Un gruppo di mapuche in sciopero della fame per chiedere giustizia per il suo popolo
scritto per noi da
Andrea Nuñez*
Dieci anni di carcere e il pagamento di 570mila euro è la condanna che pende
sulla testa di sei rappresentanti della comunità mapuche, accusati di essere responsabili di un attentato incendiario ai danni
di una piantagione della società Forestal Mininco.
“Vogliamo giustizia”. Florencio e Juan Patricio Marileo, Patricia Troncoso, Juan Huenlao, Jorge Manquel
e Jaime Huenchullan sono reclusi nel carcere d’Angol (Regione dell’Araucania)
e hanno protratto per 25 giorni uno sciopero della fame, sospeso pochi giorni
fa dopo che cinque di loro sono stati ricoverati nell'infermeria del carcere.
Ma non si arrendono. Dopo questa necessaria sospensione assicurano che, se non
verranno ascoltati dall’autorità, ricominceranno con la protesta.
Le ragioni? Esigono, per loro e per gli altri detenuti mapuche, un giudizio equo che rispetti
i loro diritti.
I comuneros, infatti, sono stati giudicati e condannati grazie alla legge antiterrorista
ereditata della dittatura di Pinochet, la quale prevede un processo con rito abbreviato
e accetta come prove giuridiche persino testimonianze anonime. Per questo il gesto
estremo.
Dopo tre settimane di sciopero, è arrivata anche la denuncia delle famiglie che
accusano l’autorità politica e giudiziaria locale di non accettare nemmeno le
visite di dottori indipendenti per certificare la salute dei detenuti.
Il fondo bruciato nel 2001 rientra nell’insieme delle terre reclamate dai mapuche,
da sempre abitanti di queste zone. In particolare, si tratta della terra ancestrale
della comunità di Tricauco a cui è stata strappata dopo la riforma agraria del
1973. Nel 1977, con la dittatura militare, è stata poi acquisita dall’impresa
Forestal Mininco S.A, di proprietà del gruppo Matte, uno dei gruppi economici
più potenti del paese.
Il lato oscuro del modello forestale cileno. Secondo la privata Corporazione Cilena della Legna, CORMA, nel 2004 le esportazioni
forestali cilene hanno superato i 3mila milioni di dollari, e per il 2010 si stima
che diventino 6mila milioni.
Dal punto di vista della macroeconomia del “miracolo forestale cileno” dunque
niente da dire, ma tutto si complica non appena si va a toccare il discorso sulla
proprietà della terra.
All’arrivo degli spagnoli nel sud dell’America Latina il popolo mapuche abitava
parte degli attuali Cile e Argentina. In Cile, dopo anni di lotta i mapuche vennero
spinti al sud. Tramite l’occupazione militare alla fine del XIX secolo, furono
inglobati nello stato nazionale con titoli di dominio comunitario sulle loro terre.
Negli anni 60, la cultura ancestrale mapuche, che si fonda sulla cosmogonia fra
terra, vita e fede, venne destabilizzata. Tra il 1973 e il 1989 la divisione e
la perdita delle terre mapuche beneficiarono i grandi latifondisti impegnati nello
sviluppo del modello neoliberale.
E ora. Oggi, i mapuche sono 7milioni (il 4,6 per cento della popolazione del Cile)
e l’87 per cento abita a sud del Paese, nella regione dell’Araucania. È proprio
qui che si registrano i principali conflitti d’interesse tra comunità indigene
e società private, col sostegno dello stato cileno, per il quale lo sviluppo forestale
è una politica di stato.
Ma il “conflitto mapuche” ha diverse facce. La principale è legata alla proprietà
della terra, sulla quale la popolazione ha diritti ancestrali. Ma esistono anche
argomenti ecologici e politici. Il tentativo delle multinazionali di fare fuori
la foresta nativa per sostituirla con redditizie piantagioni di pini ed eucapilptus,
si traduce in erosione e sovraconsumo di acqua sotterranea, ha effetti negativi
sui sistemi alimentari, in mancanza di fauna autoctona e problemi di salute (avvelenamento
da pesticidi, morte della vegetazione del sottobosco usata per medicine e rituali
religiosi).
Un grido di vittoria. Le comunità mapuche denunciano lo stato cileno per discriminazione, persecuzioni
politiche, atti terroristici, violenza poliziesca e giudizi illegali.
E promettono: al grido ancestrale “Marichiweu!”… mille volte vinceremo.