fare i conti con la storia: è per questo motivo che serve, se non l’unanimità che non potrebbe arrivare mai, quanto meno un largo consenso. Una risoluzione che incasserebbe 126 voti a favore e 124 contrari non avrebbe un valore assoluto e non sarebbe espressione di una Serbia unita nel riconoscere la drammaticità e la inumanità di quei giorni in cui quasi ottomila uomini musulmani vennero sterminati.

Il muro dell'opposizione. Se il Partito Democratico (Ds) del presidente Boris Tadic è deciso a risolvere una volta per tutte la questione tirando diritto su una risoluzione ad hoc che condanni i crimini di Srebenica, gli altri attori della scena politica non manifestano la stessa determinazione. Anche lo speaker (il presidente) del Parlamento, Slavica Dukic-Dejanovic, ha dichiarato alla tv serba di ritenere riduttivo includere Srebrenica in una risoluzione generica, che, come sostenuto anche dal Ds, i crimini commessi in quella città vadano sottolineati con maggiore enfasi. Ma di crimini si parla e non di genocidio. Difatti lo speaker del Parlamento, rappresentate del Partito Socialista (Sps), ritiene che gli eventi di Srebrenica vadano condannati come crimine. Cosa farebbero i membri del suo partito se venisse proposto il termine ‘genocidio’? “Bisognerà parlarne in aula”, dice la Dukic-Dejanovic in un’intervista al quotidiano Vcernje Novosti. Il Partito Democratico di Serbia di Kostunica, Serbia Unita di Dragan Markovic e soprattutto il Parito Radicale (Srs) il cui leader Vojislav Seselj è attualmente sotto processo al tribunale dell’Aja proprio per quei crimini, hanno innalzato un muro compatto: nessuna risoluzione, nessuna dichiarazione su Srebrenica sarà mai accettata. Non mancano ovviamente neanche i colpi di teatro: Aleksander Vucic che siede tra le fila dell’Sns di Tomislav Nikolic ha dichiarato che il partito, prima di esprimersi su una “Risoluzione Srebrenica”, dovrà prima leggerne la bozza. Nulla di strano, si dirà. Se non fosse che, anni fa, Vucic avrebbe voluto dedicare una strada di Belgrado al generale Ratko Mladic, ancora in fuga e ricercato proprio per il genocidio di Srebrenica.

'Jasanovac, piuttosto'.La bozza della risoluzione, secondo fonti del quotidiano Blic, verrà discussa comunque entro il 15 febbraio. Il dibattito in atto ha inevitabilmente attraversato la vicina frontiera bosniaca provocando reazioni di diverso segno. Per il ministro degli Esteri della Bosnia Erzegovina, Sven Alkalaj, quello che sta per compiere la Serbia è un passo importante e grandioso che spiegherà i suoi effetti benefici per la stabilità dell’intera regione balcanica. Di segno opposto, ovviamente, le dichiarazioni provenienti da Banja Luka, la capitale della Republika Srpska (Rs). Milorad Dodik, Primo ministro, ha definito ‘inaccettabile’ prendere in considerazione una risoluzione su Srebrenica attribuendo solo ai crimini commessi in quella cittadina un significato di importanza storica. Sulla stessa linea il presidente dell’Assemblea Nazionale della Rs, Igor Radojicic secondo cui bisognerebbe condannare i crimini commessi durante la Seconda Guerra Mondiale dagli ustascia croati nel campo di concentramento di Jasanovac e non quelli Srebrenica. Questioni di priorità temporali, per Radojicic, nel conto presentato dalla storia e non ancora saldato. 

 

Nicola Sessa

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità